martedì 13 novembre 2012

Il neopresidente dell’Accademia di Latinità: chi accede al sacerdozio deve conoscere il latino (Radio Vaticana)


Il neopresidente dell’Accademia di Latinità: chi accede al sacerdozio deve conoscere il latino 

Con un Motu Proprio pubblicato sabato scorso, Benedetto XVI ha istituito la Pontificia Accademia di Latinità, con il compito – ha affermato fra l’altro il Papa – di rilanciare lo studio della lingua ufficiale della Chiesa, che corre il rischio di una “conoscenza sempre più superficiale”. A dirigere la Pontificia Accademia, Benedetto XVI ha nominato un illustre latinista, il prof. Ivano Dionigi, rettore dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna. Alessandro De Carolis gli ha chiesto di descrivere sentimenti e obiettivi nell’assumere questo incarico: 

R. - Un senso di profonda riconoscenza, sapendo da chi viene questa nomina! Credo che anche il compito di uno che guida un grande Ateneo come quello dell’Alma Mater sia un compito sostanzialmente di educatore, di attenzione alla cultura. Credo che oggi, in questo Paese, che è a rischio di “anoressia” culturale, contribuire dai vari versanti a porsi problemi e cercare anche di dare qualche risposta, partendo da lontano e perché no, anche dal latino, si possa fare un servizio anche a una comunità come quella dell’università, in generale.

D. – Lei ha parlato di “anoressia” culturale, un rischio che potrebbe essere anche per la Chiesa che, come ha rilevato di recente il cardinale Ravasi, rischia di dimenticare la conoscenza del latino. Nel concreto in che modo l’istituzione che lei si appresta a dirigere intende mettere in moto un’inversione di tendenza?

R. - Credo che una prima direzione di recupero è quella del reintegro del latino negli istituti religiosi, soprattutto nei seminari. Non è pensabile che chi accede al sacerdozio non conosca il latino, non solo perché in quella lingua hanno parlato i Papi, non solo perché è stato il segno dell’universalità, ma anche perché i Padri della Chiesa hanno scritto in latino, e anche per la liturgia... Quindi, un primo punto è quello della lingua latina. Poi, credo che ci sia una seconda direzione di impegno. Questa Pontificia accademia deve gettare un ponte col mondo laico, soprattutto col sapere dell’università e delle università, in primo luogo e, allora, c’è spazio per la cultura classica non solo latina ma anche greca. Cercare di vedere un po’ di recuperare questo triangolo Atene-Gerusalemme-Roma, di vederne il recupero nella sua eredità migliore.

D. - Nel suo Motu proprio, Benedetto XVI nota un rinnovato interesse per il latino anche nel mondo contemporaneo ipertecnologico, qual è la sua esperienza su questo aspetto?

R. - Mi pare di cogliere che ci sia un ritorno di interesse verso il latino, la classicità, le lettere classiche. Un ritorno che, a dire il vero, è di segno duplice. Per un verso ci sono coloro che ancora si ostinano a vederci un segno elitario, un segno di status symbol. Credo che questo non faccia bene. Invece, il problema oggi è vedere come capitalizzare al meglio questa lingua e questa cultura sottesa a questa lingua. Bisogna recuperare i testi classici che sono di un’attualità esplosiva. Perché c’è questo ritorno? Perché di fronte a una letteratura dei testi, a una realtà spesso così povera e impoverente, un testo come Agostino, un testo come Seneca, un testo come Lucrezio, resistono al tempo e alle mode, parlano alle persone un linguaggio che oggi nella quotidianità la gente fa fatica a trovare.

D. – In un’epoca come la nostra, dove per riscuotere attenzione si deve godere di un marketing incisivo, svelto, in che modo lei sponsorizzerebbe l’importanza della lingua latina, non solo in ambito ecclesiale?

R. – Io potrei dire, in maniera altisonante, perché i classici insegnano a pensare bene col loro pensiero plurale! Ma io mi attengo a un motivo che da solo basterebbe: dobbiamo farlo per interesse, per i beni culturali. Solo di patrimonio culturale noi abbiamo una densità per cui si giustifica l’apprendimento di queste lingue. I beni culturali… tutto il nostro Occidente è stato segnato, tutta la nostra arte, tutta la nostra letteratura… Come si fa a girare in un museo, a vedere un quadro, a vedere una statua senza conoscere … Se non lo si fa per convinzione, ma lo si fa per convenienza … C’è un grande patrimonio culturale da recuperare e ci vogliono persone che capiscano questa tradizione e la facciano capire agli altri. Questo è un patrimonio culturale che diventa un patrimonio economico e anche una grande opportunità occupazionale per i giovani. Diceva il mio compianto amico Giuseppe Pontiggia: se Roma fosse sorta nel Texas gli americani avrebbero avuto ben altra attenzione per quest’eredità classica!

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5 commenti:

fr. A.R. ha detto...

Veramente interessante. Il professore smaschera certi modi di pensare per cui vanno preservati i monumenti del passato antico se sono di pietra o di mattoni (anche perché attirano turisti), ma si lasciano andare in malora i monumenti vivi della lingua e della cultura, che se non si trasmettono e apprendono con la fatica e con lo studio, inevitabilmente scompaiono. Questo è il restauro del più bel monumento che Roma ci ha lasciato: tramandare la sua lingua, l'unica porta d'accesso al sapere di oltre 2000 anni di storia e di cultura. I monumenti di pietra vanno tutelati, ovvio, ma senza i monumenti dello spirito chi potrà comprendere anche quelli di pietra?

Andrea ha detto...

Bisognerebbe però avere ben chiaro -e non mi pare che il professor Dionigi la pensi così- che Roma e la sua lingua NON sono "monumenti di un glorioso passato".
Cioè bisognerebbe avere chiaro il concetto di "Roma Aeterna".

Una cosa è la (micidiale) tendenza alla musealizzazione e alla ricopiatura della cultura cosiddetta antica, tipica dell'Illuminismo (vedi Museo del Louvre); ben altra cosa è il fatto che -malgrado gli sforzi dei Lanzichenecchi, dei Turchi, di Napoleone, di Cavour, dei Comunisti- la Sede romana di Pietro è sempre stabile e "giovane"

Anonimo ha detto...

La penso esattamente come voi e sugli sforzi 'ammirevoli'di tutti i laicisti di distruggere la chiesa,però,e qui mi rivolgo ad Andrea,quando il mio parroco,di qualche anno più grande di me,ma al di sotto dei 60,che ha frequentato il mio stesso liceo classico,che,quando andiamo in gita e c'è da tradurre qualche frase o dedica in latino,cosa comunissima nelle chiese preconciliari,chiama me,perchè,parole testuali'il latino non serve a niente,io poi avevo 4,mi promuovevano perchè ero bravo in italiano'(infatti fa il giornalista),a me cadono le braccia ed anche qualcos'altro viene meno nella fiducia che si possa salvare l'immenso patrimonio di cui disponiamo e che la UE sta pervicacemente tentando di distruggere a mò dei Vandali....GR2

Dante Pastorelli ha detto...

Ma come si studia il latino nei seminari e nelle facoltà teologiche e negl'istituti di scienze religiose? Non parliamo del greco.
La distruzione è tale che dovran passar molti decenni per aver sacerdoti ben formati.
Anche negl'istituti tradizionalisti i seminaristi dovrebbero seguir almeno per cinque anni il corso di latino, cosa che non accade.

Andrea ha detto...

I Vandali miravano al bottino, caro GR2 - gli attuali distruttori monomaniacali ("Prima o poi verrà un Papa che chiederà scusa per la presenza di Cristo nella Chiesa...è proprio Lui l'intruso che non sopportiamo nel "nostro" Mondo ") si dedicano a martellare la Roccia che è Pietro.
Oggi vedevo un'iscrizione dedicatoria latina sulla facciata di una chiesa romana costruita non più di 20 anni fa...

Cari saluti