mercoledì 21 dicembre 2011

Rebibbia, il Papa è arrivato con un largo sorriso e le braccia levate in alto (Ansaldo)

L'abbraccio di Ratzinger ai carcerati
Il sovraffollamento è una doppia pena


MARCO ANSALDO

ROMA - Ci sono insieme semplici furfanti ed elementi pluriomicidi.
Indossano indistintamente felpe colorate e scarpe da ginnastica. Ma anche giacche eleganti, «fatte arrivare dai parenti - spiega uno di loro, ex spacciatore - per questo evento speciale». All'apparenza uomini normali: sembra di stare nella piazza di una qualsiasi città, un giorno di fine dicembre. In realtà siamo nello spiazzo della chiesa dentro il carcere di Rebibbia, periferia di Roma. Dove per una domenica il dolore di gente che in misura diversa ha sbagliato, e sta pagando per questo, ha lasciato spazio alla felicità per «l'arrivo dell'uomo più importante del mondo», e alla speranza per un'amnistia che possa accorciare la pena e quel dolore continuo.
Il Papa è arrivato con un largo sorriso e le braccia levate in alto. Dai detenuti si è fatto avvicinare, abbracciare e baciare. Così Joseph Ratzinger ha ripercorso le orme di Wojtylae di Roncalli, Pontefici che avevano voluto toccare da vicino l'atmosfera dolente dei penitenziari. Nella chiesa, in un'atmosfera prenatalizia accompagnata dal suono inedito e delicato di un'arpa, le parole del Santo Padre sono precedute da un breve saluto dell'ospite, il nuovo ministro della Giustizia, Paola Severino, che solo due giorni fa ha annunciato un decreto per decongestionare le prigioni concedendo gli arresti domiciliari a chi sconta gli ultimi 18 mesi della pena. Legge la lettera toccante di un detenuto, «che mi sono ritrovata in tasca», spiega emozionata, dopo una visita al carcere di Cagliari. «E mi è sembrato perciò un segno renderne testimonianza». «Se aiuteremo la barca di nostro fratello ad attraversare il fiume - scriveva nel testo il detenuto Alfio Diolosa, catanese, classe 1959, rinchiuso nel braccio di alta sicurezza, e che al ministro aveva regalato un presepe in miniatura fatto con le sue mani - anche la nostra barca avrà raggiunto la riva. Buon Natale». La Severino, applauditissima, aggiunge solo che «la custodia cautelare in carcere deve essere disciplinata in modo tale da rappresentare una misura veramente eccezionale», e che la riparazione deve accompagnarsi alla rieducazione.
È poi la volta di cinque detenuti. Tra cui Omar del Benin, Paese visitato lo scorso mese da Benedetto XVI, Federico che parla per gli ospiti sieropositivi, Alberto, romano e padre di una bimba di due mesi, Gaia, mostrata in foto al Papa. Ratzinger risponde a braccio ad uno per uno. «I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità.
Hanno bisogno della nostra sollecitudine. Il sovraffollamentoè una doppia pena per i detenuti, che hanno invece bisogno di modalità diverse di detenzione», dice.
E a un detenuto che denuncia il modo aggressivo con cui si parla di chi sconta una pena risponde: «Dobbiamo sopportare che alcuni parlano in modo feroce, parlano in modo feroce anche contro il Papa e tuttavia andiamo avanti».
Più volte il capo dello Stato vaticano, molto a suo agio e con tono partecipe, pronuncia la formula «il nostro governo»,e il «nostro ministro della Giustizia», quasi a configurare ancora una volta l'appoggio della Santa Sede al nuovo governo di Mario Monti. Parla dell'importanza di essere padre e di tenere in braccio una figlia, della difficoltà dell'Occidente ricco a essere felice, del senso della confessione sacramentale.
Alla fine, la macchina nera targata SCV1 (Stato della Città del Vaticano), con a bordo Joseph Ratzinger e il suo segretario personale, monsignor Georg Gaenswein, lascia lo spiazzo varcando i pesanti cancelli in ferro. E due grida si mescolano assieme dalle finestre delle celle: «Viva il Papa», «Amnistia!».

© Copyright Repubblica, 19 dicembre 2011

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