venerdì 6 luglio 2012

Biblioteca Vaticana: 80mila antichi manoscritti archiviati con le tecnologie spaziali usate dalla Nasa


Biblioteca Vaticana: 80mila antichi manoscritti archiviati con le tecnologie spaziali usate dalla Nasa


C'è una connessione insospettabile tra i circa 80mila antichi manoscritti conservati in Vaticano e le moderne tecnologie spaziali. La Biblioteca Apostolica Vaticana è infatti l'unica istituzione culturale al mondo ad aver deciso di archiviare digitalmente i propri manoscritti con il formato Fits (Flexible Images Transport System) utilizzato dalla Nasa fin dagli anni '60 per archiviare le informazioni delle missioni astronomiche. Questa scelta innovativa è stata al centro di una sessione speciale della "Settimana europea di Astronomia e Scienza spaziale" - in programma dal 2 luglio ad oggi presso la Pontificia Università Lateranense - dedicata alla "Conservazione a lungo termine dei Beni culturali in formato digitale" e organizzata dalla stessa Biblioteca Vaticana. Fabio Colagrande ne ha parlato con Luciano Ammenti, coordinatore dei Servizi Informatici della Biblioteca: 


R. – Precisamente condividiamo il formato di conversazione: questo formato che si chiama Fits e che è lo stesso che usa la Nasa per le conservazioni delle missioni lunari, è stato condiviso anche dalla Biblioteca Vaticana che, nelle sue istituzioni, con il prefetto in capo, ha fatto un lungo studio di possibilità di conservazioni e ha deciso che questo formato poteva sicuramente essere quello giusto per conservare i manoscritti della Biblioteca Vaticana.


D. – Perché avete scelto proprio questo sistema di memorizzazione?


R. – Perché è l’unico formato che è in utilizzo da più di 45 anni nel mondo dell’informatica ed è l’unico che ci dà la garanzia di longevità, oltre al fatto di essere open source e cioè completamente gratuito e completamente modificabile, e oltre anche al fatto che è un formato di 64 bit, che vuole dire che i file che saranno con lui generati sono senza limiti di grandezza. 


D. – L’incontro che avete organizzato alla Lateranense vuole fare un po’ il punto su questo tipo di archiviazione digitale, anche confrontarsi sui metodi che vengono usati da altre istituzioni?


R. – Il nostro scopo era quello di tirare un sassolino nello stagno, nel mondo della conservazione dei beni culturali, che è così importante nell’ambito del territorio nazionale, ma anche in territorio europeo. Ovviamente c’è molta sorpresa, perché questo formato era usato relativamente a missioni spaziali: vedere che la Biblioteca Vaticana si è schierata favorevolmente da questa parte ha arrecato stupore ed interesse. Era proprio quello che volevamo: volevamo una critica costruttiva, al di fuori ovviamente della nostra isola, per capire se il cammino che stiamo intraprendendo sarà quello giusto. 


D. – Esistono altre istituzioni che stanno intraprendendo strade simili con questo formato?


R. – No, nessuna. Abbiamo coinvolto in questo meeting tutte le istituzioni possibili proprio per solleticare il loro interesse e anche la loro criticità verso la nostra scelta. 


D. – Dal punto di vista tecnico si tratta di un’archiviazione complicata?


R. – E’ un’archiviazione complicata, perché l’oggetto è delicato. Utilizzando però le migliori tecnologie tutto si riduce esclusivamente a un controllo delicato e attento del materiale con cui abbiamo a che fare, perché ovviamente il bene che dobbiamo tutelare è quello dei manoscritti e quindi lei può immaginare che nessuna di queste cose può essere né deturpata né violata durante il processo di acquisizione. 


D. – E’ un formato tuttora utilizzato dalla Nasa?


R. – Assolutamente sì e non solo dalla Nasa, ma – le ripeto – dal mondo scientifico internazionale, che conserva tutte le informazioni che dai satelliti arrivano sulla terra e anche – da quattro-cinque anni a questa parte – della Biomedicina o Medicina Nucleare: tutte le Tac, le tomografie assiali computerizzate vengono salvate in formato Fits. 


D. – E’ impressionante anche questa contaminazione fruttuosa tra mondo scientifico e mondo umanistico…


R. – Sì, lo è stato anche per noi. Per questo ci siamo fidati, perché loro con la loro organizzazione – diciamo – spontanea, perché si tratta di un formato open source, sono 45 anni che lo mantengono. L’unica esperienza al mondo di un sistema operativo o di un prodotto software così longevo è il sistema operativo Unix, che il padre di Linux e che è il software che gira in tutti i telefonini del mondo: anche quello ha 40 anni, anche quello è generato dalla comunità scientifica, anche quello aggiornato dalla comunità scientifica gratuitamente.


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