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Non desidero commentare il merito del pezzo di Magister ma alcune riflessioni mi scappano fuori dalla tastiera: capisco che sia difficilissimo governare una curia che per decenni ha fatto sostanzialmente cio' che ha voluto salvo poi far pagare a Papa Benedetto XVI tutte le "magagne" di un passato piu' o meno recente.
Sono assolutamente convinta del fatto che il card. Bertone sia molto affezionato al Papa e mi dispiace per tutti gli attacchi che riceve.
Prendersela con il Segretario di Stato e con il Papa e' molto facile, ma ci siamo mai chiesti come mai, gratta gratta, saltano fuori sempre gli stessi nomi legati a gestioni passate?
Non mi ha sorpreso sentirli riecheggiare anche ieri sera nella trasmissione di Nuzzi.
Ecco che cosa personalmente rimprovero al card. Bertone: non avere fatto, gia' nel 2006, una sana e radicale ripulitura di tutti gli uffici della Santa Sede.
Eppure lo "scherzetto" tirato da qualcuno a Ratisbona doveva fare scuola...
Come Segretario di Stato spettava a lui, e non al Papa, procedere all'eliminazione di talpe e rane dalla bocca larga con punizioni che avrei voluto esemplari.
Da dove pensiamo che venga la manina che ha dato le lettere a Nuzzi ed al Fatto? Guardiamo quel timbro "pervenuto" sulla copia della lettera inviata da Vigano' a Bertone! Mi pare ovvio che la copia sia stata fatta in uffici ben determinati e/o determinabili.
E' giusto richiamare alla collaborazione ed alla riservatezza ma, quando si ha a che fare con gente che mira al potere ed a proteggere il proprio orticello, non c'e' altra soluzione che l'allontanamento da Roma. Che ci fanno ancora in Vaticano cardinali pensionati da anni?
E riserverei una maggiore attenzione alle cariche che tuttora ricoprono. Non dico altro...
Non si ragione con chi ha mani ed orecchie ovunque. Semplicemente si pretendono le dimissioni.
C'e' ancora molto da fare.
Da anni, modestamente, denunciamo cio' che non va.
Forse e' un bene che si sia arrivati ad una sorta di resa dei conti da cui ripartire.
Ricordate il famoso 2010 (e anche il 2009)?
Il Papa non e' stato adeguatamente sostenuto...anzi!
Lo si e' messo in mezzo facendolo apparire come l'unico responsabile delle mancanze della curia dal 1900 in poi!
Come giustamente osservava Passante qualche giorno fa, la Chiesa del futuro parte dal presente, non dal passato.
Permettere che tutti attaccassero vilmente Benedetto XVI pur di proteggere un passato, che si vuole far passare come idilliaco, non e' stata una grande mossa!
I risultati sono tutto gli occhi di tutti! Grazie a quei silenzi, a quella paura di difendere l'operato di Ratzinger, siamo arrivati al punto di rottura che consente a chiunque di sparare contro il Vaticano, il Papa ed i vescovi senza esclusione di colpi.
La tentazione di dire la famosa frase: "Ve l'avevamo detto" e' davvero fortissima...
Le radici di quanto accade in questi giorni risiedono nella vulnerabilita' mostrata dal Vaticano nel 2009 ma soprattutto nel 2010.
Allora si dovevano emettere comunicati di fuoco e allora si dovevano denunciare i giornalisti alla magistratura!
Purtroppo evidentemente non ci si e' resi conto della gravita' della situazione.
Di chi e' la colpa? Mah...!
Non e' stato certo il card. Bertone a parlare di "chiacchiericcio" dando fuoco alle polveri.
Non e' stato certo il card. Bertone a tenere omelie elogiative di Maciel dopo la condanna del 2006.
Non e' stato il Segretario di Stato a criticare il Papa in ogni dove per avere approvato il Summorum Pontificum ed avere revocato la scomunica ai Lefebvriani.
Pensiamo forse che le aggressioni feroci al Santo Padre da parte di vescovi e cardinali sparsi per tutto il pianeta abbiano aiutato la Chiesa?
La mancanza di unita' e di carita' da parte delle gerarchie cattoliche in questi anni e' a dir poco vergognosa ed ora non ci si lamenti se Benedetto XVI viene considerato l'unico faro per i Cattolici.
E' facile dare addosso al card. Bertone ma pensiamo anche a tutto il "contorno".
Finche' l'erba cattiva non sara' estirpata del tutto non si potra' guardare con fiducia al futuro.
Quella che sembra una crisi potrebbe essere una splendida occasione per la Segreteria di Stato per fare una radicale operazione di rinnovamento.
Non si abbia paura di toccare gli intoccabili. E' ora di attribuire a ciascuno la sua responsabilita'.
R.
giovedì 2 febbraio 2012
Il Vaticano migliora la legge antiriciclaggio. Per rispettare gli standard internazionali (Gagliarducci)
Clicca qui per leggere il commento.
C'è anche un rito esorcistico operato da Papa Ratzinger nel maggio 2009 nel libro di padre Amorth e di Paolo Rodari (TMNews)
"L'ULTIMO ESORCISTA". LO STRAORDINARIO LIBRO DI PAOLO RODARI E PADRE AMORTH: LO SPECIALE DEL BLOG
Papa/ In libro di esorcista rito eseguito da Ratzinger a udienza
In uscita volume di padre G. Amorth e giornalista P. Rodari
Città del Vaticano, 1 feb. (TMNews)
C'è anche un rito esorcistico operato da Papa Ratzinger del maggio 2009 in piazza San Pietro, nel libro 'L'ultimo esorcista' scritto dall'esorcista Gabriele Amorth e del giornalista Paolo Rodari e in uscita il 7 febbraio.
"E' mercoledì, il giorno dell'udienza generale", racconta il sacerdote in un brano anticipato domani da 'Panorama'. "I fedeli sono arrivati da tutto il mondo. Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione. I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li 'scortano'". Quando suonano le 10 "dall'arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato". Il racconto prosegue: "Il Papa scende dall'auto e saluta le persone poste nelle prime file. Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. 'Santità, santità, siamo qui!', urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione. Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d'odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono 3 metri indietro, sbattuti per terra. Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l'udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi. Tornano se stessi. E non ricordano nulla".
© Copyright TMNews
Papa/ In libro di esorcista rito eseguito da Ratzinger a udienza
In uscita volume di padre G. Amorth e giornalista P. Rodari
Città del Vaticano, 1 feb. (TMNews)
C'è anche un rito esorcistico operato da Papa Ratzinger del maggio 2009 in piazza San Pietro, nel libro 'L'ultimo esorcista' scritto dall'esorcista Gabriele Amorth e del giornalista Paolo Rodari e in uscita il 7 febbraio.
"E' mercoledì, il giorno dell'udienza generale", racconta il sacerdote in un brano anticipato domani da 'Panorama'. "I fedeli sono arrivati da tutto il mondo. Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione. I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li 'scortano'". Quando suonano le 10 "dall'arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato". Il racconto prosegue: "Il Papa scende dall'auto e saluta le persone poste nelle prime file. Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. 'Santità, santità, siamo qui!', urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione. Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d'odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono 3 metri indietro, sbattuti per terra. Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l'udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi. Tornano se stessi. E non ricordano nulla".
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«L’ultimo esorcista». Il nuovo libro di Paolo Rodari e Padre Amorth. I contenuti del volume e il primo capitolo in anteprima
Clicca qui per la descrizione del libro a cura di Piemme e qui per leggere il primo capitolo.
"L'ULTIMO ESORCISTA". LO STRAORDINARIO LIBRO DI PAOLO RODARI E PADRE AMORTH: LO SPECIALE DEL BLOG
"L'ULTIMO ESORCISTA". LO STRAORDINARIO LIBRO DI PAOLO RODARI E PADRE AMORTH: LO SPECIALE DEL BLOG
Oggi l'Antico di giorni diventa bambino. La festa dell'Incontro del Signore nella tradizione bizantina (Nin)
La festa dell'Incontro del Signore nella tradizione bizantina
Oggi l'Antico di giorni diventa bambino
di MANUEL NIN
Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio è una delle dodici grandi feste dell'anno liturgico. Testimoniata già nella seconda metà del IV secolo, sottolinea l'incontro tra l'umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, e la divinità, lo stesso Cristo Signore.
L'iconografia ha poche varianti, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere ai Balcani, con Cristo, Maria e Simeone come figure centrali, Giuseppe e Anna in secondo piano. L'altare con tovaglie e ciborio trasforma il tempio dell'antica alleanza in edificio di culto cristiano. Così la presentazione di Gesù quaranta giorni dopo la nascita diventa la festa dell'Incontro dell'umanità invecchiata con l'uomo nuovo, Cristo. In alcune icone Maria porta il bimbo nelle sue braccia, in altre è Simeone a sorreggerlo, ricordando il Grande ingresso nella Divina liturgia bizantina, quando il vescovo riceve i doni preparati del pane e del vino per deporli sull'altare.
Simeone, come il vescovo, accogliendo Cristo diventa colui che professa la fede della Chiesa: "Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l'uomo. Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia".
La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa in bocca a Simeone; anche al momento della presentazione del candidato all'ordinazione episcopale, costui pronuncia tre professioni di fede legate ai quattro concili. Simeone stesso in un testo diventa figura di Cristo nella sua discesa agli inferi: "Ora lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino".
Diversi tropari sottolineano come il bambino presentato al tempio è anche colui che aveva parlato nell'Antico Testamento: "Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in precedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge. Questi è colui che Davide annuncia; questi è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è incarnato per noi e che parla nella Legge".
L'incontro tra l'umanità invecchiata simboleggiata da Simeone e Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere un versetto del profeta Daniele (7, 9) in chiave cristologica: "L'Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è portato al santuario dalla Madre Vergine. È bambino per me l'Antico di giorni; il Dio purissimo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, riconosce Dio stesso, apparso nella carne". Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo "antico di giorni" adesso appare "bambino nuovo", come lo canta la liturgia del Natale.
Maria, la Madre di Dio, viene presentata nei testi liturgici come colei che porta Cristo. Uno di questi (Adorna thalamum tuum Sion) è entrato nell'ufficiatura romana: "Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino".
In un lungo tropario di Andrea di Creta le braccia che portano il Cristo non sono di Maria ma del vegliardo Simeone, entrambi sono figura della Chiesa che porta Cristo agli uomini, introducendo in modo discreto la figura di Giuseppe, in secondo piano anche nell'iconografia: "Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai serafini, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tortore, ecco la Chiesa incontaminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per significare che egli è principe dell'antico e del nuovo patto. Simeone, accogliendo il compimento dell'oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre di Dio Maria, simbolicamente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gridando: Ora lascia che me ne vada, o sovrano, come mi avevi predetto, perché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore salvatore del popolo che da Cristo prende nome".
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Oggi l'Antico di giorni diventa bambino
di MANUEL NIN
Nelle Chiese orientali la festa del 2 febbraio è una delle dodici grandi feste dell'anno liturgico. Testimoniata già nella seconda metà del IV secolo, sottolinea l'incontro tra l'umanità, rappresentata dai vegliardi Simeone e Anna, e la divinità, lo stesso Cristo Signore.
L'iconografia ha poche varianti, dai mosaici romani di Santa Maria in Trastevere ai Balcani, con Cristo, Maria e Simeone come figure centrali, Giuseppe e Anna in secondo piano. L'altare con tovaglie e ciborio trasforma il tempio dell'antica alleanza in edificio di culto cristiano. Così la presentazione di Gesù quaranta giorni dopo la nascita diventa la festa dell'Incontro dell'umanità invecchiata con l'uomo nuovo, Cristo. In alcune icone Maria porta il bimbo nelle sue braccia, in altre è Simeone a sorreggerlo, ricordando il Grande ingresso nella Divina liturgia bizantina, quando il vescovo riceve i doni preparati del pane e del vino per deporli sull'altare.
Simeone, come il vescovo, accogliendo Cristo diventa colui che professa la fede della Chiesa: "Ora sono stato liberato, perché ho visto il mio Salvatore. Questi è colui che è stato partorito dalla Vergine: è il Verbo, Dio da Dio, colui che per noi si è incarnato e ha salvato l'uomo. Si apra oggi la porta del cielo: il Verbo eterno del Padre, assunto un principio temporale, senza uscire dalla sua divinità, è presentato per suo volere al tempio della Legge dalla Vergine Madre e il vegliardo lo prende tra le braccia".
La professione di fede dei quattro primi concili ecumenici viene messa in bocca a Simeone; anche al momento della presentazione del candidato all'ordinazione episcopale, costui pronuncia tre professioni di fede legate ai quattro concili. Simeone stesso in un testo diventa figura di Cristo nella sua discesa agli inferi: "Ora lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli senza mutamento fatto bambino".
Diversi tropari sottolineano come il bambino presentato al tempio è anche colui che aveva parlato nell'Antico Testamento: "Accogli, Simeone, colui che Mosè vide in precedenza, nella caligine, quando gli dava la Legge sul Sinai, e che ora, divenuto bambino, si assoggetta alla Legge. Questi è colui che Davide annuncia; questi è colui che ha parlato nei profeti, colui che si è incarnato per noi e che parla nella Legge".
L'incontro tra l'umanità invecchiata simboleggiata da Simeone e Anna e la nuova umanità in Cristo, fa riprendere un versetto del profeta Daniele (7, 9) in chiave cristologica: "L'Antico di giorni, divenuto bambino nella carne, è portato al santuario dalla Madre Vergine. È bambino per me l'Antico di giorni; il Dio purissimo si sottopone alle purificazioni, per confermare che è realmente la mia carne quella che dalla Vergine ha assunto. Simeone, iniziato ai misteri, riconosce Dio stesso, apparso nella carne". Colui che la visione del profeta vede come un vegliardo "antico di giorni" adesso appare "bambino nuovo", come lo canta la liturgia del Natale.
Maria, la Madre di Dio, viene presentata nei testi liturgici come colei che porta Cristo. Uno di questi (Adorna thalamum tuum Sion) è entrato nell'ufficiatura romana: "Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino".
In un lungo tropario di Andrea di Creta le braccia che portano il Cristo non sono di Maria ma del vegliardo Simeone, entrambi sono figura della Chiesa che porta Cristo agli uomini, introducendo in modo discreto la figura di Giuseppe, in secondo piano anche nell'iconografia: "Colui che è portato dai cherubini e celebrato dai serafini, presentato oggi nel sacro tempio secondo la Legge, ha per trono le braccia di un vegliardo; per mano di Giuseppe riceve doni degni di Dio: sotto forma di una coppia di tortore, ecco la Chiesa incontaminata e il nuovo popolo eletto delle genti, insieme a due piccoli di colomba per significare che egli è principe dell'antico e del nuovo patto. Simeone, accogliendo il compimento dell'oracolo che aveva ricevuto, benedice la Vergine Madre di Dio Maria, simbolicamente predicendole la passione di colui che da lei era nato, e a lui chiede di essere sciolto dalla vita, gridando: Ora lascia che me ne vada, o sovrano, come mi avevi predetto, perché io ho visto te, luce sempiterna, e Signore salvatore del popolo che da Cristo prende nome".
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Orlandi, la verità non può più attendere (Fagiolo). Perché i media si svegliano solo ora? (R.)
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Trovo francamente imbarazzante che i media affermino solo ora che occorra dare una risposta alla famiglia Orlandi. Dov'erano fino al 19 aprile 2005? Sarebbe stato molto piu' facile, nell'immediatezza del rapimento, esigere spiegazioni dalla magistratura italiana, dalla polizia e dal Vaticano. Ma, si sa, anche per i media, e non solo, esistono immunita' da preservare sempre e comunque.
Trovo francamente imbarazzante che i media affermino solo ora che occorra dare una risposta alla famiglia Orlandi. Dov'erano fino al 19 aprile 2005? Sarebbe stato molto piu' facile, nell'immediatezza del rapimento, esigere spiegazioni dalla magistratura italiana, dalla polizia e dal Vaticano. Ma, si sa, anche per i media, e non solo, esistono immunita' da preservare sempre e comunque.
Un quotidiano pubblica un «memo» riservato sui rapporti tra lo Ior e la nuova Autorità di vigilanza interna, e conclude che non c’è vera volontà di trasparenza. Ma le cose non stanno così (Tornielli)
Una vita adeguata al Vangelo. L'arcivescovo Braz de Aviz in occasione della Giornata mondiale dedicata alle religiose e ai religiosi (Gori)
L'arcivescovo Braz de Aviz in occasione della Giornata mondiale dedicata alle religiose e ai religiosi
Una vita adeguata al Vangelo
di Nicola Gori
La globalizzazione pone nuove sfide ai consacrati che sono tenuti a rispondere con una maggiore fedeltà al Vangelo. Più comunione, più collaborazione, più disponibilità a condividere beni ed energie tra diversi istituti religiosi e società apostoliche per superare momenti di crisi e testimoniare concretamente al mondo i consigli evangelici. È quanto chiede l'arcivescovo João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in questa intervista rilasciata al nostro giornale in occasione della Giornata mondiale della vita consacrata, che si celebra giovedì 2 febbraio, festa della presentazione del Signore.
In che modo questa giornata, istituita da quindici anni, è di sprone alle religiose e ai religiosi?
È una cosa molto bella avere una giornata in cui la Chiesa pone l'attenzione su questa vocazione così speciale nel popolo di Dio. Nella vita consacrata, nell'esperienza degli eremiti e dei monaci, nei vari istituti e nelle società di vita apostolica troviamo una risposta molto particolare alla chiamata del Signore. Questa vocazione ha sempre avuto una grande importanza nella Chiesa, soprattutto perché annunzia dei valori che sono già presenti, ma che sono anche futuri, come il celibato e la verginità. In questo senso, allora sono contentissimo di vedere che continua questa tradizione di celebrare la giornata nel giorno in cui si ricorda la Madonna che presenta Gesù al tempio. Questo è molto bello, perché la Madonna è un po' la sintesi di tutte le vocazioni.
Di fronte alla riduzione del numero di consacrati e consacrate, ci si orienta a rispondere con una maggior qualità evangelica. È la risposta giusta alla crisi di vocazioni?
Penso sia una delle direzioni molto preziose. Certo, la riduzione del numero dei consacrati e delle consacrate è un fenomeno tipicamente dell'Europa, dove c'è un'accentuazione maggiore. Lo riscontriamo anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia e un poco in America Latina, dove si verifica in parte questo calo. Ultimamente, abbiamo ricevuto un rapporto dei vescovi della Francia che ci ha fatto un po' soffrire. In dieci anni le suore in Francia sono calate da 36.000 a 6.000. Sicuramente, questo è un fenomeno da osservare più da vicino. Abbiamo anche sentito dai vescovi dell'Australia che quasi non si percepisce più la presenza e l'importanza dei religiosi. Abbiamo dialogato con loro su questo, perché ci sembrava che occorresse, al contrario, maggiore attenzione. Ci sono nazioni, invece, dove c'è una crescita enorme. Penso all'India, alla Corea e ad altri Paesi d'Oriente, nei quali il numero dei consacrati è in aumento. Anche in Africa ci sono tantissime vocazioni, che devono essere ben vagliate per comprenderne le motivazioni profonde. Notiamo poi che nei luoghi dove c'è una maggiore qualità di vita evangelica, proprio lì comincia una nuova sensibilità. I giovani credono in questo rapporto più profondo con il Signore. Mi sembra -- è una constatazione personale -- che una delle questioni basilari è che i rapporti interpersonali sono malati. Non sappiamo rapportarci, né come autorità e obbedienza, né come fraternità. Tutto ciò provoca un male molto grande, perché questa solitudine che nel mondo è individualismo, nella comunità può diventare angoscia e non risolve il problema interiore. Non a caso, molti consacrati e consacrate escono dagli istituti non perché non sentano la vocazione, ma perché non si sentono più felici nella comunità. È un fenomeno che desta attenzione, perché in un certo senso è un po' nuovo, essendo legato alla globalizzazione e alla ricerca della felicità umana. E perché viene fuori? Perché la maggior qualità evangelica va di pari passo all'attenzione a questo nuovo momento della storia umana.
È ancora importante la formazione per diventare religiosi e religiose credibili nel mondo globalizzato?
Questo è uno dei punti più importanti. Le congregazioni e gli ordini che si interessano di avere formatori ben formati e investono energie in questo ambito, stanno portando avanti un lavoro che dà molti frutti. Bisogna fare attenzione, però, che non diventi una formazione solo disciplinare e intellettuale, pur necessaria, ma che sia condotta sul modello dei discepoli e delle discepole di Gesù. Questo è il punto critico, perché essere discepolo è un cammino di conversione e deve riguardare e durare tutta la vita. Manca anche nei formatori la capacità di essere corpo: non perché non si sentono identificati, ma perché nel concreto della vita si è spesso focalizzati sulla propria persona e sulle proprie idee. Si dovrebbe invece partire da qualche cosa che è comune, dal Vangelo. Si deve adeguare la formazione al Vangelo. Non si tratta principalmente di favorire virtù che mi spingano a essere capace di dominare la mia volontà, quanto di consegnarsi al Signore e lasciarsi guidare da Lui, perché crediamo nel suo amore.
Cosa distingue l'impegno di tanti consacrati dai volontari di organizzazioni a scopi umanitari che si dedicano ai più poveri tra i poveri, soprattutto, in zone di guerra e di pericolo?
Oggi noi dobbiamo avere una coscienza dei valori degli uomini e delle donne che lavorano in varie parti del mondo, in modo che, se essi coincidono con i nostri, possiamo lavorare insieme. Non si tratta di sminuire l'impegno dei volontari ispirati da scopi umanitari, che svolgono un grandissimo lavoro. La differenza è che noi vi aggiungiamo una dimensione decisiva, che è quella della fede. Noi non lavoriamo solo a scopi umanitari. C'è anche questo, ma il punto che definisce veramente il nostro intervento è la fede. Chi servo io? Servo Cristo nell'altro. Stabilisco un rapporto con Dio negli altri. Questa è una cosa diversa: dà il sigillo a quello che l'uomo e la donna di fede possono donare agli altri.
La vita all'insegna della povertà volontaria dei consacrati è recepita con sufficiente chiarezza come contributo a superare nella società uno stile di vita consumistico?
Molte volte questa povertà volontaria si manifesta nella persona. Si nota che individualmente i religiosi non possiedono niente, però l'istituzione non dà sempre la stessa testimonianza. Non è che siamo contro i beni o diciamo che la Chiesa non possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Ma la domanda è un'altra: perché non circolano? Mettiamo il caso di una congregazione che abbia in banca una somma consistente, in vista di una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei suoi membri. È questa la finalità? Quei soldi non potrebbero servire a un altro istituto? A un pezzo di Chiesa sofferente che ha bisogno? Perché non sappiamo dire che mettiamo i nostri averi a disposizione di tanti altri? Notiamo che non sempre c'è questa sensibilità o questa disponibilità a far circolare i beni. E ciò, invece, aiuterebbe tanto e potremmo soccorrere situazioni molto difficili, divenendo anche più liberi da tutto quello che abbiamo. Alle volte ho l'impressione che manca un senso profondo della Provvidenza di Dio. Siamo entrati un po' in un'ottica consumistica. Assisto anche alle volte a divisioni a causa dei beni e questo indica che lo spirito non è corretto. C'è una figura nuova che sta prendendo corpo in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America, dove molti religiosi si stanno organizzando in «corporazioni». Si tratta di un'entità nuova, che accomuna membri di vari ordini o opere dello stesso ordine per una maggiore sicurezza, efficacia ed economia. Come Congregazione stiamo seguendo questa realtà, ma ancora non sappiamo bene come si evolverà, perché è una cosa nuova.
L'invecchiamento -- soprattutto in Occidente -- di suore e religiosi pone problemi di prospettiva. In che modo si stanno affrontando?
È un fenomeno che riguarda soprattutto l'Europa e i Paesi più ricchi. Alcune congregazioni vedono gli anziani come una difficoltà, come un peso, e li separano in un'altra struttura dove essi attendono la morte. Ricevono le migliori cure possibili con personale medico specializzato, ma non c'è più la famiglia, realizzata attraverso la vicinanza del consacrato o della consacrata giovani. L'anziano non è visto più come una fonte di saggezza e muore di solitudine, perché vede davanti a sé la morte e Dio, ma non vede la comunità. Questo è un fenomeno molto brutto. Come è bello vedere persone anziane che vivono nella comunità. Si vede l'anziano ben inserito che vive bene fino alla fine; quando invece è separato, riceve tutto ma non ha più senso. Ho visto che tra religiosi si parla dell'ars moriendi, dell'arte di morire, ma non ci si riferisce all'uomo vecchio del Vangelo, bensì alla morte di un carisma. Ci si prepara per quando un carisma non ci sarà più. Ma bisogna avere fiducia nell'azione di Dio. Le racconto un episodio. Sono andato a visitare i padri mariani dell'Immacolata Concezione, fondati in Polonia nel XVII secolo. Per circostanze storiche si sono sviluppati moltissimo, ma in tutti i Paesi dove erano presenti c'è stata una persecuzione o la distruzione delle loro case. Alla fine ne era rimasto uno solo. Due anni prima che morisse, tre persone hanno conosciuto la testimonianza di quest'uomo. E hanno chiesto di entrare nell'ordine. Hanno emesso i voti. Uno di loro era avvocato, poi è diventato vescovo. Adesso la congregazione è rifiorita. Questa è la visione di Dio. Non è un calcolo che noi facciamo. Mi dispiace moltissimo sentir dire, anche da alcuni vescovi, che certi carismi sono passati. Non è così, la Parola di Dio non passa. Passa se non è testimoniata. Bisogna riprendere questa fiducia nell'azione di Dio. Vedo che alcune congregazioni sono in crisi. Come fare? Se ci sarà una vita vera rinasceranno, ma occorre avere fiducia.
Dal 4 al 14 febbraio a Kampala si svolgerà la ii Assemblea della conferenza dei superiori maggiori di Africa e Madagascar. Quale contributo possono dare i consacrati alle sfide sociali e religiose del continente?
Sono felice di partire per l'Uganda per partecipare all'incontro. All'assemblea parteciperanno circa duemila superiori provenienti da tutta l'Africa. Vado con il desiderio enorme di ascoltare questa realtà. Penso sia importante tornare ai propri carismi, alla fedeltà ai doni ricevuti. Se non c'è questo, anche le opere diventano difficili. Noi sappiamo il ruolo che hanno avuto e hanno oggi i consacrati in Africa. Vediamo quanto hanno fatto e fanno ancora ogni giorno per la Chiesa. I consacrati che vivono la loro vita per Dio trovano Dio nel rapporto di amore con le persone negli ospedali, nelle scuole, negli orfanotrofi. Essi sono un gioiello della Chiesa. Sto leggendo il documento dell'ultimo Sinodo dei vescovi per l'Africa e noto veramente come la Chiesa ami quel Continente e come i pastori abbiano saputo darne un visione molto concreta, riconoscendo il ruolo che hanno i consacrati in quel contesto sociale. Parto volentieri, perché il Papa dice che dobbiamo sempre di più amare e capire l'Africa, e averla nel cuore.
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Una vita adeguata al Vangelo
di Nicola Gori
La globalizzazione pone nuove sfide ai consacrati che sono tenuti a rispondere con una maggiore fedeltà al Vangelo. Più comunione, più collaborazione, più disponibilità a condividere beni ed energie tra diversi istituti religiosi e società apostoliche per superare momenti di crisi e testimoniare concretamente al mondo i consigli evangelici. È quanto chiede l'arcivescovo João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, in questa intervista rilasciata al nostro giornale in occasione della Giornata mondiale della vita consacrata, che si celebra giovedì 2 febbraio, festa della presentazione del Signore.
In che modo questa giornata, istituita da quindici anni, è di sprone alle religiose e ai religiosi?
È una cosa molto bella avere una giornata in cui la Chiesa pone l'attenzione su questa vocazione così speciale nel popolo di Dio. Nella vita consacrata, nell'esperienza degli eremiti e dei monaci, nei vari istituti e nelle società di vita apostolica troviamo una risposta molto particolare alla chiamata del Signore. Questa vocazione ha sempre avuto una grande importanza nella Chiesa, soprattutto perché annunzia dei valori che sono già presenti, ma che sono anche futuri, come il celibato e la verginità. In questo senso, allora sono contentissimo di vedere che continua questa tradizione di celebrare la giornata nel giorno in cui si ricorda la Madonna che presenta Gesù al tempio. Questo è molto bello, perché la Madonna è un po' la sintesi di tutte le vocazioni.
Di fronte alla riduzione del numero di consacrati e consacrate, ci si orienta a rispondere con una maggior qualità evangelica. È la risposta giusta alla crisi di vocazioni?
Penso sia una delle direzioni molto preziose. Certo, la riduzione del numero dei consacrati e delle consacrate è un fenomeno tipicamente dell'Europa, dove c'è un'accentuazione maggiore. Lo riscontriamo anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia e un poco in America Latina, dove si verifica in parte questo calo. Ultimamente, abbiamo ricevuto un rapporto dei vescovi della Francia che ci ha fatto un po' soffrire. In dieci anni le suore in Francia sono calate da 36.000 a 6.000. Sicuramente, questo è un fenomeno da osservare più da vicino. Abbiamo anche sentito dai vescovi dell'Australia che quasi non si percepisce più la presenza e l'importanza dei religiosi. Abbiamo dialogato con loro su questo, perché ci sembrava che occorresse, al contrario, maggiore attenzione. Ci sono nazioni, invece, dove c'è una crescita enorme. Penso all'India, alla Corea e ad altri Paesi d'Oriente, nei quali il numero dei consacrati è in aumento. Anche in Africa ci sono tantissime vocazioni, che devono essere ben vagliate per comprenderne le motivazioni profonde. Notiamo poi che nei luoghi dove c'è una maggiore qualità di vita evangelica, proprio lì comincia una nuova sensibilità. I giovani credono in questo rapporto più profondo con il Signore. Mi sembra -- è una constatazione personale -- che una delle questioni basilari è che i rapporti interpersonali sono malati. Non sappiamo rapportarci, né come autorità e obbedienza, né come fraternità. Tutto ciò provoca un male molto grande, perché questa solitudine che nel mondo è individualismo, nella comunità può diventare angoscia e non risolve il problema interiore. Non a caso, molti consacrati e consacrate escono dagli istituti non perché non sentano la vocazione, ma perché non si sentono più felici nella comunità. È un fenomeno che desta attenzione, perché in un certo senso è un po' nuovo, essendo legato alla globalizzazione e alla ricerca della felicità umana. E perché viene fuori? Perché la maggior qualità evangelica va di pari passo all'attenzione a questo nuovo momento della storia umana.
È ancora importante la formazione per diventare religiosi e religiose credibili nel mondo globalizzato?
Questo è uno dei punti più importanti. Le congregazioni e gli ordini che si interessano di avere formatori ben formati e investono energie in questo ambito, stanno portando avanti un lavoro che dà molti frutti. Bisogna fare attenzione, però, che non diventi una formazione solo disciplinare e intellettuale, pur necessaria, ma che sia condotta sul modello dei discepoli e delle discepole di Gesù. Questo è il punto critico, perché essere discepolo è un cammino di conversione e deve riguardare e durare tutta la vita. Manca anche nei formatori la capacità di essere corpo: non perché non si sentono identificati, ma perché nel concreto della vita si è spesso focalizzati sulla propria persona e sulle proprie idee. Si dovrebbe invece partire da qualche cosa che è comune, dal Vangelo. Si deve adeguare la formazione al Vangelo. Non si tratta principalmente di favorire virtù che mi spingano a essere capace di dominare la mia volontà, quanto di consegnarsi al Signore e lasciarsi guidare da Lui, perché crediamo nel suo amore.
Cosa distingue l'impegno di tanti consacrati dai volontari di organizzazioni a scopi umanitari che si dedicano ai più poveri tra i poveri, soprattutto, in zone di guerra e di pericolo?
Oggi noi dobbiamo avere una coscienza dei valori degli uomini e delle donne che lavorano in varie parti del mondo, in modo che, se essi coincidono con i nostri, possiamo lavorare insieme. Non si tratta di sminuire l'impegno dei volontari ispirati da scopi umanitari, che svolgono un grandissimo lavoro. La differenza è che noi vi aggiungiamo una dimensione decisiva, che è quella della fede. Noi non lavoriamo solo a scopi umanitari. C'è anche questo, ma il punto che definisce veramente il nostro intervento è la fede. Chi servo io? Servo Cristo nell'altro. Stabilisco un rapporto con Dio negli altri. Questa è una cosa diversa: dà il sigillo a quello che l'uomo e la donna di fede possono donare agli altri.
La vita all'insegna della povertà volontaria dei consacrati è recepita con sufficiente chiarezza come contributo a superare nella società uno stile di vita consumistico?
Molte volte questa povertà volontaria si manifesta nella persona. Si nota che individualmente i religiosi non possiedono niente, però l'istituzione non dà sempre la stessa testimonianza. Non è che siamo contro i beni o diciamo che la Chiesa non possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Ma la domanda è un'altra: perché non circolano? Mettiamo il caso di una congregazione che abbia in banca una somma consistente, in vista di una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei suoi membri. È questa la finalità? Quei soldi non potrebbero servire a un altro istituto? A un pezzo di Chiesa sofferente che ha bisogno? Perché non sappiamo dire che mettiamo i nostri averi a disposizione di tanti altri? Notiamo che non sempre c'è questa sensibilità o questa disponibilità a far circolare i beni. E ciò, invece, aiuterebbe tanto e potremmo soccorrere situazioni molto difficili, divenendo anche più liberi da tutto quello che abbiamo. Alle volte ho l'impressione che manca un senso profondo della Provvidenza di Dio. Siamo entrati un po' in un'ottica consumistica. Assisto anche alle volte a divisioni a causa dei beni e questo indica che lo spirito non è corretto. C'è una figura nuova che sta prendendo corpo in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America, dove molti religiosi si stanno organizzando in «corporazioni». Si tratta di un'entità nuova, che accomuna membri di vari ordini o opere dello stesso ordine per una maggiore sicurezza, efficacia ed economia. Come Congregazione stiamo seguendo questa realtà, ma ancora non sappiamo bene come si evolverà, perché è una cosa nuova.
L'invecchiamento -- soprattutto in Occidente -- di suore e religiosi pone problemi di prospettiva. In che modo si stanno affrontando?
È un fenomeno che riguarda soprattutto l'Europa e i Paesi più ricchi. Alcune congregazioni vedono gli anziani come una difficoltà, come un peso, e li separano in un'altra struttura dove essi attendono la morte. Ricevono le migliori cure possibili con personale medico specializzato, ma non c'è più la famiglia, realizzata attraverso la vicinanza del consacrato o della consacrata giovani. L'anziano non è visto più come una fonte di saggezza e muore di solitudine, perché vede davanti a sé la morte e Dio, ma non vede la comunità. Questo è un fenomeno molto brutto. Come è bello vedere persone anziane che vivono nella comunità. Si vede l'anziano ben inserito che vive bene fino alla fine; quando invece è separato, riceve tutto ma non ha più senso. Ho visto che tra religiosi si parla dell'ars moriendi, dell'arte di morire, ma non ci si riferisce all'uomo vecchio del Vangelo, bensì alla morte di un carisma. Ci si prepara per quando un carisma non ci sarà più. Ma bisogna avere fiducia nell'azione di Dio. Le racconto un episodio. Sono andato a visitare i padri mariani dell'Immacolata Concezione, fondati in Polonia nel XVII secolo. Per circostanze storiche si sono sviluppati moltissimo, ma in tutti i Paesi dove erano presenti c'è stata una persecuzione o la distruzione delle loro case. Alla fine ne era rimasto uno solo. Due anni prima che morisse, tre persone hanno conosciuto la testimonianza di quest'uomo. E hanno chiesto di entrare nell'ordine. Hanno emesso i voti. Uno di loro era avvocato, poi è diventato vescovo. Adesso la congregazione è rifiorita. Questa è la visione di Dio. Non è un calcolo che noi facciamo. Mi dispiace moltissimo sentir dire, anche da alcuni vescovi, che certi carismi sono passati. Non è così, la Parola di Dio non passa. Passa se non è testimoniata. Bisogna riprendere questa fiducia nell'azione di Dio. Vedo che alcune congregazioni sono in crisi. Come fare? Se ci sarà una vita vera rinasceranno, ma occorre avere fiducia.
Dal 4 al 14 febbraio a Kampala si svolgerà la ii Assemblea della conferenza dei superiori maggiori di Africa e Madagascar. Quale contributo possono dare i consacrati alle sfide sociali e religiose del continente?
Sono felice di partire per l'Uganda per partecipare all'incontro. All'assemblea parteciperanno circa duemila superiori provenienti da tutta l'Africa. Vado con il desiderio enorme di ascoltare questa realtà. Penso sia importante tornare ai propri carismi, alla fedeltà ai doni ricevuti. Se non c'è questo, anche le opere diventano difficili. Noi sappiamo il ruolo che hanno avuto e hanno oggi i consacrati in Africa. Vediamo quanto hanno fatto e fanno ancora ogni giorno per la Chiesa. I consacrati che vivono la loro vita per Dio trovano Dio nel rapporto di amore con le persone negli ospedali, nelle scuole, negli orfanotrofi. Essi sono un gioiello della Chiesa. Sto leggendo il documento dell'ultimo Sinodo dei vescovi per l'Africa e noto veramente come la Chiesa ami quel Continente e come i pastori abbiano saputo darne un visione molto concreta, riconoscendo il ruolo che hanno i consacrati in quel contesto sociale. Parto volentieri, perché il Papa dice che dobbiamo sempre di più amare e capire l'Africa, e averla nel cuore.
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
mercoledì 1 febbraio 2012
Il neo cardinale Joao Braz de Aviz: i religiosi lasciano perché si sentono infelici. Se un istituto invecchia deve sapere cedere i suoi beni ad altri (Izzo)
RELIGIOSI: PREFETTO VATICANO, LASCIANO PERCHE' SI SENTONO INFELICI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
In molti Paesi Occidentali, il crollo del numero dei religiosi e' in caduta verticale: "in dieci anni - ad esempio - le suore in Francia sono calate da 36.000 a 6.000".
Lo sottolinea il neo cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, in un'intervista rilasciata all'Osservatore Romano alla vigilia della Giornata mondiale della vita consacrata.
"Una delle questioni basilari - afferma il capo dicastero - è che i rapporti interpersonali sono malati. Non sappiamo rapportarci, né come autorità e obbedienza, né come fraternità. Tutto ciò provoca un male molto grande, perché questa solitudine che nel mondo è individualismo, nella comunità può diventare angoscia e non risolve il problema interiore".
"Non a caso - osserva il prefetto - molti consacrati e consacrate escono dagli istituti non perché non sentano la vocazione, ma perché non si sentono più felici nella comunità. È un fenomeno che desta attenzione, perché in un certo senso è un po’ nuovo, essendo legato alla globalizzazione e alla ricerca della felicità umana.
E perché viene fuori? Perché la maggior qualità evangelica va di pari passo all’attenzione a questo nuovo momento della storia umana". "Abbiamo anche sentito dai vescovi dell’Australia - rivela Braz de Aviz - che quasi non si percepisce più la presenza e l’importanza dei religiosi. Abbiamo dialogato con loro su questo, perché ci sembrava che occorresse, al contrario, maggiore attenzione. Ci sono nazioni, invece, dove c’è una crescita enorme.
Penso all’India, alla Corea e ad altri Paesi d’Oriente, nei quali il numero dei consacrati è in aumento. Anche in Africa ci sono tantissime vocazioni, che devono essere ben vagliate per comprenderne le motivazioni profonde. Notiamo poi che nei luoghi dove c’è una maggiore qualità di vita evangelica, proprio lì comincia una nuova sensibilità".
© Copyright (AGI)
RELIGIOSI: S.SEDE, SE ISTITUTO INVECCHIA DEVE SAPER CEDERE SUOI BENI AD ALTRI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Anche se generalmente si ammette che "individualmente i religiosi non possiedono niente, l’istituzione non dà sempre la stessa testimonianza". Lo denuncia il neo cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, in un'intervista rilasciata all'Osservatore Romano alla vigilia della Giornata mondiale della vita consacrata.
"Non è - spiega il capo dicastero - che siamo contro i beni o diciamo che la Chiesa non possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Ma la domanda è un’altra: perché non circolano? Mettiamo il caso di una congregazione che abbia in banca una somma consistente, in vista di una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei suoi membri. È questa la finalità? Quei soldi non potrebbero servire a un altro istituto? A un pezzo di Chiesa sofferente che ha bisogno? Perché non sappiamo dire che mettiamo i nostri averi a disposizione di tanti altri?". "Notiamo - lamenta Braz de Aviz - che non sempre c’è questa sensibilità o questa disponibilità a far circolare i beni. E ciò, invece, aiuterebbe tanto e potremmo soccorrere situazioni molto difficili, divenendo anche più liberi da tutto quello che abbiamo". "Alle volte - sintetizza il prefetto vaticano nell'intervista - ho l’impressione che manca un senso profondo della Provvidenza di Dio".
"Siamo entrati un po' in un'ottica consumistica. Assisto anche alle volte a divisioni a causa dei beni e questo indica che lo spirito non e' corretto", afferma il prefetto della Congregazione dei religiosi che indica pero' "una figura nuova che sta prendendo corpo in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America, dove molti religiosi si stanno organizzando in 'corporazioni". Si tratta "di un'entita' nuova, che accomuna membri di vari ordini o opere dello stesso ordine per una maggiore sicurezza, efficacia ed economia. Come Congregazione stiamo - assicura - seguendo questa realta', ma ancora non sappiamo bene come si evolvera', perche' e' una cosa nuova".
Il neo cardinale si sofferma nell'intervista pure sulla difficile situazione dei consacrati di eta' veneranda. "Alcune congregazioni - ammette - vedono gli anziani come una difficolta', come un peso, e li separano in un'altra struttura dove essi attendono la morte. Ricevono le migliori cure possibili con personale medico specializzato, ma non c'e' piu' la famiglia, realizzata attraverso la vicinanza del consacrato o della consacrata giovani.
L'anziano non e' visto piu' come una fonte di saggezza e muore di solitudine, perche' vede davanti a se' la morte e Dio, ma non vede la comunita'. Questo e' un fenomeno molto brutto. Come e' bello vedere persone anziane che vivono nella comunita'. Si vede l'anziano ben inserito che vive bene fino alla fine; quando invece e' separato, riceve tutto ma non ha piu' senso".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
In molti Paesi Occidentali, il crollo del numero dei religiosi e' in caduta verticale: "in dieci anni - ad esempio - le suore in Francia sono calate da 36.000 a 6.000".
Lo sottolinea il neo cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, in un'intervista rilasciata all'Osservatore Romano alla vigilia della Giornata mondiale della vita consacrata.
"Una delle questioni basilari - afferma il capo dicastero - è che i rapporti interpersonali sono malati. Non sappiamo rapportarci, né come autorità e obbedienza, né come fraternità. Tutto ciò provoca un male molto grande, perché questa solitudine che nel mondo è individualismo, nella comunità può diventare angoscia e non risolve il problema interiore".
"Non a caso - osserva il prefetto - molti consacrati e consacrate escono dagli istituti non perché non sentano la vocazione, ma perché non si sentono più felici nella comunità. È un fenomeno che desta attenzione, perché in un certo senso è un po’ nuovo, essendo legato alla globalizzazione e alla ricerca della felicità umana.
E perché viene fuori? Perché la maggior qualità evangelica va di pari passo all’attenzione a questo nuovo momento della storia umana". "Abbiamo anche sentito dai vescovi dell’Australia - rivela Braz de Aviz - che quasi non si percepisce più la presenza e l’importanza dei religiosi. Abbiamo dialogato con loro su questo, perché ci sembrava che occorresse, al contrario, maggiore attenzione. Ci sono nazioni, invece, dove c’è una crescita enorme.
Penso all’India, alla Corea e ad altri Paesi d’Oriente, nei quali il numero dei consacrati è in aumento. Anche in Africa ci sono tantissime vocazioni, che devono essere ben vagliate per comprenderne le motivazioni profonde. Notiamo poi che nei luoghi dove c’è una maggiore qualità di vita evangelica, proprio lì comincia una nuova sensibilità".
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RELIGIOSI: S.SEDE, SE ISTITUTO INVECCHIA DEVE SAPER CEDERE SUOI BENI AD ALTRI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Anche se generalmente si ammette che "individualmente i religiosi non possiedono niente, l’istituzione non dà sempre la stessa testimonianza". Lo denuncia il neo cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, in un'intervista rilasciata all'Osservatore Romano alla vigilia della Giornata mondiale della vita consacrata.
"Non è - spiega il capo dicastero - che siamo contro i beni o diciamo che la Chiesa non possa avere tutto ciò di cui ha bisogno. Ma la domanda è un’altra: perché non circolano? Mettiamo il caso di una congregazione che abbia in banca una somma consistente, in vista di una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei suoi membri. È questa la finalità? Quei soldi non potrebbero servire a un altro istituto? A un pezzo di Chiesa sofferente che ha bisogno? Perché non sappiamo dire che mettiamo i nostri averi a disposizione di tanti altri?". "Notiamo - lamenta Braz de Aviz - che non sempre c’è questa sensibilità o questa disponibilità a far circolare i beni. E ciò, invece, aiuterebbe tanto e potremmo soccorrere situazioni molto difficili, divenendo anche più liberi da tutto quello che abbiamo". "Alle volte - sintetizza il prefetto vaticano nell'intervista - ho l’impressione che manca un senso profondo della Provvidenza di Dio".
"Siamo entrati un po' in un'ottica consumistica. Assisto anche alle volte a divisioni a causa dei beni e questo indica che lo spirito non e' corretto", afferma il prefetto della Congregazione dei religiosi che indica pero' "una figura nuova che sta prendendo corpo in Australia, in Canada e negli Stati Uniti d'America, dove molti religiosi si stanno organizzando in 'corporazioni". Si tratta "di un'entita' nuova, che accomuna membri di vari ordini o opere dello stesso ordine per una maggiore sicurezza, efficacia ed economia. Come Congregazione stiamo - assicura - seguendo questa realta', ma ancora non sappiamo bene come si evolvera', perche' e' una cosa nuova".
Il neo cardinale si sofferma nell'intervista pure sulla difficile situazione dei consacrati di eta' veneranda. "Alcune congregazioni - ammette - vedono gli anziani come una difficolta', come un peso, e li separano in un'altra struttura dove essi attendono la morte. Ricevono le migliori cure possibili con personale medico specializzato, ma non c'e' piu' la famiglia, realizzata attraverso la vicinanza del consacrato o della consacrata giovani.
L'anziano non e' visto piu' come una fonte di saggezza e muore di solitudine, perche' vede davanti a se' la morte e Dio, ma non vede la comunita'. Questo e' un fenomeno molto brutto. Come e' bello vedere persone anziane che vivono nella comunita'. Si vede l'anziano ben inserito che vive bene fino alla fine; quando invece e' separato, riceve tutto ma non ha piu' senso".
© Copyright (AGI)
Il Papa: davanti al male che ci angoscia, affidiamoci alla volontà di Dio (Chirri)
PAPA: DAVANTI A MALE CHE CI ANGOSCIA AFFIDIAMOCI VOLONTA' DIO
UDIENZA GENERALE SULLA PREGHIERA DI GESU' NEL GETZEMANI
Giovanna Chirri
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 1 FEB
Non sempre davanti al male che ci angoscia e' facile affidarsi alla volonta' di Dio, questa in sintesi una delle riflessioni del Papa durante l'udienza generale di questa mattina nell'aula Paolo VI in Vaticano, nella quale e' tornato sulla preghiera di Gesu'. I racconti evangelici del Getsemani, ha commentato Benedetto XVI, ''mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesu' per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno''. ''Domandiamo al Signore - ha quindi esortato - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volonta' di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un'intimita' sempre piu' grande con il Signore, per portare in questa Terra un po' del Cielo di Dio''.
Nei saluti al termine dell'udienza papa Ratzinger ha sottolineato ''Quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita''. Rivolgendosi ai giovani presenti ha preso spunto dalla figura di San Giovanni Bosco, la cui festa e' stata celebrata ieri. Con ''la particolare protezione del Santo della Gioventu''' si potranno ''trovare sempre - ha detto - educatori saggi e guide sicure''. ''La vostra sofferenza - ha proseguito rivolgendosi poi agli ammalati - offerta con generosita' al Signore, possa rendere fecondo l'impegno che la Chiesa dedica al mondo giovanile''.
Dal Papa, inoltre, un saluto particolare a una quarantina di vescovi ''amici della Comunita' di S. Egidio'', provenienti da vari Paesi dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia, accompagnati dal vescovo di Terni e assistente spirituale della Comunita' di Trastevere, mons. Vincenzo Paglia. Il Papa ha voluto incoraggiarli ad ''operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficolta'''. Tra i vescovi anche don Matteo Zuppi, che appena ieri e' stato nominato vescovo ausiliare di Roma, per il settore centro.
© Copyright (ANSA).
UDIENZA GENERALE SULLA PREGHIERA DI GESU' NEL GETZEMANI
Giovanna Chirri
(ANSA) - CITTA' DEL VATICANO, 1 FEB
Non sempre davanti al male che ci angoscia e' facile affidarsi alla volonta' di Dio, questa in sintesi una delle riflessioni del Papa durante l'udienza generale di questa mattina nell'aula Paolo VI in Vaticano, nella quale e' tornato sulla preghiera di Gesu'. I racconti evangelici del Getsemani, ha commentato Benedetto XVI, ''mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesu' per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno''. ''Domandiamo al Signore - ha quindi esortato - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volonta' di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un'intimita' sempre piu' grande con il Signore, per portare in questa Terra un po' del Cielo di Dio''.
Nei saluti al termine dell'udienza papa Ratzinger ha sottolineato ''Quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita''. Rivolgendosi ai giovani presenti ha preso spunto dalla figura di San Giovanni Bosco, la cui festa e' stata celebrata ieri. Con ''la particolare protezione del Santo della Gioventu''' si potranno ''trovare sempre - ha detto - educatori saggi e guide sicure''. ''La vostra sofferenza - ha proseguito rivolgendosi poi agli ammalati - offerta con generosita' al Signore, possa rendere fecondo l'impegno che la Chiesa dedica al mondo giovanile''.
Dal Papa, inoltre, un saluto particolare a una quarantina di vescovi ''amici della Comunita' di S. Egidio'', provenienti da vari Paesi dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia, accompagnati dal vescovo di Terni e assistente spirituale della Comunita' di Trastevere, mons. Vincenzo Paglia. Il Papa ha voluto incoraggiarli ad ''operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficolta'''. Tra i vescovi anche don Matteo Zuppi, che appena ieri e' stato nominato vescovo ausiliare di Roma, per il settore centro.
© Copyright (ANSA).
«L’ultimo esorcista». Un libro straordinario scritto da padre Gabriele Amorth e Paolo Rodari. Vi si narra anche di quanto accaduto prima dell'udienza generale nel maggio 2009
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"L'ULTIMO ESORCISTA". LO STRAORDINARIO LIBRO DI PAOLO RODARI E PADRE AMORTH: LO SPECIALE DEL BLOG
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È quando si compie la volontà di Dio, che la terra diventa Cielo (Marcolivio)
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Le radici giudaico-cristiane dell'Europa: intervista con il prof. Weiler (R.V.)
Le radici giudaico-cristiane dell'Europa: intervista con il prof. Weiler
Torniamo a parlare delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Recentemente il Senato italiano ha approvato una mozione di maggioranza sulla politica europea dell’Italia, introducendo anche un emendamento della Lega con il riferimento alle radici giudaico-cristiane. Sentiamo in proposito Joseph Weiler, ebreo, professore di diritto europeo alla New York University. L’intervista è di Debora Donnini:
R. – Questa dovrebbe essere la normale amministrazione. Riflette una realtà storico-culturale che tutti conoscono: le radici della civilizzazione europea sono Atene e Gerusalemme. Quello che è strano è che ci sia qualcuno che resiste, che vuole negare, che trova scandaloso il menzionare questo. Se per esempio qualcuno avesse detto che le radici dell’Europa sono greco-romane, nessuno avrebbe fatto obbiezione perché è chiaro che è così. Nessuno avrebbe obiettato: “questo è esclusivo perché non menziona - non lo so – i persiani o gli indiani”. E questo perché la realtà dell’Europa è che uno dei fondamenti della sua civilizzazione è greco-romana. Quando invece si parla della tradizione giudaico-cristiana, c’è qualcuno che protesta ma, in realtà, è altrettanto normale. Si tratta di un assetto storico-culturale: questa è l’Europa. Quindi per me siamo nella normalità: ora, almeno in Italia, siamo in una posizione sana. Nessuno, né i laici, né le persone che non sono della tradizione giudaico-cristiana, deve protestare, perché questa è l’Europa.
D. – Secondo lei, specialmente in un momento come questo, è importante sottolineare che l’identità dell’Europa non può essere solo l’euro, solo l’economia ed è quindi importante richiamarsi alle radici spirituali, che in Europa sono quelle giudaico-cristiane?
R. - L’Europa è molto più di un fatto economico. Anche i fondatori, De Gasperi, Adenauer - tutti credenti e cattolici - non avevano soltanto una visione economica, ma avevano anche una visione spirituale sull’ampiezza della condizione umana. Lo stesso Monnet ha detto che l’Europa non è soltanto una coalizione fra Stati ma un’unione fra uomini. L’assetto spirituale e morale dell’Europa, specialmente in un momento di crisi, è sempre più importante. Si parlava della solidarietà ma nel momento in cui bisogna pagare, la solidarietà è sparita. Questo è il frutto marcio di un’Europa semplicemente economica, materialista. Ora vediamo i risultati di questa visione. Allora è giusto menzionare le radici spirituali giudaico-cristiane ma anche ricordare che non ci sono solo quelle giudaico-cristiane, abbiamo anche preso molto da Atene e dall’illuminismo. Ma in questo momento è importante ricordare che servono la carità, la grazia: anche questo fa parte dell’assetto della civilizzazione europea.
D. – Cosa hanno portato, secondo lei, a livello di diritti, l’ebraismo e il cristianesimo in Europa?
R. – Le cose più importanti sono: primo, che il mondo in cui viviamo non è soltanto materiale, il “telos” dell’uomo non è soltanto il guadagno, il profitto personale; quindi, che dare è importante quanto prendere. Non ci sono soltanto i diritti che sono comunque molto importanti - la storia dei diritti fondamentali, i diritti dell’uomo - ma l’assetto giudaico-cristiano fa pensare anche ai doveri fondamentali dell’individuo verso la società. Per esempio, nel Levitico, capitolo 19, è descritta una visione bellissima di una società che si prende cura della miseria, dei poveri e tutto questo senza parlare di diritti ma solo di doveri. Questo è un contributo importante del pensiero giudaico-cristiano nella nostra civilizzazione: la responsabilità degli uni verso gli altri, non soltanto il diritto, ma anche la solidarietà. In questo momento di crisi bisognerebbe pensare a quali sono i miei doveri verso gli altri, non i miei diritti verso gli altri. (bf)
© Copyright Radio Vaticana
Torniamo a parlare delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Recentemente il Senato italiano ha approvato una mozione di maggioranza sulla politica europea dell’Italia, introducendo anche un emendamento della Lega con il riferimento alle radici giudaico-cristiane. Sentiamo in proposito Joseph Weiler, ebreo, professore di diritto europeo alla New York University. L’intervista è di Debora Donnini:
R. – Questa dovrebbe essere la normale amministrazione. Riflette una realtà storico-culturale che tutti conoscono: le radici della civilizzazione europea sono Atene e Gerusalemme. Quello che è strano è che ci sia qualcuno che resiste, che vuole negare, che trova scandaloso il menzionare questo. Se per esempio qualcuno avesse detto che le radici dell’Europa sono greco-romane, nessuno avrebbe fatto obbiezione perché è chiaro che è così. Nessuno avrebbe obiettato: “questo è esclusivo perché non menziona - non lo so – i persiani o gli indiani”. E questo perché la realtà dell’Europa è che uno dei fondamenti della sua civilizzazione è greco-romana. Quando invece si parla della tradizione giudaico-cristiana, c’è qualcuno che protesta ma, in realtà, è altrettanto normale. Si tratta di un assetto storico-culturale: questa è l’Europa. Quindi per me siamo nella normalità: ora, almeno in Italia, siamo in una posizione sana. Nessuno, né i laici, né le persone che non sono della tradizione giudaico-cristiana, deve protestare, perché questa è l’Europa.
D. – Secondo lei, specialmente in un momento come questo, è importante sottolineare che l’identità dell’Europa non può essere solo l’euro, solo l’economia ed è quindi importante richiamarsi alle radici spirituali, che in Europa sono quelle giudaico-cristiane?
R. - L’Europa è molto più di un fatto economico. Anche i fondatori, De Gasperi, Adenauer - tutti credenti e cattolici - non avevano soltanto una visione economica, ma avevano anche una visione spirituale sull’ampiezza della condizione umana. Lo stesso Monnet ha detto che l’Europa non è soltanto una coalizione fra Stati ma un’unione fra uomini. L’assetto spirituale e morale dell’Europa, specialmente in un momento di crisi, è sempre più importante. Si parlava della solidarietà ma nel momento in cui bisogna pagare, la solidarietà è sparita. Questo è il frutto marcio di un’Europa semplicemente economica, materialista. Ora vediamo i risultati di questa visione. Allora è giusto menzionare le radici spirituali giudaico-cristiane ma anche ricordare che non ci sono solo quelle giudaico-cristiane, abbiamo anche preso molto da Atene e dall’illuminismo. Ma in questo momento è importante ricordare che servono la carità, la grazia: anche questo fa parte dell’assetto della civilizzazione europea.
D. – Cosa hanno portato, secondo lei, a livello di diritti, l’ebraismo e il cristianesimo in Europa?
R. – Le cose più importanti sono: primo, che il mondo in cui viviamo non è soltanto materiale, il “telos” dell’uomo non è soltanto il guadagno, il profitto personale; quindi, che dare è importante quanto prendere. Non ci sono soltanto i diritti che sono comunque molto importanti - la storia dei diritti fondamentali, i diritti dell’uomo - ma l’assetto giudaico-cristiano fa pensare anche ai doveri fondamentali dell’individuo verso la società. Per esempio, nel Levitico, capitolo 19, è descritta una visione bellissima di una società che si prende cura della miseria, dei poveri e tutto questo senza parlare di diritti ma solo di doveri. Questo è un contributo importante del pensiero giudaico-cristiano nella nostra civilizzazione: la responsabilità degli uni verso gli altri, non soltanto il diritto, ma anche la solidarietà. In questo momento di crisi bisognerebbe pensare a quali sono i miei doveri verso gli altri, non i miei diritti verso gli altri. (bf)
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Benedetto XVI: Gesù nel Getsemani ha voluto accanto a sé i suoi amici (Frigerio)
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L’interpretazione teologica del Vaticano II. «Solo il confronto diretto coi documenti può farceli riscoprire» diceva il cardinale Ratzinger nel 1985 (Agostino Marchetto)
L’interpretazione teologica del Vaticano II
Autorità e autorevolezza
«Solo il confronto diretto coi documenti può farceli riscoprire» diceva il cardinale Ratzinger nel 1985
Agostino Marchetto
Nell’introduzione al libro — sto parlando di L’Autorité et les Autorités. L’herméneutique théologique de Vatican ii (sous la direction de Gilles Routhier et Guy Jobin), Paris 2010, Cerf — i curatori attestano che Giovanni XXIII e Hans Georg Gadamer hanno qualcosa in comune, e questo loro volume sull’autorità e le autorità nell’ermeneutica postconciliare lo rileva. Si tratta de «l’appartenenza dell’ermeneutica a una tradizione d’interpretazione». Del resto anche Jürgen Habermas è qui chiamato in causa: «L’autorità è dunque un concetto che si declina in varie accezioni. Insomma gli interpreti dei testi conciliari si sono confrontati alle stesse questioni sollevate nel corso delle discussioni nell’aula conciliare e che lasciano tracce nei relativi testi».
Ciò significa «una discussione sull’autorità della Scrittura, della Tradizione, del Magistero, del sensus fidelium, della coscienza, della fede, del Papa, del collegio episcopale, delle conferenze episcopali, dell’esperienza, della pratica, e così via. [E] gli interpreti sono rinviati a una discussione giammai conclusa sui “luoghi teologici” e la loro gerarchizzazione».
Ad ogni modo «è difficile non tener conto del ruolo normativo del Magistero, un attore importante dell’ermeneutica postconciliare». Comunque «il lavoro teologico del nostro gruppo — concludono i curatori — rende manifesto che l’ermeneutica del Vaticano II, come ogni altro dossier ermeneutico, è dell’ordine dell’“entretien infini”». E allora come risolviamo il problema della giusta ricezione che finalmente dev’essere fondata su una corretta ermeneutica? Lo rimandiamo alle calende greche? Nell’impossibilità di rendere qui conto di tutti i contributi dell’opera, ci limiteremo a quelli di Gilles Routhier e di Lieven Boeve, incominciando da quest’ultimo, nella prima parte del volume, «Rivelazione, verità e autorità». All’inizio riporta l’affermazione di Joseph Ratzinger per il quale «la vera ricezione del Vaticano II non è ancora cominciata». Il successivo punto di cristallizzazione è «il teologo Ratzinger e la relazione tra Rivelazione, salute e verità» (che “interferiscono strettamente”). In effetti «la Chiesa veglia affinché la Verità resti e non vada alla deriva nella corrente del tempo». Ratzinger vede anche «un conflitto di principio tra la fede cristiana e i fondamenti del pensiero moderno».
A questo punto l’autore fa un’osservazione che desideriamo riportare, «non esiste alcuna differenza fondamentale tra le opzioni prese da Ratzinger all’inizio delle sue attività teologiche e quelle che ora difende» (p. 28), poi espone brevemente alcuni principi basilari della posizione teologica ratzingeriana, in sette punti, riguardo a Rivelazione e Tradizione, Verità e storia. Ne riporto alcuni: la Chiesa è la garanzia che attraverso i tempi la verità resta verità; La successione apostolica è la forma della Tradizione, la Tradizione è il contenuto della successione; anche se la verità della fede possiede un carattere d’eternità, la sua figura storica, invece, è continuamente condizionata dallo spazio e dal tempo.
È così che questa verità conosce uno sviluppo storico nella Tradizione; il cristianesimo è in realtà la sintesi realizzata in Gesù Cristo della fede d’Israele e dello spirito greco; l’ortodossia resta il quadro indispensabile per una legittima ortoprassi. La teoria senza prassi resta evidentemente vana e dimentica il nucleo della fede cristiana: l’amore che proviene dalla grazia.
Segue, nella trattazione, «un conflitto circa l’interpretazione del concilio», che causa in Ratzinger un malessere crescente per la modernità sempre più radicale, la quale minaccia la stessa essenza della fede cristiana. L’apertura al mondo moderno, movimento caratteristico del Concilio, non può in effetti essere erroneamente compresa.
Vi è in essa di fatto uno slancio missionario verso il mondo che pur tuttavia nulla toglie al non conformismo del Vangelo. Ed è proprio dalla discussione circa la futura Gaudium et spes che inizia — per l’autore — la lotta in vista dell’interpretazione del Concilio. Da ciò l’affermazione ratzingeriana che «la ricezione autentica del concilio Vaticano II non è ancora veramente iniziata». Dieci anni dopo il concilio, la fede cristiana si trova nella tensione fra la sua riduzione a un messianismo terrestre e un nuovo integralismo; il giusto mezzo non è stato ancora trovato. Ratzinger conclude: tutti i concili validi non sono stati, per tale solo fatto, «concili fecondi».
Nel 1985 costaterà che «le interpretazioni conciliari, tanto di destra come di sinistra, pongono in evidenza il carattere di rottura del concilio, sia per rigettare che per radicalizzare il rinnovamento». Vi è invece una continuità che non permette né di tornare indietro, né di fuggire in avanti, né nostalgie anacroniche, né impazienze ingiustificate. In questa storia non ci sono salti, né rotture. Il concilio non intendeva certo cambiare la fede ma di nuovo presentarla efficacemente. Il “rigetto” degli schemi preparatori del Vaticano II (la richiesta di ulteriore riflessione, magari) non ha giammai significato, per i Padri conciliari, rigetto della dottrina in sé; era insomma una critica «per le insufficienze della sua presentazione». In breve: nel conflitto sull’eredità del concilio, Ratzinger fa ogni volta una distinzione fra una interpretazione che vede il concilio nella continuità della tradizione nel suo insieme, e un’altra che vi vede anzitutto un punto di partenza per un cambiamento permanente.
A proposito infine della lettera e dello spirito del Vaticano II, Ratzinger dichiarò nel 1985 che solo «la lettura della lettera dei documenti può farci riscoprire il loro vero spirito».
Boeve illustra successivamente la ricezione della Dei verbum, prendendo in esame tre casi. Vi si scoprirono la necessità e i limiti dell’esegesi storico-critica, il giudizio negativo su una teologia postconciliare che corre troppo facilmente dietro alla modernità, dimentica della sua vocazione ecclesiale (diventa cioè un “magistero parallelo”). Il testo scritturistico deve poi essere letto in relazione con tutta la Bibbia. Nella conclusione e nelle prospettive l’autore si rifà al discorso di Benedetto XVI del 2005 sul problema della doppia ermeneutica conciliare, “dimenticando” di aggiungere “continuità” a quella della riforma. Anche la frase successiva, usandosi il verbo “accentua”, è pure significativa, nell’espressione «questa ermeneutica accentua una rottura tra Chiesa preconciliare e postconciliare».
In ogni caso per Boeve il problema attuale non è l’ermeneutica della discontinuità, poiché «numerosi teologi moderni accordano più spazio alla discontinuità, nello sviluppo concreto della tradizione, senza tuttavia rinunciare a una continuità più fondamentale».
Chi scrive non è d’accordo con l’autore anche perché, così facendo, evade la disgiuntiva ermeneutica posta da Benedetto XVI. Del resto riportando a conferma un testo di Edward Schillebeeckx — per il quale «è grazie alla rottura che il dogma resta vero» — rivela dove sta il suo cuore, a conferma di quanto scrive nelle pagine successive, criticando il pensiero ratzingeriano.
Comunque per l’autore — e dimostra così la citata incomprensione circa la disgiuntiva ermeneutica conciliare posta dal Papa — ogni sviluppo, o rinnovamento della Tradizione porta con sé una forma di cambiamento e di discontinuità. E qui egli gioca sull’equivoco. È fuorviante ridurre poi la questione, riconducendola alle due tendenze rivelatesi in concilio in conflitto. Così facendo dimentica che oggi è comune considerarle più vicine di quanto si pensasse, e mi riferisco alla Dei Verbum; ne è un esempio il cardinale Bea. Egli pensa in effetti che la posizione di Benedetto XVI in parola «fa assai troppo rapidamente ritornare la Chiesa nella posizione che voleva superare con il Vaticano II».
Facendo solo menzione dunque al contributo, pur interessante, di Karim Schelkens, «La recezione della Dei Verbum fra teologia e storia» — con presentazione, all’inizio delle opposte scuole nel campo delle letture conciliari — di quello intitolato «L’ermeneutica di un principio ermeneutico» di Catherine Clifford e dello studio di Joseph Famerée su «La collegialità al Sinodo straordinario del 1969», nonché dei contributi di Peter De Mey (una «Rilettura del pensiero conciliare sulla collegialità e la comunione delle Chiese tra il 1972 e il 1983») e di Laurent Villemin («L’autorità delle conferenze episcopali [e dei vescovi] in materia liturgica. Interpretazioni iniziali e reinterpretazioni recenti»), giungiamo al secondo studio, quello di Gilles Routhier che tratta di «Un mandatum docendi negato. Come si interpreta un silenzio», a partire dal Canada, in opposizione all’Apostolos suos, poiché i testi conciliari furono silenziosi al riguardo. Orbene tale silenzio va interpretato, e l’autore lo fa, analizzando i primi atti del dibattito a tale riguardo, anteriori al 1985, con periodizzazione propria. Vi è qui un richiamo consistente alla questione della pace, del disarmo, del rapporto con le autorità pubbliche — a partire da una lettera episcopale statunitense — a cui sono interessate sia le Conferenze episcopali che la Santa Sede. In effetti non si tratta di un’ermeneutica dell’insegnamento del Vaticano II ma dello sviluppo di un argomentare a difesa di una posizione stabilita nel corso della fase iniziale del dibattito. In ogni caso, peraltro, si rivelano due maniere di concepire l’esercizio del munus docendi, quella, per esempio, del cardinale Joseph Bernardin e l’altra del cardinale Ratzinger (p. 175).
Per l’autore si tratta invece di «un insegnamento nel contesto». È questa una delle caratteristiche del suo pensiero, in linea con una certa teologia e — scrive — con la Octogesima adveniens. In fondo — asserisce — «la questione è in qualche modo quella del rapporto tra il locale e l’universale, o della relazione tra un dato insegnamento e un contesto particolare» (p. 178). Così sembra non rendersi conto della distinzione tra Chiesa locale e particolare, e del fatto che il “contesto particolare” non può porsi in opposizione all’universalità dell’insegnamento (in comunione con la Sede di Pietro e quelle degli altri vescovi) nella Catholica. Successivamente l’autore difende il “processo” di scrittura dell’intervento precedentemente citato della Conferenza episcopale americana «non solamente pubblico e trasparente» ma che «congiunge sinodalità e collegialità» (p. 179: il termine sinodalità introduce la legittimità del contributo degli esperti e dei laici, e così via, anche «oltre le frontiere della Chiesa cattolica»). Con ciò si dimentica che la potestas docendi è propria dei vescovi.
Siamo davanti a «due prospettive ecclesiologiche difficilmente compatibili» (p. 180), per cui per noi è d’uopo suggerire quella magisteriale, anche se l’autore tiene in considerazione i “quadri di pensiero”, di riferimento, o gli “interessi”, la difesa di una causa, piuttosto che i metodi e gli strumenti ermeneutici.
Alla fin fine poi ricorda che molto si deve alla «comprensione della comunione o alla autorità della Chiesa universale sulle Chiese locali» (p. 183). E qui si dovrebbe ricordare ancora una volta come i documenti magisteriali risolvono in conclusione la questione. In ogni caso per Routhier non v’è solo un’ermeneutica dei testi conciliari, ma anche un’ermeneutica della ricezione.
Aggiungerei che quest’ultima, se c’è, non può andare contro quella, corretta, dei testi. Per l’autore invece quest’ultima non esiste mai isolata o staccata da quella della ricezione. È un cane che si morde la coda, se si passa l’immagine. Che poi Routhier chiami in causa la paura, in tutta questa storia, evidentemente ritrovandola in chi non è con lui, richiama la stessa posizione di quanti recentemente hanno scritto il volumetto Chi ha paura del Vaticano II? (Carocci, 2009). Tutti, semmai, dovremmo temere di non esser a esso fedeli.
Per concludere con le menzioni dei vari contributi, ricordiamo, nella terza parte dell’opera («Autorità pratiche») «Quando Gaudium et Spes fa (l’) autorità» di Guy Jobin, «L’autorità delle pratiche cristiane della carità in contesto di pluralismo» di Catherine Fino e, nella quarta parte dell’opera («Dal testo all’istituzione») l’articolo unico, quasi giocoso, di François Nault. Già il titolo intero ne fa prova poiché si chiede «Come parlare dei testi conciliari senza averli letti». L’indice generale chiude il volume, privo purtroppo di indice dei nomi; ed è un peccato oltre che una lacuna scientifica.
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Autorità e autorevolezza
«Solo il confronto diretto coi documenti può farceli riscoprire» diceva il cardinale Ratzinger nel 1985
Agostino Marchetto
Nell’introduzione al libro — sto parlando di L’Autorité et les Autorités. L’herméneutique théologique de Vatican ii (sous la direction de Gilles Routhier et Guy Jobin), Paris 2010, Cerf — i curatori attestano che Giovanni XXIII e Hans Georg Gadamer hanno qualcosa in comune, e questo loro volume sull’autorità e le autorità nell’ermeneutica postconciliare lo rileva. Si tratta de «l’appartenenza dell’ermeneutica a una tradizione d’interpretazione». Del resto anche Jürgen Habermas è qui chiamato in causa: «L’autorità è dunque un concetto che si declina in varie accezioni. Insomma gli interpreti dei testi conciliari si sono confrontati alle stesse questioni sollevate nel corso delle discussioni nell’aula conciliare e che lasciano tracce nei relativi testi».
Ciò significa «una discussione sull’autorità della Scrittura, della Tradizione, del Magistero, del sensus fidelium, della coscienza, della fede, del Papa, del collegio episcopale, delle conferenze episcopali, dell’esperienza, della pratica, e così via. [E] gli interpreti sono rinviati a una discussione giammai conclusa sui “luoghi teologici” e la loro gerarchizzazione».
Ad ogni modo «è difficile non tener conto del ruolo normativo del Magistero, un attore importante dell’ermeneutica postconciliare». Comunque «il lavoro teologico del nostro gruppo — concludono i curatori — rende manifesto che l’ermeneutica del Vaticano II, come ogni altro dossier ermeneutico, è dell’ordine dell’“entretien infini”». E allora come risolviamo il problema della giusta ricezione che finalmente dev’essere fondata su una corretta ermeneutica? Lo rimandiamo alle calende greche? Nell’impossibilità di rendere qui conto di tutti i contributi dell’opera, ci limiteremo a quelli di Gilles Routhier e di Lieven Boeve, incominciando da quest’ultimo, nella prima parte del volume, «Rivelazione, verità e autorità». All’inizio riporta l’affermazione di Joseph Ratzinger per il quale «la vera ricezione del Vaticano II non è ancora cominciata». Il successivo punto di cristallizzazione è «il teologo Ratzinger e la relazione tra Rivelazione, salute e verità» (che “interferiscono strettamente”). In effetti «la Chiesa veglia affinché la Verità resti e non vada alla deriva nella corrente del tempo». Ratzinger vede anche «un conflitto di principio tra la fede cristiana e i fondamenti del pensiero moderno».
A questo punto l’autore fa un’osservazione che desideriamo riportare, «non esiste alcuna differenza fondamentale tra le opzioni prese da Ratzinger all’inizio delle sue attività teologiche e quelle che ora difende» (p. 28), poi espone brevemente alcuni principi basilari della posizione teologica ratzingeriana, in sette punti, riguardo a Rivelazione e Tradizione, Verità e storia. Ne riporto alcuni: la Chiesa è la garanzia che attraverso i tempi la verità resta verità; La successione apostolica è la forma della Tradizione, la Tradizione è il contenuto della successione; anche se la verità della fede possiede un carattere d’eternità, la sua figura storica, invece, è continuamente condizionata dallo spazio e dal tempo.
È così che questa verità conosce uno sviluppo storico nella Tradizione; il cristianesimo è in realtà la sintesi realizzata in Gesù Cristo della fede d’Israele e dello spirito greco; l’ortodossia resta il quadro indispensabile per una legittima ortoprassi. La teoria senza prassi resta evidentemente vana e dimentica il nucleo della fede cristiana: l’amore che proviene dalla grazia.
Segue, nella trattazione, «un conflitto circa l’interpretazione del concilio», che causa in Ratzinger un malessere crescente per la modernità sempre più radicale, la quale minaccia la stessa essenza della fede cristiana. L’apertura al mondo moderno, movimento caratteristico del Concilio, non può in effetti essere erroneamente compresa.
Vi è in essa di fatto uno slancio missionario verso il mondo che pur tuttavia nulla toglie al non conformismo del Vangelo. Ed è proprio dalla discussione circa la futura Gaudium et spes che inizia — per l’autore — la lotta in vista dell’interpretazione del Concilio. Da ciò l’affermazione ratzingeriana che «la ricezione autentica del concilio Vaticano II non è ancora veramente iniziata». Dieci anni dopo il concilio, la fede cristiana si trova nella tensione fra la sua riduzione a un messianismo terrestre e un nuovo integralismo; il giusto mezzo non è stato ancora trovato. Ratzinger conclude: tutti i concili validi non sono stati, per tale solo fatto, «concili fecondi».
Nel 1985 costaterà che «le interpretazioni conciliari, tanto di destra come di sinistra, pongono in evidenza il carattere di rottura del concilio, sia per rigettare che per radicalizzare il rinnovamento». Vi è invece una continuità che non permette né di tornare indietro, né di fuggire in avanti, né nostalgie anacroniche, né impazienze ingiustificate. In questa storia non ci sono salti, né rotture. Il concilio non intendeva certo cambiare la fede ma di nuovo presentarla efficacemente. Il “rigetto” degli schemi preparatori del Vaticano II (la richiesta di ulteriore riflessione, magari) non ha giammai significato, per i Padri conciliari, rigetto della dottrina in sé; era insomma una critica «per le insufficienze della sua presentazione». In breve: nel conflitto sull’eredità del concilio, Ratzinger fa ogni volta una distinzione fra una interpretazione che vede il concilio nella continuità della tradizione nel suo insieme, e un’altra che vi vede anzitutto un punto di partenza per un cambiamento permanente.
A proposito infine della lettera e dello spirito del Vaticano II, Ratzinger dichiarò nel 1985 che solo «la lettura della lettera dei documenti può farci riscoprire il loro vero spirito».
Boeve illustra successivamente la ricezione della Dei verbum, prendendo in esame tre casi. Vi si scoprirono la necessità e i limiti dell’esegesi storico-critica, il giudizio negativo su una teologia postconciliare che corre troppo facilmente dietro alla modernità, dimentica della sua vocazione ecclesiale (diventa cioè un “magistero parallelo”). Il testo scritturistico deve poi essere letto in relazione con tutta la Bibbia. Nella conclusione e nelle prospettive l’autore si rifà al discorso di Benedetto XVI del 2005 sul problema della doppia ermeneutica conciliare, “dimenticando” di aggiungere “continuità” a quella della riforma. Anche la frase successiva, usandosi il verbo “accentua”, è pure significativa, nell’espressione «questa ermeneutica accentua una rottura tra Chiesa preconciliare e postconciliare».
In ogni caso per Boeve il problema attuale non è l’ermeneutica della discontinuità, poiché «numerosi teologi moderni accordano più spazio alla discontinuità, nello sviluppo concreto della tradizione, senza tuttavia rinunciare a una continuità più fondamentale».
Chi scrive non è d’accordo con l’autore anche perché, così facendo, evade la disgiuntiva ermeneutica posta da Benedetto XVI. Del resto riportando a conferma un testo di Edward Schillebeeckx — per il quale «è grazie alla rottura che il dogma resta vero» — rivela dove sta il suo cuore, a conferma di quanto scrive nelle pagine successive, criticando il pensiero ratzingeriano.
Comunque per l’autore — e dimostra così la citata incomprensione circa la disgiuntiva ermeneutica conciliare posta dal Papa — ogni sviluppo, o rinnovamento della Tradizione porta con sé una forma di cambiamento e di discontinuità. E qui egli gioca sull’equivoco. È fuorviante ridurre poi la questione, riconducendola alle due tendenze rivelatesi in concilio in conflitto. Così facendo dimentica che oggi è comune considerarle più vicine di quanto si pensasse, e mi riferisco alla Dei Verbum; ne è un esempio il cardinale Bea. Egli pensa in effetti che la posizione di Benedetto XVI in parola «fa assai troppo rapidamente ritornare la Chiesa nella posizione che voleva superare con il Vaticano II».
Facendo solo menzione dunque al contributo, pur interessante, di Karim Schelkens, «La recezione della Dei Verbum fra teologia e storia» — con presentazione, all’inizio delle opposte scuole nel campo delle letture conciliari — di quello intitolato «L’ermeneutica di un principio ermeneutico» di Catherine Clifford e dello studio di Joseph Famerée su «La collegialità al Sinodo straordinario del 1969», nonché dei contributi di Peter De Mey (una «Rilettura del pensiero conciliare sulla collegialità e la comunione delle Chiese tra il 1972 e il 1983») e di Laurent Villemin («L’autorità delle conferenze episcopali [e dei vescovi] in materia liturgica. Interpretazioni iniziali e reinterpretazioni recenti»), giungiamo al secondo studio, quello di Gilles Routhier che tratta di «Un mandatum docendi negato. Come si interpreta un silenzio», a partire dal Canada, in opposizione all’Apostolos suos, poiché i testi conciliari furono silenziosi al riguardo. Orbene tale silenzio va interpretato, e l’autore lo fa, analizzando i primi atti del dibattito a tale riguardo, anteriori al 1985, con periodizzazione propria. Vi è qui un richiamo consistente alla questione della pace, del disarmo, del rapporto con le autorità pubbliche — a partire da una lettera episcopale statunitense — a cui sono interessate sia le Conferenze episcopali che la Santa Sede. In effetti non si tratta di un’ermeneutica dell’insegnamento del Vaticano II ma dello sviluppo di un argomentare a difesa di una posizione stabilita nel corso della fase iniziale del dibattito. In ogni caso, peraltro, si rivelano due maniere di concepire l’esercizio del munus docendi, quella, per esempio, del cardinale Joseph Bernardin e l’altra del cardinale Ratzinger (p. 175).
Per l’autore si tratta invece di «un insegnamento nel contesto». È questa una delle caratteristiche del suo pensiero, in linea con una certa teologia e — scrive — con la Octogesima adveniens. In fondo — asserisce — «la questione è in qualche modo quella del rapporto tra il locale e l’universale, o della relazione tra un dato insegnamento e un contesto particolare» (p. 178). Così sembra non rendersi conto della distinzione tra Chiesa locale e particolare, e del fatto che il “contesto particolare” non può porsi in opposizione all’universalità dell’insegnamento (in comunione con la Sede di Pietro e quelle degli altri vescovi) nella Catholica. Successivamente l’autore difende il “processo” di scrittura dell’intervento precedentemente citato della Conferenza episcopale americana «non solamente pubblico e trasparente» ma che «congiunge sinodalità e collegialità» (p. 179: il termine sinodalità introduce la legittimità del contributo degli esperti e dei laici, e così via, anche «oltre le frontiere della Chiesa cattolica»). Con ciò si dimentica che la potestas docendi è propria dei vescovi.
Siamo davanti a «due prospettive ecclesiologiche difficilmente compatibili» (p. 180), per cui per noi è d’uopo suggerire quella magisteriale, anche se l’autore tiene in considerazione i “quadri di pensiero”, di riferimento, o gli “interessi”, la difesa di una causa, piuttosto che i metodi e gli strumenti ermeneutici.
Alla fin fine poi ricorda che molto si deve alla «comprensione della comunione o alla autorità della Chiesa universale sulle Chiese locali» (p. 183). E qui si dovrebbe ricordare ancora una volta come i documenti magisteriali risolvono in conclusione la questione. In ogni caso per Routhier non v’è solo un’ermeneutica dei testi conciliari, ma anche un’ermeneutica della ricezione.
Aggiungerei che quest’ultima, se c’è, non può andare contro quella, corretta, dei testi. Per l’autore invece quest’ultima non esiste mai isolata o staccata da quella della ricezione. È un cane che si morde la coda, se si passa l’immagine. Che poi Routhier chiami in causa la paura, in tutta questa storia, evidentemente ritrovandola in chi non è con lui, richiama la stessa posizione di quanti recentemente hanno scritto il volumetto Chi ha paura del Vaticano II? (Carocci, 2009). Tutti, semmai, dovremmo temere di non esser a esso fedeli.
Per concludere con le menzioni dei vari contributi, ricordiamo, nella terza parte dell’opera («Autorità pratiche») «Quando Gaudium et Spes fa (l’) autorità» di Guy Jobin, «L’autorità delle pratiche cristiane della carità in contesto di pluralismo» di Catherine Fino e, nella quarta parte dell’opera («Dal testo all’istituzione») l’articolo unico, quasi giocoso, di François Nault. Già il titolo intero ne fa prova poiché si chiede «Come parlare dei testi conciliari senza averli letti». L’indice generale chiude il volume, privo purtroppo di indice dei nomi; ed è un peccato oltre che una lacuna scientifica.
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Quel sì che libera. All’udienza generale Benedetto XVI parla della preghiera di Gesù nel Getsemani (O.R.)
All’udienza generale Benedetto XVI parla della preghiera di Gesù nel Getsemani
Quel sì che libera
Non sempre davanti al male che ci angoscia è facile affidarsi alla volontà di Dio
Come Cristo nel Giardino degli Ulivi «anche noi, dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi».
È questo per Benedetto XVI l’insegnamento sempre attuale della preghiera di Gesù nel Getsemani.
Proponendo questo insegnamento ai fedeli presenti nell’Aula Paolo VI mercoledì 1° febbraio, per l’appuntamento settimanale dell’udienza generale, il Papa ha sottolineato che «la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale» a Dio. E ha citato in proposito san Massimo il Confessore, per il quale «dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione». E se a causa del peccato, questo «sì» a Dio si è trasformato in opposizione, Gesù al Monte degli Ulivi ha riportato la volontà umana verso il «sì» pieno al disegno divino. In pratica, «Gesù ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi». Perché Gesù nel Getsemani trasferisce la volontà umana in quella divina, facendo rinascere il vero uomo.
Nella sua catechesi il Pontefice ha anche ricordato come nella preghiera del Padre nostro i cristiani ripetono al Signore: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», riconoscendo che «c’è una volontà di Dio con noi e per noi, una sua volontà sulla nostra vita». E questa volontà — ha affermato il Papa — «deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere». Allo stesso modo — ha proseguito — riconosciamo «che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio». Proprio come è accaduto nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte del Getsemani, quando «la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra». E questo — ha evidenziato Benedetto XVI attualizzando il discorso — «è importante anche nella nostra preghiera», nella quale «dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”». Si tratta, inoltre, di una preghiera che va fatta quotidianamente, poiché «non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria». Da qui l’invito conclusivo a chiedere nella preghiera di poter «seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa “terra” un po’ del “cielo” di Dio».
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Quel sì che libera
Non sempre davanti al male che ci angoscia è facile affidarsi alla volontà di Dio
Come Cristo nel Giardino degli Ulivi «anche noi, dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi».
È questo per Benedetto XVI l’insegnamento sempre attuale della preghiera di Gesù nel Getsemani.
Proponendo questo insegnamento ai fedeli presenti nell’Aula Paolo VI mercoledì 1° febbraio, per l’appuntamento settimanale dell’udienza generale, il Papa ha sottolineato che «la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale» a Dio. E ha citato in proposito san Massimo il Confessore, per il quale «dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione». E se a causa del peccato, questo «sì» a Dio si è trasformato in opposizione, Gesù al Monte degli Ulivi ha riportato la volontà umana verso il «sì» pieno al disegno divino. In pratica, «Gesù ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi». Perché Gesù nel Getsemani trasferisce la volontà umana in quella divina, facendo rinascere il vero uomo.
Nella sua catechesi il Pontefice ha anche ricordato come nella preghiera del Padre nostro i cristiani ripetono al Signore: «Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra», riconoscendo che «c’è una volontà di Dio con noi e per noi, una sua volontà sulla nostra vita». E questa volontà — ha affermato il Papa — «deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere». Allo stesso modo — ha proseguito — riconosciamo «che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio». Proprio come è accaduto nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte del Getsemani, quando «la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra». E questo — ha evidenziato Benedetto XVI attualizzando il discorso — «è importante anche nella nostra preghiera», nella quale «dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”». Si tratta, inoltre, di una preghiera che va fatta quotidianamente, poiché «non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria». Da qui l’invito conclusivo a chiedere nella preghiera di poter «seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa “terra” un po’ del “cielo” di Dio».
(©L'Osservatore Romano 2 febbraio 2012)
Benedetto XVI: "Affidiamoci alla Provvidenza contro ogni male" (Speciale)
Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.
Il Papa: educare le giovani generazioni ai valori umani e spirituali. Benedetto XVI saluta i vescovi amici della Comunità di Sant'Egidio e ricorda che domani è la Giornata della Vita Consacrata (Izzo)
PAPA: EDUCARE GIOVANI GENERAZIONI AI VALORI UMANI E SPIRITUALI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
"Quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita" e' stato ricordato oggi dal Papa al termine dell'Udienza Generale.
Rivolgendosi ai giovani presenti nell'Aula Nervi, Benedetto XVI ha preso spunto dalla figura di San Giovanni Bosco, la cui festa e' stata celebrata ieri.
Con "la particolare protezione del Santo della Gioventu'" si potranno "trovare sempre - ha detto - educatori saggi e guide sicure".
"La vostra sofferenza - ha proseguito rivolgendosi poi agli ammalati - offerta con generosita' al Signore, possa rendere fecondo l'impegno che la Chiesa dedica al mondo giovanile". "Preparatevi ad essere i primi ed insostituibili educatori dei figli che il Signore vi donera'", ha chiesto infine agli sposi novelli.
© Copyright (AGI)
PAPA: SALUTA I VESCOVI AMICI DELLA COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Una quarantina di vescovi "amici della Comunita' di S. Egidio", provenienti da vari Paesi dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia, erano presenti oggi all'Udienza Generale, accompagnati dallo storico assistente ecclesiastico della Comunita', monsignor Vincenzo Paglia, attuale vescovo di Terni.
Il Papa ha voluto incoraggiarli ad "operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficolta'". Proprio ieri Benedetto XVI ha nominato vescovo ausiliare per il settore centro di Roma un sacerdote membro della Comunita', don Matteo Zuppi, molto popolare anche in Africa dove nel 1992 e' stato protagonista della mediazione che ha portato agli accordi di pace in Mozambico.
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PAPA: DOMANI E' LA GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Al termine dell'Udienza Generale, il Papa ha ricordato la Giornata mondiale della vita consacrata, la cui celebrazione presiedera' domani pomeriggio in San Pietro. "Tutti siamo invitati - ha ricordato ai fedeli salutando in lingua polacca - a compiere la volonta' di Dio. Tuttavia i testimoni speciali di tale dedizione sono nella Chiesa le persone consacrate".
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Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
"Quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita" e' stato ricordato oggi dal Papa al termine dell'Udienza Generale.
Rivolgendosi ai giovani presenti nell'Aula Nervi, Benedetto XVI ha preso spunto dalla figura di San Giovanni Bosco, la cui festa e' stata celebrata ieri.
Con "la particolare protezione del Santo della Gioventu'" si potranno "trovare sempre - ha detto - educatori saggi e guide sicure".
"La vostra sofferenza - ha proseguito rivolgendosi poi agli ammalati - offerta con generosita' al Signore, possa rendere fecondo l'impegno che la Chiesa dedica al mondo giovanile". "Preparatevi ad essere i primi ed insostituibili educatori dei figli che il Signore vi donera'", ha chiesto infine agli sposi novelli.
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PAPA: SALUTA I VESCOVI AMICI DELLA COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Una quarantina di vescovi "amici della Comunita' di S. Egidio", provenienti da vari Paesi dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia, erano presenti oggi all'Udienza Generale, accompagnati dallo storico assistente ecclesiastico della Comunita', monsignor Vincenzo Paglia, attuale vescovo di Terni.
Il Papa ha voluto incoraggiarli ad "operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficolta'". Proprio ieri Benedetto XVI ha nominato vescovo ausiliare per il settore centro di Roma un sacerdote membro della Comunita', don Matteo Zuppi, molto popolare anche in Africa dove nel 1992 e' stato protagonista della mediazione che ha portato agli accordi di pace in Mozambico.
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PAPA: DOMANI E' LA GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Al termine dell'Udienza Generale, il Papa ha ricordato la Giornata mondiale della vita consacrata, la cui celebrazione presiedera' domani pomeriggio in San Pietro. "Tutti siamo invitati - ha ricordato ai fedeli salutando in lingua polacca - a compiere la volonta' di Dio. Tuttavia i testimoni speciali di tale dedizione sono nella Chiesa le persone consacrate".
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Il Papa: dobbiamo impare ad affidarci di più alla Provvidenza, alla volontà di Dio (AsiaNews)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
Papa: dobbiamo impare ad affidarci di più alla Provvidenza, alla volontà di Dio
All’udienza generale, Benedetto XVI parla della preghiera di Gesù al Getsemani. Nella preghiera c’è il rapporto di tenerezza, di affetto e di fiducia che lega Gesù al Padre, la consapevolezza dell’onnipotenza del Padre, la piena adesione alla volontà del Padre.
Città del Vaticano (AsiaNews)
“Dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina”, a rinnovare il nostro “sia fatta la tua volontà”, come Gesù nella preghiera al Getsemani, il Giardino degli ulivi. Quel conformarsi alla volontà di Dio è stato illustrato oggi da Benedetto XVI alle ottomila persone presenti all’udienza generale, nell’aula Paolo VI, in Vaticano.
Di quella notte, la “preghiera di Gesù è particolarmente significativa”. Gesù sale al Monte degli Ulivi, dopo l'Ultima Cena, mentre sta pregando con i suoi discepoli. Nel racconto di Marco, “il percorso fino al Getsemani è costellato di espressioni di Gesù che fanno sentire incombente il suo destino di morte e annunciano l'imminente dispersione dei discepoli”.
Sul Monte degli Ulivi, come altre volte Gesù si prepara alla preghiera personale. “Ma questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo”, invita Pietro, Giacomo e Giovanni “a stargli più vicino”. Anche quella notte Gesù pregherà il Padre da solo, “perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito”. Gesù, però, “vuole che almeno tre discepoli rimangano non lontani, in una relazione più stretta con Lui. Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce”.
Nella parola che rivolge ai tre, Gesù, ancora una volta, si esprime con il linguaggio dei Salmi, questa volta è il Salmo 43: “La mia anima è triste”. Sono parole che “rivelano come egli provi paura e angoscia in quell'ora, sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”.
In seguito, Gesù si rivolge al Padre, in una preghiera “chiede al Padre che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora. Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere”.
”Anche noi – ha commentato il Papa - nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
Nel prosieguo della preghiera di Gesù “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”, Benedetto XVI ha evidenziato “tre passaggi rivelatori”. “All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: ‘Abbà! Padre!’, che in aramaico è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono”. Nel secondo “passaggio” c’è la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre, ‘tutto è possibile a te’, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: ‘allontana da me questo calice!’. Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: ‘Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu’”.
Adamo ed Eva, ha continuato il Papa credettero che la libertà fosse nel loro “no” a Dio, “Gesù ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti”.
”Domandiamo al Signore – la conclusione del Papa - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa terra un po’ del cielo di Dio”.
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Papa: dobbiamo impare ad affidarci di più alla Provvidenza, alla volontà di Dio
All’udienza generale, Benedetto XVI parla della preghiera di Gesù al Getsemani. Nella preghiera c’è il rapporto di tenerezza, di affetto e di fiducia che lega Gesù al Padre, la consapevolezza dell’onnipotenza del Padre, la piena adesione alla volontà del Padre.
Città del Vaticano (AsiaNews)
“Dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina”, a rinnovare il nostro “sia fatta la tua volontà”, come Gesù nella preghiera al Getsemani, il Giardino degli ulivi. Quel conformarsi alla volontà di Dio è stato illustrato oggi da Benedetto XVI alle ottomila persone presenti all’udienza generale, nell’aula Paolo VI, in Vaticano.
Di quella notte, la “preghiera di Gesù è particolarmente significativa”. Gesù sale al Monte degli Ulivi, dopo l'Ultima Cena, mentre sta pregando con i suoi discepoli. Nel racconto di Marco, “il percorso fino al Getsemani è costellato di espressioni di Gesù che fanno sentire incombente il suo destino di morte e annunciano l'imminente dispersione dei discepoli”.
Sul Monte degli Ulivi, come altre volte Gesù si prepara alla preghiera personale. “Ma questa volta avviene qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo”, invita Pietro, Giacomo e Giovanni “a stargli più vicino”. Anche quella notte Gesù pregherà il Padre da solo, “perché il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è il rapporto del Figlio Unigenito”. Gesù, però, “vuole che almeno tre discepoli rimangano non lontani, in una relazione più stretta con Lui. Si tratta di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere, in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui si appresta a compiere fino in fondo la volontà del Padre ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel cammino della Croce”.
Nella parola che rivolge ai tre, Gesù, ancora una volta, si esprime con il linguaggio dei Salmi, questa volta è il Salmo 43: “La mia anima è triste”. Sono parole che “rivelano come egli provi paura e angoscia in quell'ora, sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”.
In seguito, Gesù si rivolge al Padre, in una preghiera “chiede al Padre che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora. Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere”.
”Anche noi – ha commentato il Papa - nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
Nel prosieguo della preghiera di Gesù “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”, Benedetto XVI ha evidenziato “tre passaggi rivelatori”. “All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: ‘Abbà! Padre!’, che in aramaico è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono”. Nel secondo “passaggio” c’è la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre, ‘tutto è possibile a te’, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: ‘allontana da me questo calice!’. Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: ‘Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu’”.
Adamo ed Eva, ha continuato il Papa credettero che la libertà fosse nel loro “no” a Dio, “Gesù ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti”.
”Domandiamo al Signore – la conclusione del Papa - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa terra un po’ del cielo di Dio”.
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Benedetto XVI all'udienza generale: affidarsi a Dio per vincere il male che è dentro e attorno a noi (Radio Vaticana)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
Benedetto XVI all'udienza generale: affidarsi a Dio per vincere il male che è dentro e attorno a noi
Come vincere il male che è dentro e attorno a noi: ne ha parlato stamane il Papa nella catechesi dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI, in Vaticano, dedicata alla preghiera di Gesù al Getsemani. Il servizio di Roberta Gisotti.
“Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia”. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate’”. Le parole di Gesù durante la preghiera nel Giardino degli Ulivi, rivelano – ha spiegato Benedetto XVI – come Cristo “in quell’‘Ora’ sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. In tale paura e angoscia di Gesù – ha sottolineato ancora il Papa - è ricapitolato tutto l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”: “Cari amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
Gesù nella preghiera davanti alla morte e al male si rivolge al Padre: “Tutto è possibile per te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. “Questo è importante – ha sottolineato Benedetto XVI - anche nella nostra preghiera” quotidiana:
“…dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro 'sì', per ripetergli ‘sia fatta la tua volontà’, per conformare la nostra volontà alla sua”.
Da rilevare poi che “i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno”:
“…domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa ‘terra’ un po’ del ‘cielo’ di Dio”.
Nei saluti finali, il Papa ha rammentato che domani sarà celebrata la Giornata delle persone consacrate, “testimoni speciali” nella Chiesa di dedizione alla volontà di Dio. Ed ancora ha richiamato la figura di San Giovanni Bosco, festeggiato ieri, per sottolineare “quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita”. Un indirizzo particolare è andato ai vescovi della Comunità di Sant’Egidio, giunti da vari Paesi dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, incoraggiandoli “ad operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficoltà che possono incontrare nella loro missione”.
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Benedetto XVI all'udienza generale: affidarsi a Dio per vincere il male che è dentro e attorno a noi
Come vincere il male che è dentro e attorno a noi: ne ha parlato stamane il Papa nella catechesi dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI, in Vaticano, dedicata alla preghiera di Gesù al Getsemani. Il servizio di Roberta Gisotti.
“Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia”. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate’”. Le parole di Gesù durante la preghiera nel Giardino degli Ulivi, rivelano – ha spiegato Benedetto XVI – come Cristo “in quell’‘Ora’ sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. In tale paura e angoscia di Gesù – ha sottolineato ancora il Papa - è ricapitolato tutto l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”: “Cari amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
Gesù nella preghiera davanti alla morte e al male si rivolge al Padre: “Tutto è possibile per te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. “Questo è importante – ha sottolineato Benedetto XVI - anche nella nostra preghiera” quotidiana:
“…dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro 'sì', per ripetergli ‘sia fatta la tua volontà’, per conformare la nostra volontà alla sua”.
Da rilevare poi che “i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno”:
“…domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa ‘terra’ un po’ del ‘cielo’ di Dio”.
Nei saluti finali, il Papa ha rammentato che domani sarà celebrata la Giornata delle persone consacrate, “testimoni speciali” nella Chiesa di dedizione alla volontà di Dio. Ed ancora ha richiamato la figura di San Giovanni Bosco, festeggiato ieri, per sottolineare “quanto sia importante educare le nuove generazioni agli autentici valori umani e spirituali della vita”. Un indirizzo particolare è andato ai vescovi della Comunità di Sant’Egidio, giunti da vari Paesi dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, incoraggiandoli “ad operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le difficoltà che possono incontrare nella loro missione”.
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Il Papa: Impariamo ad affidarci di piu' alla provvidenza divina (Tg1)
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Il Papa: l'unica vera libertà è seguire la volontà di Dio. Gesù sperimentò l'orrore dell'uomo davanti alla morte. I discepoli si addormentarono, noi dobbiamo vegliare (Izzo)
PAPA: L'UNICA VERA LIBERTA' E' SEGUIRE LA VOLONTA' DI DIO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
"Solo nel conformare la sua volonta' a quella divina, l'essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa 'divino'; solo uscendo da se', solo nel 'si'' a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi".
Lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu' nel Getsemani, dove "la volonta' umana si unisce alla volonta' divina e nasce il vero uomo".
"Ogni giorno nella preghiera del Padre nostro - ha aggoiunto il Pontefice - noi chiediamo al Signore: 'Sia fatta la tua volonta', come in cielo cosi' in terra'". Il punto di partenza - dunque - e' la consapevolezza che "c'e' una volonta' di Dio con noi e per noi, una volonta' di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di piu' il riferimento del nostro volere e del nostro essere". "Dobbiamo imparare ad affidarci di piu' alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro 'si'', per ripetergli 'sia fatta la tua volonta'', per conformare la nostra volonta' alla sua", ha quindi suggerito Joseph Ratzinger ai circa cinquemila fedeli presenti nell'Aula Nervi.
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PAPA: GESU' SPERIMENTO' L'ORRORE DELL'UOMO DAVANTI ALLA MORTE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Nella "paura e angoscia di Gesu'" e' ricapitolato "tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilita' e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita".
Lo ha affermato il Papa nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu' nel Getsemani. "Non e' solo la paura e l'angoscia dell'uomo davanti alla morte - ha rilevato Benedetto XVI - ma e' lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovra' prendere su di Se' per superarlo, per privarlo di potere".
"Anche noi, nella preghiera - ha scandito -dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l'impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perche' Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po' di luce nel cammino della vita".
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PAPA: DISCEPOLI SI ADDORMENTARONO, NOI DOBBIAMO VEGLIARE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
I racconti evangelici del Getsemani "mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesu' per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno".
Lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu'.
"Domandiamo al Signore - ha esortato il Papa rivolto ai cinquemila fedeli presenti nell'Aula Nervi - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volonta' di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un'intimita' sempre piu' grande con il Signore, per portare in questa Terra un po' del Cielo di Dio".
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Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
"Solo nel conformare la sua volonta' a quella divina, l'essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa 'divino'; solo uscendo da se', solo nel 'si'' a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi".
Lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu' nel Getsemani, dove "la volonta' umana si unisce alla volonta' divina e nasce il vero uomo".
"Ogni giorno nella preghiera del Padre nostro - ha aggoiunto il Pontefice - noi chiediamo al Signore: 'Sia fatta la tua volonta', come in cielo cosi' in terra'". Il punto di partenza - dunque - e' la consapevolezza che "c'e' una volonta' di Dio con noi e per noi, una volonta' di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di piu' il riferimento del nostro volere e del nostro essere". "Dobbiamo imparare ad affidarci di piu' alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro 'si'', per ripetergli 'sia fatta la tua volonta'', per conformare la nostra volonta' alla sua", ha quindi suggerito Joseph Ratzinger ai circa cinquemila fedeli presenti nell'Aula Nervi.
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PAPA: GESU' SPERIMENTO' L'ORRORE DELL'UOMO DAVANTI ALLA MORTE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
Nella "paura e angoscia di Gesu'" e' ricapitolato "tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilita' e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita".
Lo ha affermato il Papa nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu' nel Getsemani. "Non e' solo la paura e l'angoscia dell'uomo davanti alla morte - ha rilevato Benedetto XVI - ma e' lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovra' prendere su di Se' per superarlo, per privarlo di potere".
"Anche noi, nella preghiera - ha scandito -dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l'impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perche' Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po' di luce nel cammino della vita".
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PAPA: DISCEPOLI SI ADDORMENTARONO, NOI DOBBIAMO VEGLIARE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 feb.
I racconti evangelici del Getsemani "mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesu' per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno".
Lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi all'Udienza Generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesu'.
"Domandiamo al Signore - ha esortato il Papa rivolto ai cinquemila fedeli presenti nell'Aula Nervi - di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volonta' di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un'intimita' sempre piu' grande con il Signore, per portare in questa Terra un po' del Cielo di Dio".
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Un po' di luce. La catechesi di oggi dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani (Sir)
Un po' di luce
La catechesi di oggi dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani
“Dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro ‘sì’, per ripetergli ‘sia fatta la tua volontà’, per conformare la nostra volontà alla sua”.
Lo ha chiesto il Papa ai fedeli, nella catechesi dell’udienza generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani, in cui Gesù “ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa ‘divino’; solo uscendo da sé, solo nel ‘sì’ a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi. È ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti”.
Portare in questa terra un po’ di cielo. “È una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente – ha esortato Benedetto XVI – perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il ‘sì’ di Gesù, il ‘sì’ di Maria. Ogni giorno nella preghiera del Padre nostro noi chiediamo al Signore: ‘Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra’”. Il punto di partenza per la nostra preghiera, ha spiegato il Papa, è la consapevolezza che “c’è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere”. “Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani – le parole del Papa – la terra è diventata cielo; la terra della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra”. I racconti evangelici del Getsemani, ha ricordato il Santo Padre, “mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno”. “Domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa terra un po’ del cielo di Dio”, l’invito del Papa.
Le nostre fatiche davanti a Dio. Le parole di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la preghiera al Getsemani, ha spiegato il Papa, “rivelano come Egli provi paura e angoscia in quell’ora” e “sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”. Quando subito dopo Gesù si rivolge da solo al Padre, gli chiede che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora: “Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte – ha commentato Benedetto XVI – ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere”. “Anche noi, nella preghiera – l’invito del Papa – dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
L’abbandono totale. Gesù continua la sua preghiera: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). In questa invocazione, per il Papa, c’è la descrizione del rapporto di Gesù con Dio Padre nei termini di “un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono”, ma anche “la consapevolezza dell’onnipotenza del Padre – tutto è possibile a te –, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: ‘Allontana da me questo calice!’”. Ma la terza espressione della preghiera di Gesù è quella decisiva, “in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina”. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. “Nell’unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà”, ha spiegato il Papa, citando san Massimo il Confessore, secondo il quale “dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel ‘sì’ a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione”. “Purtroppo, a causa del peccato, questo ‘sì’ a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il ‘no’ a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi”, il commento del Papa, secondo il quale “Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al ‘sì’ pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre”.
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La catechesi di oggi dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani
“Dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro ‘sì’, per ripetergli ‘sia fatta la tua volontà’, per conformare la nostra volontà alla sua”.
Lo ha chiesto il Papa ai fedeli, nella catechesi dell’udienza generale di oggi, dedicata alla preghiera di Gesù nel Getsemani, in cui Gesù “ci dice che solo nel conformare la sua volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa ‘divino’; solo uscendo da sé, solo nel ‘sì’ a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, quello di essere completamente liberi. È ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti”.
Portare in questa terra un po’ di cielo. “È una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente – ha esortato Benedetto XVI – perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il ‘sì’ di Gesù, il ‘sì’ di Maria. Ogni giorno nella preghiera del Padre nostro noi chiediamo al Signore: ‘Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra’”. Il punto di partenza per la nostra preghiera, ha spiegato il Papa, è la consapevolezza che “c’è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere”. “Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani – le parole del Papa – la terra è diventata cielo; la terra della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra”. I racconti evangelici del Getsemani, ha ricordato il Santo Padre, “mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno”. “Domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa terra un po’ del cielo di Dio”, l’invito del Papa.
Le nostre fatiche davanti a Dio. Le parole di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la preghiera al Getsemani, ha spiegato il Papa, “rivelano come Egli provi paura e angoscia in quell’ora” e “sperimenti l’ultima profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è ricapitolato tutto l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso del male che lambisce la nostra vita”. Quando subito dopo Gesù si rivolge da solo al Padre, gli chiede che, se fosse possibile, passasse via da lui quest’ora: “Non è solo la paura e l’angoscia dell’uomo davanti alla morte – ha commentato Benedetto XVI – ma è lo sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile massa del male che dovrà prendere su di Sé per superarlo, per privarlo di potere”. “Anche noi, nella preghiera – l’invito del Papa – dobbiamo essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della vita”.
L’abbandono totale. Gesù continua la sua preghiera: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). In questa invocazione, per il Papa, c’è la descrizione del rapporto di Gesù con Dio Padre nei termini di “un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono”, ma anche “la consapevolezza dell’onnipotenza del Padre – tutto è possibile a te –, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: ‘Allontana da me questo calice!’”. Ma la terza espressione della preghiera di Gesù è quella decisiva, “in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina”. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. “Nell’unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà”, ha spiegato il Papa, citando san Massimo il Confessore, secondo il quale “dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel ‘sì’ a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione”. “Purtroppo, a causa del peccato, questo ‘sì’ a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il ‘no’ a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi”, il commento del Papa, secondo il quale “Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al ‘sì’ pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre”.
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Il soffio della profezia. Domani la 16ª Giornata mondiale della vita consacrata (Sir)
Il soffio della profezia
Domani la 16ª Giornata mondiale della vita consacrata
“Educarsi alla vita santa di Gesù”. È il tema della 16ª Giornata mondiale della vita consacrata, che si celebra domani (2 febbraio). In Italia i religiosi sono circa 140 mila, dei quali 18 mila uomini e 122 mila donne. A livello mondiale sono quasi 875 mila, con 135 mila uomini e 740 mila donne. I religiosi italiani rappresentano il 16% del totale. Nel messaggio per la Giornata (testo integrale in *.pdf: clicca qui), i vescovi italiani sottolineano la “sintonia” con il tema scelto per gli Orientamenti pastorali di questo decennio, dedicati alla questione educativa. Ne abbiamo parlato con madre Viviana Ballarin, presidente dell’Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia).
Come definirebbe la “pedagogia” di Gesù?
“Quella di Gesù è una pedagogia umanizzante, perché al centro di essa c’è la persona: Gesù guarda alla persona, ad ogni persona, con lo sguardo del Padre, che vede la bellezza del Figlio risplendere sul volto di ogni creatura. Incontrando – ad esempio - l’emorroissa, l’adultera, la samaritana, Gesù fa prendere loro coscienza del patrimonio profondo che hanno dentro, della bellezza che sono. Le aiuta a dar voce alla verità di se stesse e a essere quello che sono davvero: e loro si scoprono figlie, discepole, madri... Questo tipo di pedagogia, peculiare di Gesù, ha molto da insegnarci”.
Ci stiamo preparando a vivere l’Anno della fede: qual è il legame tra la “bellezza” della vita consacrata e la nuova evangelizzazione?
“La missione della vita consacrata nella Chiesa e nel mondo è testimoniare l’amore di Dio per l’umanità. I religiosi e le religiose hanno la responsabilità di essere segno che rende visibile Cristo, di essere presenza nel mondo dell’amore, della bellezza, della misericordia di Dio, che incontrandolo fa diventare bello l’uomo. Il rapporto tra la vita consacrata e la nuova evangelizzazione – compito di tutta la Chiesa – per i religiosi e le religiose implica la capacità di essere presenza che vive e testimonia, prima ancora del fare. La nuova evangelizzazione sarà ‘nuova’ se la vita religiosa saprà portare il soffio, la luce, la ventata di vita che è comunicare l’esperienza dell’incontro con il Signore Risorto, e comunicare la speranza, che dà luce, apre prospettive di vita e di verità nell’animo di ogni creatura. Il Vangelo è sempre nuovo: sicuramente occorre trovare metodi nuovi, linguaggi nuovi, ma la vera novità è la persona di Gesù, che sollecita i consacrati e le consacrate a mettersi a servizio dell’incontro delle persone con il Signore, per facilitare l’incontro del Signore con ciascuno di noi”.
Il messaggio fa riferimento allo “zelo divino”, un’espressione che può suonare d’altri tempi: come lo spiegherebbe ai giovani?
“L’espressione ‘zelo divino’ mi fa venire subito in mente un’altra parola: profeta. Il profeta è una persona che brucia: è una persona umana, ma ha incontrato il Signore, è stato contagiato dalla passione di Dio per l’umanità. Mi viene in mente la vicenda dei monaci di Tibhirine: in italiano il titolo del film è ‘Uomini di Dio’, ma in lingua originale è ‘Uomini e dei’. Il riferimento è alla divinità di cui s’impregna la nostra esistenza: se qualcuno è ‘inondato’ dalla presenza di Dio, non può che essere zelante. Per i religiosi e le religiose, ciò comporta l’impegno a mettersi a servizio della causa di Dio per l’umanità, orientata all’amore, alla salvezza, al bene. È l’amore che muove, non la legge: mosso dall’amore, l’uomo non ha limiti, non fa sconti, fa sua la consegna di donarsi e mettersi a servizio degli altri”.
Più che del calo delle vocazioni, i vescovi invitano i consacrati a preoccuparsi prima di tutto di evitare il rischio della mediocrità...
“Sono totalmente d’accordo con questa indicazione. Ci preoccupiamo ancora troppo di noi stessi: il numero, il calo delle vocazioni lo riferiamo sempre alle opere, al fare, ma basta una sola persona santa, per santificare tutto l’ambiente intorno a sé. La vita religiosa non è basata su cifre o calcoli, ma sulla qualità di vita: a volte anche noi caschiamo nella tentazione di contarci troppo, di calcolare. Non solo ci si preoccupa dei numeri – che poi è la tentazione del potere – ma ci si preoccupa anche troppo di salvaguardare il carisma, che è un dono dello Spirito che va vissuto nelle sue peculiarità; è un dono di Dio nella Chiesa, perché testimoni l’amore di Dio per l’umanità, segno di speranza e anche escatologico. Il resto è molto secondario. La novità, il rinnovamento, la bellezza della vita religiosa continuerà a risplendere nella misura in cui non si penserà più solo a queste cose, ma si accetterà anche di perdersi nel dono di sé, senza fare calcoli. Bisogna avere il coraggio di essere dentro la logica della fede, che non è altro che risposta alla chiamata d’amore di Dio per noi”.
Cosa si aspetta dal futuro?
“Per il futuro della vita consacrata mi auguro che cresca la capacità di gettare le paure, i calcoli, l’autoreferenzialità, in modo da vivere da persone appassionate di Dio e dell’umanità, a servizio là dove il Signore ci chiama. Mi auguro una vita religiosa più nuova, più adatta ai tempi, che trovi il coraggio della comunione e della condivisione dei carismi. Bisogna crescere nel coraggio di una conoscenza maggiore tra istituti, di una maggiore collaborazione, vivendo la missione in comunione. Mettendo in comune anche i danni materiali, se necessario, perché il nostro tempo ha bisogno del segno forte della reciprocità”.
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Domani la 16ª Giornata mondiale della vita consacrata
“Educarsi alla vita santa di Gesù”. È il tema della 16ª Giornata mondiale della vita consacrata, che si celebra domani (2 febbraio). In Italia i religiosi sono circa 140 mila, dei quali 18 mila uomini e 122 mila donne. A livello mondiale sono quasi 875 mila, con 135 mila uomini e 740 mila donne. I religiosi italiani rappresentano il 16% del totale. Nel messaggio per la Giornata (testo integrale in *.pdf: clicca qui), i vescovi italiani sottolineano la “sintonia” con il tema scelto per gli Orientamenti pastorali di questo decennio, dedicati alla questione educativa. Ne abbiamo parlato con madre Viviana Ballarin, presidente dell’Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia).
Come definirebbe la “pedagogia” di Gesù?
“Quella di Gesù è una pedagogia umanizzante, perché al centro di essa c’è la persona: Gesù guarda alla persona, ad ogni persona, con lo sguardo del Padre, che vede la bellezza del Figlio risplendere sul volto di ogni creatura. Incontrando – ad esempio - l’emorroissa, l’adultera, la samaritana, Gesù fa prendere loro coscienza del patrimonio profondo che hanno dentro, della bellezza che sono. Le aiuta a dar voce alla verità di se stesse e a essere quello che sono davvero: e loro si scoprono figlie, discepole, madri... Questo tipo di pedagogia, peculiare di Gesù, ha molto da insegnarci”.
Ci stiamo preparando a vivere l’Anno della fede: qual è il legame tra la “bellezza” della vita consacrata e la nuova evangelizzazione?
“La missione della vita consacrata nella Chiesa e nel mondo è testimoniare l’amore di Dio per l’umanità. I religiosi e le religiose hanno la responsabilità di essere segno che rende visibile Cristo, di essere presenza nel mondo dell’amore, della bellezza, della misericordia di Dio, che incontrandolo fa diventare bello l’uomo. Il rapporto tra la vita consacrata e la nuova evangelizzazione – compito di tutta la Chiesa – per i religiosi e le religiose implica la capacità di essere presenza che vive e testimonia, prima ancora del fare. La nuova evangelizzazione sarà ‘nuova’ se la vita religiosa saprà portare il soffio, la luce, la ventata di vita che è comunicare l’esperienza dell’incontro con il Signore Risorto, e comunicare la speranza, che dà luce, apre prospettive di vita e di verità nell’animo di ogni creatura. Il Vangelo è sempre nuovo: sicuramente occorre trovare metodi nuovi, linguaggi nuovi, ma la vera novità è la persona di Gesù, che sollecita i consacrati e le consacrate a mettersi a servizio dell’incontro delle persone con il Signore, per facilitare l’incontro del Signore con ciascuno di noi”.
Il messaggio fa riferimento allo “zelo divino”, un’espressione che può suonare d’altri tempi: come lo spiegherebbe ai giovani?
“L’espressione ‘zelo divino’ mi fa venire subito in mente un’altra parola: profeta. Il profeta è una persona che brucia: è una persona umana, ma ha incontrato il Signore, è stato contagiato dalla passione di Dio per l’umanità. Mi viene in mente la vicenda dei monaci di Tibhirine: in italiano il titolo del film è ‘Uomini di Dio’, ma in lingua originale è ‘Uomini e dei’. Il riferimento è alla divinità di cui s’impregna la nostra esistenza: se qualcuno è ‘inondato’ dalla presenza di Dio, non può che essere zelante. Per i religiosi e le religiose, ciò comporta l’impegno a mettersi a servizio della causa di Dio per l’umanità, orientata all’amore, alla salvezza, al bene. È l’amore che muove, non la legge: mosso dall’amore, l’uomo non ha limiti, non fa sconti, fa sua la consegna di donarsi e mettersi a servizio degli altri”.
Più che del calo delle vocazioni, i vescovi invitano i consacrati a preoccuparsi prima di tutto di evitare il rischio della mediocrità...
“Sono totalmente d’accordo con questa indicazione. Ci preoccupiamo ancora troppo di noi stessi: il numero, il calo delle vocazioni lo riferiamo sempre alle opere, al fare, ma basta una sola persona santa, per santificare tutto l’ambiente intorno a sé. La vita religiosa non è basata su cifre o calcoli, ma sulla qualità di vita: a volte anche noi caschiamo nella tentazione di contarci troppo, di calcolare. Non solo ci si preoccupa dei numeri – che poi è la tentazione del potere – ma ci si preoccupa anche troppo di salvaguardare il carisma, che è un dono dello Spirito che va vissuto nelle sue peculiarità; è un dono di Dio nella Chiesa, perché testimoni l’amore di Dio per l’umanità, segno di speranza e anche escatologico. Il resto è molto secondario. La novità, il rinnovamento, la bellezza della vita religiosa continuerà a risplendere nella misura in cui non si penserà più solo a queste cose, ma si accetterà anche di perdersi nel dono di sé, senza fare calcoli. Bisogna avere il coraggio di essere dentro la logica della fede, che non è altro che risposta alla chiamata d’amore di Dio per noi”.
Cosa si aspetta dal futuro?
“Per il futuro della vita consacrata mi auguro che cresca la capacità di gettare le paure, i calcoli, l’autoreferenzialità, in modo da vivere da persone appassionate di Dio e dell’umanità, a servizio là dove il Signore ci chiama. Mi auguro una vita religiosa più nuova, più adatta ai tempi, che trovi il coraggio della comunione e della condivisione dei carismi. Bisogna crescere nel coraggio di una conoscenza maggiore tra istituti, di una maggiore collaborazione, vivendo la missione in comunione. Mettendo in comune anche i danni materiali, se necessario, perché il nostro tempo ha bisogno del segno forte della reciprocità”.
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Il nuovo Patriarca: «Ora Venezia ha tanti orienti da governare» (Vecchi)
Clicca qui per leggere l'intervista.
Storie dall’altro mondo. L’universo dentro e fuori di noi (José Gabriel Funes)
L’universo dentro e fuori di noi
Storie dall’altro mondo
José Gabriel Funes
Da piccoli siamo abituati ad ascoltare storie che spiegano l’origine delle cose dentro e fuori di noi. Quando diventiamo adulti, impariamo anche noi a raccontarle. E conserviamo il piacere di impararne altre nuove. Come astronomi, abbiamo il compito di narrare all’umanità una storia: quella dell’universo. Un universo che ha quattordici miliardi di anni!
Fin dalle sue origini, l’essere umano ha sentito la necessità di ricercare una spiegazione razionale che gli permetta di capire il senso più profondo del cosmo che lo circonda. Di solito pensiamo all’universo fuori di noi. Ma ci dimentichiamo che la materia delle cose del nostro mondo quotidiano e dei nostri propri corpi è prodotta nel nucleo delle stelle.
Nell’Inno alla Materia Teilhard de Chardin la cantava come «triplice abisso delle stelle, degli atomi, e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli la dimensione di Dio». Ecco, la conoscenza dell’universo allarga il nostro cuore.
Tre istituzioni hanno deciso di raccontare il loro contributo a questo percorso di conoscenza della materia: l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), il dipartimento di fisica dell’università di Pisa e la Specola Vaticana. Mentre quest’ultima si occupa di astronomia teorica e osservativa, l’Infn e il dipartimento di fisica si occupano di quelle tematiche che sono indispensabili per unificare la conoscenza del cosmo. Infatti, se i telescopi ci fanno conoscere l’infinitamente grande, gli acceleratori di particelle ci aiutano a conoscere l’infinitamente piccolo. Che, peraltro, è il seme dal quale l’infinitamente grande è poi fiorito. Già questo singolare accostamento tra «grande» e «piccolo» dovrebbe suscitare la nostra meraviglia!
La storia dell’universo non si potrebbe raccontare senza le nostre «piccole» storie umane. In questo crocevia di storia cosmica e storia umana, Pisa è un luogo privilegiato. Ha dato i natali a Galileo Galilei ed è stata anche la città dove, dal 1903 al 1931, ha svolto il suo ministero pastorale l’arcivescovo Pietro Maffi, dal 1907 cardinale di Santa Romana Chiesa.
Maffi fu un appassionato divulgatore di astronomia. Unanime era la stima che riscuoteva nell’ambiente scientifico. Tanto che, nel 1904, Pio X lo nominò presidente della Specola Vaticana con l’incarico di riorganizzarla e di trovarle un nuovo direttore (scelto poi nella persona del gesuita Johann G. Hagen) in un momento delicato della storia dell’istituzione. Maffi visse la sua doppia appartenenza — al mondo della Chiesa e a quello della scienza — come occasione per favorire il dialogo e la collaborazione tra questi due ambiti dell’esperienza umana, pensati non già come conflittuali ma come cooperanti nella ricerca del significato più profondo dell’esistenza umana.
La mostra «Storie dall’altro mondo: l’universo dentro e fuori di noi», che si terrà a Pisa nella prossima primavera, si occupa della natura degli elementi che compongono l’universo e anche degli esseri viventi. Si spazia dall’immateriale fotone che ci porta la luce fino alle particelle che sono all’origine della massa, come il bosone di Higgs. Questo viaggio cosmico nelle profondità della materia continua poi nel sistema solare, le stelle della Via Lattea, fino alle lontane galassie.
Del resto, non dimentichiamo che nella nostra avventura cosmica ci sono ancora dei quesiti irrisolti, ai quali la scienza cerca di rispondere. Per esempio: che cosa sono la materia oscura e l’energia oscura? Vale la pena di ricordare che, secondo la nostra conoscenza più aggiornata dell’universo, esso è composto solo per il 4 per cento da materia «normale», cioè fatta di atomi, mentre per il 23 per cento è costituito da materia oscura e per il 73 da energia oscura.
La mostra, sebbene aperta a un pubblico vasto, è indirizzata soprattutto ai giovani. Parlando agli studenti durante la visita pastorale compiuta nel settembre del 2010 nel Regno Unito, Benedetto XVI ha detto: «C’è sempre un orizzonte più grande (a big picture), nelle vostre scuole cattoliche, sopra e al di là delle singole materie del vostro studio e delle varie capacità che acquisite... Ricordate sempre però che ogni materia che studiate si inserisce in un orizzonte più ampio. Non riducetevi mai ad un orizzonte ristretto». Un invito che suona familiare a tutti gli astronomi. I quali lavorano e studiano animati dalla consapevolezza che il loro compito è aprire all’umanità orizzonti sempre più larghi.
(©L'Osservatore Romano 1 febbraio 2012)
Storie dall’altro mondo
José Gabriel Funes
Da piccoli siamo abituati ad ascoltare storie che spiegano l’origine delle cose dentro e fuori di noi. Quando diventiamo adulti, impariamo anche noi a raccontarle. E conserviamo il piacere di impararne altre nuove. Come astronomi, abbiamo il compito di narrare all’umanità una storia: quella dell’universo. Un universo che ha quattordici miliardi di anni!
Fin dalle sue origini, l’essere umano ha sentito la necessità di ricercare una spiegazione razionale che gli permetta di capire il senso più profondo del cosmo che lo circonda. Di solito pensiamo all’universo fuori di noi. Ma ci dimentichiamo che la materia delle cose del nostro mondo quotidiano e dei nostri propri corpi è prodotta nel nucleo delle stelle.
Nell’Inno alla Materia Teilhard de Chardin la cantava come «triplice abisso delle stelle, degli atomi, e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli la dimensione di Dio». Ecco, la conoscenza dell’universo allarga il nostro cuore.
Tre istituzioni hanno deciso di raccontare il loro contributo a questo percorso di conoscenza della materia: l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), il dipartimento di fisica dell’università di Pisa e la Specola Vaticana. Mentre quest’ultima si occupa di astronomia teorica e osservativa, l’Infn e il dipartimento di fisica si occupano di quelle tematiche che sono indispensabili per unificare la conoscenza del cosmo. Infatti, se i telescopi ci fanno conoscere l’infinitamente grande, gli acceleratori di particelle ci aiutano a conoscere l’infinitamente piccolo. Che, peraltro, è il seme dal quale l’infinitamente grande è poi fiorito. Già questo singolare accostamento tra «grande» e «piccolo» dovrebbe suscitare la nostra meraviglia!
La storia dell’universo non si potrebbe raccontare senza le nostre «piccole» storie umane. In questo crocevia di storia cosmica e storia umana, Pisa è un luogo privilegiato. Ha dato i natali a Galileo Galilei ed è stata anche la città dove, dal 1903 al 1931, ha svolto il suo ministero pastorale l’arcivescovo Pietro Maffi, dal 1907 cardinale di Santa Romana Chiesa.
Maffi fu un appassionato divulgatore di astronomia. Unanime era la stima che riscuoteva nell’ambiente scientifico. Tanto che, nel 1904, Pio X lo nominò presidente della Specola Vaticana con l’incarico di riorganizzarla e di trovarle un nuovo direttore (scelto poi nella persona del gesuita Johann G. Hagen) in un momento delicato della storia dell’istituzione. Maffi visse la sua doppia appartenenza — al mondo della Chiesa e a quello della scienza — come occasione per favorire il dialogo e la collaborazione tra questi due ambiti dell’esperienza umana, pensati non già come conflittuali ma come cooperanti nella ricerca del significato più profondo dell’esistenza umana.
La mostra «Storie dall’altro mondo: l’universo dentro e fuori di noi», che si terrà a Pisa nella prossima primavera, si occupa della natura degli elementi che compongono l’universo e anche degli esseri viventi. Si spazia dall’immateriale fotone che ci porta la luce fino alle particelle che sono all’origine della massa, come il bosone di Higgs. Questo viaggio cosmico nelle profondità della materia continua poi nel sistema solare, le stelle della Via Lattea, fino alle lontane galassie.
Del resto, non dimentichiamo che nella nostra avventura cosmica ci sono ancora dei quesiti irrisolti, ai quali la scienza cerca di rispondere. Per esempio: che cosa sono la materia oscura e l’energia oscura? Vale la pena di ricordare che, secondo la nostra conoscenza più aggiornata dell’universo, esso è composto solo per il 4 per cento da materia «normale», cioè fatta di atomi, mentre per il 23 per cento è costituito da materia oscura e per il 73 da energia oscura.
La mostra, sebbene aperta a un pubblico vasto, è indirizzata soprattutto ai giovani. Parlando agli studenti durante la visita pastorale compiuta nel settembre del 2010 nel Regno Unito, Benedetto XVI ha detto: «C’è sempre un orizzonte più grande (a big picture), nelle vostre scuole cattoliche, sopra e al di là delle singole materie del vostro studio e delle varie capacità che acquisite... Ricordate sempre però che ogni materia che studiate si inserisce in un orizzonte più ampio. Non riducetevi mai ad un orizzonte ristretto». Un invito che suona familiare a tutti gli astronomi. I quali lavorano e studiano animati dalla consapevolezza che il loro compito è aprire all’umanità orizzonti sempre più larghi.
(©L'Osservatore Romano 1 febbraio 2012)
Moraglia di Venezia. Un patriarca pastore (Rodari)
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Laura.
Mons. Francesco Moraglia patriarca a Venezia (Parise)
Mons. Francesco Moraglia patriarca a Venezia
Mariano Parise
CITTÀ DEL VATICANO
Per il suo arrivo a Venezia bisognerà attendere ancora qualche settimana e giungere a ridosso di Pasqua, ma la nomina da parte del Papa è cosa fatta ed è stata ufficializzata ieri: mons. Francesco Moraglia sarà il nuovo Patriarca di Venezia. L'annuncio è arrivato, come di consueto, in contemporanea nelle tre sedi interessate: a Roma, con la nota ufficiale diramata dalla sala stampa vaticana; a Venezia, con i rintocchi delle campane di San Marco e il saluto di mons. Beniamino Pizziol, che regge da amministratore apostolico il patriarcato lagunare da quando il card. Angelo Scola ha lasciato Venezia per Milano; e a La Spezia, di cui lo stesso Moraglia è vescovo dal dicembre 2007.
«Non appena ho avuto notizia di questa nomina sono stato preso da un forte sentimento di trepidazione, ma anche di fiducia nel Signore», confida il prelato nel messaggio diretto alla comunità veneziana. «Chiedo di essere accolto come un fratello che, per dono della provvidenza, è stato mandato a voi come padre», aggiunge. La sede di Venezia, del resto, non è impegno da poco, apre la strada alla porpora cardinalizia e spesso è stata fucina di pontefici: nel corso del Novecento se ne contano tre, Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. Anche se dal punto di vista delle dimensioni, quindi, non è delle diocesi più grandi – conta 128 parrocchie e 370 mila abitanti – Venezia ha un notevole prestigio.
Per l'insediamento ufficiale non c'è ancora una data precisa - come ha spiegato ieri lo stesso Pizziol – ma la presa di possesso della Cattedra di San Marco da parte del nuovo Patriarca è attesa per prima di Pasqua.
© Copyright Gazzetta del sud, 1° febbraio 2012
Mariano Parise
CITTÀ DEL VATICANO
Per il suo arrivo a Venezia bisognerà attendere ancora qualche settimana e giungere a ridosso di Pasqua, ma la nomina da parte del Papa è cosa fatta ed è stata ufficializzata ieri: mons. Francesco Moraglia sarà il nuovo Patriarca di Venezia. L'annuncio è arrivato, come di consueto, in contemporanea nelle tre sedi interessate: a Roma, con la nota ufficiale diramata dalla sala stampa vaticana; a Venezia, con i rintocchi delle campane di San Marco e il saluto di mons. Beniamino Pizziol, che regge da amministratore apostolico il patriarcato lagunare da quando il card. Angelo Scola ha lasciato Venezia per Milano; e a La Spezia, di cui lo stesso Moraglia è vescovo dal dicembre 2007.
«Non appena ho avuto notizia di questa nomina sono stato preso da un forte sentimento di trepidazione, ma anche di fiducia nel Signore», confida il prelato nel messaggio diretto alla comunità veneziana. «Chiedo di essere accolto come un fratello che, per dono della provvidenza, è stato mandato a voi come padre», aggiunge. La sede di Venezia, del resto, non è impegno da poco, apre la strada alla porpora cardinalizia e spesso è stata fucina di pontefici: nel corso del Novecento se ne contano tre, Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. Anche se dal punto di vista delle dimensioni, quindi, non è delle diocesi più grandi – conta 128 parrocchie e 370 mila abitanti – Venezia ha un notevole prestigio.
Per l'insediamento ufficiale non c'è ancora una data precisa - come ha spiegato ieri lo stesso Pizziol – ma la presa di possesso della Cattedra di San Marco da parte del nuovo Patriarca è attesa per prima di Pasqua.
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