martedì 24 gennaio 2012

Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi? Monsignori e personalità diverse si fecero portavoce di Pio XII e del sostituto Montini (Loparco)

I nomi, gli indirizzi e le cifre per Roma e l’intero territorio italiano

Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi?

Monsignori e personalità diverse si fecero portavoce di Pio XII e del sostituto Montini

Grazia Loparco

Dieci anni di ricerca sugli ebrei nascosti presso le case religiose hanno portato alla luce diversi elementi riferiti ai clandestini, braccati dai nazifascisti a Roma e in tutta Italia durante la seconda guerra mondiale, in particolare dal 16 ottobre 1943 al 1945. Oltre alla documentazione inedita, molti articoli, testimonianze, saggi, studi, deposizioni dei “soccorsi superstiti” in occasione dell’attribuzione del titolo di Giusto fra le Nazioni a coloro che rischiarono la vita, consegnano una miriade di frammenti informativi.
L’Associazione culturale Coordinamento Storici Religiosi (vedi in rete: www.storicireligiosi.it) dal 2002 ha inteso ricostruire un mosaico un po’ più completo, iniziando da Roma. La capitale costituisce infatti un caso unico per diversi motivi, legati al numero degli ebrei residenti o arrivati in quegli anni in cerca di sicurezza (10.000-12.000), come pure all’elevato numero di case religiose, non di rado con la presenza di superiori generali o provinciali.
Sono così individuati gli indirizzi e i nomi degli istituti religiosi maschili e femminili interessati alla vicenda e presenti a Roma, che si sono potuti sin qui appurare. Si tratta di più di 220 case su circa 750 totali presenti in quegli anni nella capitale. Non è escluso che emergano ancora altre informazioni significative sia su quelle che cooperarono a nascondere ebrei e altri clandestini, correndo i rischi ben noti, sia sulle motivazioni di quelle comunità che invece non si aprirono volutamente all’emergenza drammatica.
È pure disponibile la bibliografia che concerne i diversi istituti, peraltro in continua evoluzione. Fermo restando che dalla ricerca si escludono per ora, per scelta metodologica, le parrocchie, le famiglie private, gli arcivescovadi, in questi anni ci ha accompagnato la domanda: oltre la capitale, in quante e quali località d’Italia furono nascosti ebrei da parte di religiosi e religiose? Si può tracciare una mappa per aree e regioni? Ci furono dei percorsi consolidati, delle traiettorie di spostamento nella ricerca della salvezza, verso la Svizzera, l’America, o semplicemente dalle città a località più isolate, o viceversa per entrare nell’anonimato? Quali furono i nodi e come funzionarono le reti di collegamento, sia in senso geografico, che istituzionale?
Le congregazioni religiose avevano a riguardo il vantaggio di un governo centralizzato e di una notevole diffusione sul territorio nazionale. In diversi casi — tra cui quello degli orionini (recentemente ricordato per il titolo di Giusto attribuito a don Gaetano Piccinini il 23 giugno 2011 a Roma) — la struttura istituzionale si rivelò una chance per trasferire, accompagnare su mezzi pubblici e nascondere in altre sedi persone note a livello locale e ricercate. Non di rado si trattava di apprezzati professionisti o noti commercianti.
Dopo aver identificato gli istituti religiosi rintracciati sulla base di documentazione certa, resta aperta l’altra domanda: ma chi erano realmente gli ebrei di cui si conosce non solo il nome, ma anche il cognome, a Roma e nelle altre sedi di cui si sa qualcosa? Diverse centinaia di nomi sono noti, alcuni elenchi sono pubblicati, ne appaiono continuamente qua e là, ma mancava un elenco unitario di quelli che sono stati accolti nelle case religiose.
Beninteso, siamo pienamente coscienti che l’elenco resterà del tutto incompleto perché non è rimasto documentato il nome della maggioranza degli ebrei nascosti per breve o lungo tempo, per ovvi motivi. Molti di essi diedero un nome falso; molti religiosi — specialmente giovani e dunque gli unici ancora oggi intervistabili — neppure sapevano chi fossero gli ospiti apparsi all’improvviso; molti furono identificati con pseudonimi. Alcuni furono registrati nelle cronache o in elenchi segreti, subito o dopo qualche tempo. Altri, che restarono in contatto con i religiosi per lungo tempo dopo l’emergenza, sono conosciuti.
Alcuni dopo decenni si sono decisi a testimoniare anche pubblicamente; altri sono tornati da soli o con le famiglie a rivedere le case, le soffitte, gli scantinati dove furono nascosti in mesi indimenticabili. Altri hanno scritto articoli, memorie, testimonianze. Per tante vie, dunque, un certo numero, ma sempre esigua minoranza, è uscita allo scoperto. Così qualcosa si può sapere. Si trattava di mettere insieme questi elementi, nella consapevolezza di rendere un servizio anche alla comunità ebraica, agli stessi clandestini di una volta che non raramente chiedono oggi se restano tracce della loro permanenza in una casa religiosa di cui ricordano vagamente il nome o l’ubicazione o un religioso o religiosa.
Per questo si è appena pubblicato un contributo — Per carità e per giustizia. Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano, a cura di Tiziano Vecchiato (Padova, Fondazione Zancan, 2011, pagine 384) — che nomina sia gli ebrei nascosti presso le diverse congregazioni religiose a Roma, sia le città e i centri minori di cui resta qualche testimonianza sicura, con gli ebrei ivi soccorsi, sempre presso istituti religiosi maschili o femminili. Infine si elencano i religiosi e le religiose italiani o operanti in Italia cui è stato attribuito il titolo di Giusto fra le Nazioni, con l’indicazione della congregazione di appartenenza, anch’essi punta di iceberg, come gli ebrei riconosciuti.
Per dare volto a vicende che accorciarono improvvisamente le distanze, rivoluzionarono diverse consuetudini, modificarono le vite e le coscienze, ancor più che gli orari e i numeri dei pasti da racimolare ogni giorno.
I risultati dell’indagine riguardano almeno 134 centri accertati, città o paesi di varie dimensioni, soprattutto del nord e centro Italia, centinaia di istituti religiosi e diversi monasteri di clausura, sottoposti a una severa disciplina canonica. Tutto questo movimento e la serie di trasgressioni rispetto alle consuetudini religiose non potevano sfuggire alla Santa Sede, che al contrario si servì dei canali ordinari di comunicazione per favorire l’aiuto dei religiosi, fermo restando la prudenza raccomandata e osservata.
La documentazione concernente Roma menziona diversi monsignori e ufficiali degli uffici vaticani, conferenzieri o cappellani di case religiose femminili, o personalità di spicco che si facevano portavoce del Papa e del Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, senza dimenticare iniziative autonome di superiori e superiore che non attesero alcuna indicazione per agire con prontezza secondo le urgenze e il buon senso.
Fuori Roma, specie per i monasteri, occorse almeno la conferma esplicita dei vescovi, muniti di speciali facoltà, a quanto stava avvenendo. I processi decisionali dei religiosi, a volte il loro cambiamento in seguito a direttive che apparivano chiare, possono illustrare meglio la relazione tra congregazioni, Chiesa locale e Santa Sede.
L’arrivo, la permanenza, le strategie di occultamento degli ebrei, le relazioni interpersonali e religiose sono abbastanza note, tuttavia dietro ogni nome c’è una storia, personale e familiare. Gli elenchi di singoli o di nuclei familiari, uniti o separati per sesso ed età e parentela, sono ben più che una catena di nomi. Più di 300 sono identificati fuori Roma e più di 600 nella capitale, alcuni solo per cognome per indicare l’intera famiglia, e dunque con un numero impreciso, ma sicuramente più elevato. Certamente si tratta di una percentuale, rispetto agli almeno 4.500 ebrei di cui resta memoria spesso non identificata, che furono nascosti in vario modo nelle comunità religiose di Roma.
La valenza umana e sociale, motivata dalla carità cristiana a fondamento dei rischi da correre, rende ragione dell’inclusione di questo contributo nel volume che si inserisce nel concerto degli studi realizzati in occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Il testo si articola in diversi aspetti che delineano come un sondaggio sulla presenza religiosa di cui molto poco è studiata la reale incidenza nel tessuto dell’Italia in costruzione: «Educare, soccorrere, curare. La funzione sociale delle Dorotee a Vicenza dagli anni Trenta del Novecento al secondo dopoguerra» (Albarosa Ines Bassani); «Educandati in Italia» (Giancarlo Rocca); «Oratori per la gioventù nell’Italia unita» (Luciano Caimi); «I convitti per operaie. Le colonie agricole» (Giovanni Gregorini); «L’assistenza domiciliare» (Luigi Nuovo, Giancarlo Rocca); «La “Protezione della giovane” e le congregazioni religiose nel Nord Italia» (Andrea Salini); «Le cucine economiche delle suore di Maria Bambina» (Marina Carmela Paloschi); «L’assistenza alle persone disabili tra Ottocento e Novecento: gli istituti religiosi si raccontano» (Michela Carrozzino); «Percorsi storici dell’assistenza e dell’educazione dei sordomuti nell’Italia unita» (Elisa Mazzella); «La protezione degli ebrei nelle case religiose italiane (1943-1945). Mappa, reti di salvataggio, nomi» (Grazia Loparco); «Il contributo degli istituti religiosi a sostegno dell’emigrazione umana» (Vincenzo Rosato); «Uno sguardo al presente» (Elisabetta Mandrioli); «Gli istituti religiosi nelle opere della Chiesa italiana» (Maria Bezze).
Resta da notare che, come altri contributi, anche quello sugli ebrei non è esaustivo nell’informazione, ma rimanda a un’indagine più ampia che merita di essere completata.

(©L'Osservatore Romano 25 gennaio 2012)

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