mercoledì 21 novembre 2012
Il Papa: 'Credo quia absurdum' (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica
Papa/ Dio non è assurdo ma misterioso, fede non è irrazionale
A udienza generale in Vaticano prosegue ciclo catechesi su fede
Città delVaticano, 21 nov. (TMNews)
"La tradizione cattolica ha sin dall'inizio rigettato il fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione.
'Credo quia absurdum' (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica".
Lo ha detto il Papa all'udienza generale in aula Paolo VI in Vaticano. "Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero", ha proseguito Ratzinger. "Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n'è troppa. Così come quando gli occhi dell'uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso?; anzi, è la fonte della luce".
"E' falso - ha detto ancora il Papa all'udienza generale, proseguendo un ciclo di catechesi sulla fede - il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E' vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato", ha affermato Benedetto XVI citando, in particolare, Sant'Agostino.
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Editoria: un premio intitolato al cardinale Michele Giordano (Izzo). Il comunicato stampa ed il regolamento
EDITORIA: UN PREMIO INTITOLATO AL CARDINALE MICHELE GIORDANO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 21 nov.
Con il patrocinio dell'Arcidiocesi di Napoli e dell'Ordine dei Giornalisti della Campania, nasce il "Premio cardinale Michele Giordano" destinato a premiare un libro su temi religiosi che sara' votato su Facebook in una terna selezionata tra le opere candiate dagli editori. Il volume che otterra' il maggior numero di suffragi vincera' la prima edizione.
La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato primo giugno 2013 nella sede dell'Ordine dei Giornalisti della Campania. Il regolamento del premio e' consultabile sul sito www.libreriaorientaleditrice.it.
"L'iniziativa del Premio cardinale Michele Giordano - afferma Fulvio Tessitore, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Campania - ha una duplice valenza.
E' un atto di omaggio a una figura di un rigoroso, colto uomo di Chiesa molto poco capito per la sua sobrieta' e scrupolosa interpretazione della sua alta funzione di vescovo. Si rivolge, inoltre, a giovani studiosi e scrittori, che rappresentarono sempre una particolare preoccupazione del cardinale Giordano, che dei problemi della formazione e del sostegno ai giovani fece uno dei motivi della sua lunga azione episcopale". Segretario del premio e' il vaticanista Francesco Grana, apprezzato biografo del cardinale Giordano.
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PREMIO CARDINALE GIORDANO: COMUNICATO STAMPA
PREMIO CARDINALE GIORDANO: REGOLAMENTO
Pedofilia, don Di Noto: scarsa attenzione da parte dei media. I nomi dei responsabili vanno pubblicati (Izzo)
PEDOFILIA: DON DI NOTO A R.VATICANA, SCARSA ATTENZIONE DAI MEDIA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 21 nov.
"Impressiona quando quotidiani cosi' rinomati e importanti magari pubblicano quattro-cinque pagine di gossip, e non informano la gente su questi fenomeni aberranti, cosi' gravi".
Don Fortunato Di Noto, fondatore dell'associazione Meter impegnata contro la pedofilia, esprime ai microfoni della Radio Vaticana il suo disappunto per la scarsa attenzione dei media riguardo al fenomeno. "Non credo - spiega - che oggi la societa' non sappia contenere queste notizie, non sappia gestirle emotivamente, ma di certo non parlarne favorisce ancora di piu' la diffusione di una mentalita' che quasi tende sempre piu' a normalizzare il fenomeno".
Il sacerdote siciliano si riferisce alla scoperta su Internet del piu' grande archivio pedopornografico mai rinvenuto dalla Polizia postale, che ha condotto le indagini per 10 mesi, a partire dalla segnalazione di una ragazza salernitana che, scaricando dei file musicali di Edith Piaf, si e' ritrovata il computer inondato da materiale raccapricciante. "Stiamo parlando - spiega don Di Noto - di un'operazione importante che ha permesso il sequestro di cinque milioni di file, con cartelle che contengono immagini di neonati violentati e si suppone forse anche uccisi".
"Allora - rileva il sacerdote - se tutto questo non ci indigna e non crea una motivazione per contrastare anche culturalmente il fenomeno, io credo che ci sia da interrogarsi". "Noi - conclude don Di Noto - dobbiamo dire che la pedofilia e' un crimine: non possiamo pensare che sia un fenomeno marginale. E' veramente un fenomeno per cui i criminali si nutrono della carne e dell'innocenza dei bambini. Non riesco a capire - conclude il prete anti-pedofili - perche' di conseguenza moltissimi quotidiani poi non ne parlano: questa veramente e' un'omissione di soccorso, un'omissione di informazione".
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PEDOFILIA: DON DI NOTO, NOMI DEI RESPONSABILI VANNO PUBBLICATI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 21 nov.
"Le persone che compiono reati contro i bambini non possono essere tutelate nella loro privacy". Lo afferma don Fortunato Di Noto, fondatore dell'associazione antipedofilia Meter, ai microfoni della Radio Vaticana. "Capisco - ammette - la tutela per evitare il far-west, per evitare azioni che possano arrecare ulteriore danno a chi e' stato abusatore, predatore di bambini; pero' e' anche vero che la conoscenza del nome permetterebbe due cose: uno, sarebbe un elemento deterrente perche' questi soggetti potrebbero cosi' essere individuati e, perche' no?, la societa' potrebbe proteggersi da ulteriori attacchi".
Secondo don Di Noto, "forse anche per il soggetto l'essere conosciuto potrebbe diventare un deterrente per fare meno danni". "Se arriva la condanna definitiva, in terzo grado, se la condanna e' definita penso - sottolinea il religioso - che non dovrebbe esserci alcun problema nell'indicare nome e cognome". "Il problema - segnala il sacerdote antipedofilia - e' anche un altro: spesso si ha una condanna piu' pesante per chi ruba galline di quanto per chi commette questo tipo di reato". "Per fortuna - riconosce don Di Noto -con la ratifica della Convenzione di Lanzarote le cose sono un po' cambiate per quanto riguarda i livelli di prescrizione del reato: si puo' arrivare, dipende dalla gravita' del reato commesso nei confronti dei minori, anche a 28 anni di prescrizione". "Forse - conclude don Di Noto - bisogna fare di piu', forse bisogna applicarsi di piu', forse bisogna che la giustizia sia piu' celere di quanto non lo sia oggi. Normalmente, in un processo per abuso sessuale su bambini, per avere un primo grado, possono passare anche cinque-sei anni. Figuratevi quanto puo' passare per avere una sentenza definitiva".
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Il Papa: decisioni coraggiose per fermare la violenza a Gaza (AsiaNews)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
Papa: decisioni coraggiose per fermare la violenza a Gaza
Benedetto XVI incoraggia gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua. Proseguendo nelle catechesi dedicate all'Anno della fede, Benedetto XVI dice che il "fideismo" espresso nella frase credo perché è assurdo, "non è formula che interpreta la fede cattolica", per la quale, invece, è ragionevole credere.
Città del Vaticano (AsiaNews)
Il Papa incoraggia "le iniziative e gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua" tra israeliani e palestinesi della Striscia di Gaza. Al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI, dopo aver espresso la sua "grave preoccupazione" per il proseguire della violenza e la sua vicinanza per le vittime, ha anche esortato "le autorità di entrambe le parti ad adottare decisioni coraggiose in favore della pace e porre fine a un conflitto con ripercussioni negative in tutta la regione medio-orientale, travagliata da troppi scontri e bisognosa di pace e riconciliazione".
Prima del nuovo appello per la pace, il Papa aveva centrato la sua riflessione sul fatto che credere è "ragionevole", il "fideismo", che è la volontà di credere contro la ragione ed è espresso nella frase "credo quia absurdum", credo perché è assurdo, "non è formula che interpreta la fede cattolica", per la quale, invece, "credere non è assurdo, se mai è mistero".
"Se - aveva detto alle ottomila persone presenti nell'aula Paolo VI, in Vaticano - guardando al mistero la ragione vede buio, non è perché nel mistero non c'è luce, ma perché ce n'è troppa". "Così come quando gli occhi dell'uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce?".
Il Papa prosegue anche oggi nella serie di catechesi di riflessione sull'Anno della fede nella "speranza di riscoprire la gioia di credere e l'entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede" affrontando il tema tradizionalmente complesso, della "ragionevolezza" del credere.
"La fede permette di guardare il «sole» di Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all'uomo e si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione". "Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E' falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E' vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato".
Il Papa ha ricordato, in proposito, la fallita ricerca della verità attraverso le filosofie condotta da sant'Agostino prima della conversione, e ancora sant'Anselmo e san Tommaso, fino a Giovanni Paolo II che nell'Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: La ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole".
"Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull'uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell'umanità, accessibile nella fede, apre l'orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell'universo, nella consapevolezza che l'uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l'uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell'universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell'uomo, restando fedele a questo stesso disegno".
Il nostro impegno nell' evangelizzazione, l'auspicio conclusivo del Papa, "aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell'esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l'uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E' ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell'anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell'Eternità beata".
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Papa: decisioni coraggiose per fermare la violenza a Gaza
Benedetto XVI incoraggia gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua. Proseguendo nelle catechesi dedicate all'Anno della fede, Benedetto XVI dice che il "fideismo" espresso nella frase credo perché è assurdo, "non è formula che interpreta la fede cattolica", per la quale, invece, è ragionevole credere.
Città del Vaticano (AsiaNews)
Il Papa incoraggia "le iniziative e gli sforzi di quanti stanno cercando di ottenere una tregua" tra israeliani e palestinesi della Striscia di Gaza. Al termine dell'udienza generale, Benedetto XVI, dopo aver espresso la sua "grave preoccupazione" per il proseguire della violenza e la sua vicinanza per le vittime, ha anche esortato "le autorità di entrambe le parti ad adottare decisioni coraggiose in favore della pace e porre fine a un conflitto con ripercussioni negative in tutta la regione medio-orientale, travagliata da troppi scontri e bisognosa di pace e riconciliazione".
Prima del nuovo appello per la pace, il Papa aveva centrato la sua riflessione sul fatto che credere è "ragionevole", il "fideismo", che è la volontà di credere contro la ragione ed è espresso nella frase "credo quia absurdum", credo perché è assurdo, "non è formula che interpreta la fede cattolica", per la quale, invece, "credere non è assurdo, se mai è mistero".
"Se - aveva detto alle ottomila persone presenti nell'aula Paolo VI, in Vaticano - guardando al mistero la ragione vede buio, non è perché nel mistero non c'è luce, ma perché ce n'è troppa". "Così come quando gli occhi dell'uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce?".
Il Papa prosegue anche oggi nella serie di catechesi di riflessione sull'Anno della fede nella "speranza di riscoprire la gioia di credere e l'entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede" affrontando il tema tradizionalmente complesso, della "ragionevolezza" del credere.
"La fede permette di guardare il «sole» di Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all'uomo e si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione". "Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E' falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E' vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato".
Il Papa ha ricordato, in proposito, la fallita ricerca della verità attraverso le filosofie condotta da sant'Agostino prima della conversione, e ancora sant'Anselmo e san Tommaso, fino a Giovanni Paolo II che nell'Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: La ragione dell'uomo non si annulla né si avvilisce dando l'assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole".
"Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull'uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell'umanità, accessibile nella fede, apre l'orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell'universo, nella consapevolezza che l'uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l'uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell'universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell'uomo, restando fedele a questo stesso disegno".
Il nostro impegno nell' evangelizzazione, l'auspicio conclusivo del Papa, "aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell'esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l'uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E' ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell'anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell'Eternità beata".
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Giornata per le claustrali. Il Papa: sostenere i monasteri, la loro preghiera aiuta il mondo
Giornata per le claustrali. Il Papa: sostenere i monasteri, la loro preghiera aiuta il mondo
Oggi, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio, si celebra la Giornata per le Claustrali. Il Papa, al termine dell’udienza generale, ha espresso la sua vicinanza e di tutta la comunità ecclesiale alle sorelle chiamate dal Signore alla vita contemplativa. Ha quindi rinnovato l’invito a tutti i cristiani “affinché non facciano mancare ai monasteri di clausura il necessario sostegno spirituale e materiale. Tanto dobbiamo – ha sottolineato - a queste persone che si consacrano interamente alla preghiera per la Chiesa e per il mondo!”. A Roma, stamattina, nella Basilica di Santa Cecilia, il cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per la Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha presieduto nell’occasione una solenne celebrazione eucaristica. Nei giorni scorsi la Basilica ha ospitato degli incontri sul tema “… in memoria del Concilio Vaticano II. Speranza per il futuro…”. Tiziana Campisi ha chiesto alla badessa del monastero benedettino di Santa Cecilia, madre Maria Giovanna Valenziano, in che modo oggi i laici possono guardare quanti vivono nei monasteri come speranza per il futuro:
R. - Nella misura in cui viviamo la speranza nei monasteri. Abbiamo anche una parola chiave nella prima Lettera di Pietro: “Adorate il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. E penso che il mondo di oggi ci domanda ragione della speranza che è in noi più che mai, dati i travagli, i problemi, la disperazione crescente. Quindi la nostra vita claustrale deve testimoniare ad ogni uomo afflitto ed angustiato, che - ad esempio - è possibile sopportare con somma pazienza le infermità fisiche e morali dei fratelli. Penso che il compito delle comunità monastiche sia anche quello di indicare all’uomo moderno nuove possibilità, nuovi modi e ritmi di vita.
D. - Quali sono queste modalità che possono essere suggerite ai laici?
R. - Le modalità dell’accoglienza, dell’ascolto reciproco e della Parola. Noi nella nostra comunità viviamo un’esperienza di comunità internazionale, i cui membri provengono da quattro continenti. Siamo quindi diversi per età, cultura e lingue, però riusciamo a vivere insieme come una grande famiglia, accettandoci così come siamo e sforzandoci di crescere insieme nell’accoglienza. Quindi vogliamo dire questo: è un’esperienza arricchente ed estremamente educativa - certo è anche faticosa - in quanto si impara a mettere insieme i doni che ognuno ha, ed anche ciò che si è, perché ne scaturisca un’armonia sempre maggiore.
D. - In che modo la vostra vita incontra quella della gente comune?
R. - Diciamo che, anche se in un modo particolare, noi siamo in ascolto del mondo. Non dobbiamo mai dimenticarci che la nostra preghiera - che è l’essenza della nostra vita - deve essere interprete del sacrificio, delle sofferenze fisiche e morali, delle fatiche, delle speranze dell’umanità che unita al sacrificio di Cristo offriamo con Lui, per Lui e al Padre. Poi ogni monastero deve offrire a chiunque bussi alla porta una parola di salvezza, un augurio di pace e di gioia che al giorno d’oggi è tanto necessario. Chiunque deve poter trovare nel monastero una persona disponibile all’ascolto, capace di accogliere il suo bagaglio di sofferenza, di incomprensioni, di delusioni, anche di gioie...
D. - Oggi, come monaca di clausura, cosa vorrebbe dire in particolare alla collettività cristiana?
R. - Vorrei invitare ad avere speranza e ad essere testimoni di speranza. “L’amore di Cristo ci spinge”, diceva San Paolo ai Corinzi: questa è una Parola che dobbiamo sentire attualissima. Ad un mondo travagliato, lacerato, deluso che pare tendere all’autodistruzione, noi dobbiamo dire, gridare con convinzione che oggi Dio è presente, e la sua presenza è presenza che vuole salvi tutti.
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Il Papa all'udienza generale: la fede è ragionevole, il mistero di Dio non è irrazionale ma sovrabbondanza di verità (Radio Vaticana)
Il Papa all'udienza generale: la fede è ragionevole, il mistero di Dio non è irrazionale ma sovrabbondanza di verità
Il Papa, all’udienza generale di stamani, tenuta nell’Aula Paolo VI, ha continuato la sua catechesi sull’Anno della fede, invitando a “riscoprire quanta gioia c’è nel credere” e a “ritrovare l’entusiasmo di comunicare a tutti le verità della fede. Queste verità – ha detto - non sono un semplice messaggio su Dio, una particolare informazione su di Lui. Esprimono invece l’evento dell’incontro di Dio con gli uomini, incontro salvifico e liberante, che realizza le aspirazioni più profonde dell’uomo, i suoi aneliti di pace, di fraternità, di amore. La fede porta a scoprire che l’incontro con Dio valorizza, perfeziona ed eleva quanto di vero, di buono e di bello c’è nell’uomo. Accade così che, mentre Dio si rivela e si lascia conoscere, l’uomo viene a sapere chi è Dio e, conoscendolo, scopre se stesso, la propria origine, il proprio destino, la grandezza e dignità della vita umana”.
“La fede – ha rilevato - permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”, un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo. La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, vincendo la solitudine che rende tristi. Questa conoscenza di Dio attraverso la fede non è perciò solo intellettuale, ma vitale. E’ la conoscenza di Dio-Amore, grazie al suo stesso amore. L’amore di Dio poi fa vedere, apre gli occhi, permette di conoscere tutta la realtà, oltre le prospettive anguste dell’individualismo e del soggettivismo che disorientano le coscienze. La conoscenza di Dio è perciò esperienza di fede e implica, nel contempo, un cammino intellettuale e morale: toccati nel profondo dalla presenza dello Spirito di Gesù in noi, superiamo gli orizzonti dei nostri egoismi e ci apriamo ai veri valori dell’esistenza”.
Benedetto XVI nella sua catechesi si è soffermato “sulla ragionevolezza della fede in Dio. La tradizione cattolica ha sin dall’inizio rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione. Credo quia absurdum (credo perché è assurdo) non è formula che interpreti la fede cattolica. Dio, infatti, non è assurdo, semmai è mistero. Il mistero, a sua volta, non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità. Se, guardando al mistero, la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa. Così come quando gli occhi dell’uomo si dirigono direttamente al sole per guardarlo, vedono solo tenebra; ma chi direbbe che il sole non è luminoso, anzi la fonte della luce? La fede permette di guardare il «sole» di Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo e si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione (cfr Conc. Ec. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 13). Allo stesso tempo, Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà. E’ falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. E’ vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato. Sant’Agostino, prima della sua conversione, cerca con tanta inquietudine la verità, attraverso tutte le filosofie disponibili, trovandole tutte insoddisfacenti. La sua faticosa ricerca razionale è per lui una significativa pedagogia per l’incontro con la Verità di Cristo. Quando dice: «comprendi per credere e credi per comprendere» (Discorso 43, 9: PL 38, 258), è come se raccontasse la propria esperienza di vita. Intelletto e fede, dinanzi alla divina Rivelazione non sono estranei o antagonisti, ma sono ambedue condizioni per comprenderne il senso, per recepirne il messaggio autentico, accostandosi alla soglia del mistero. Sant’Agostino, insieme a tanti altri autori cristiani, è testimone di una fede che si esercita con la ragione, che pensa e invita a pensare. Su questa scia, Sant’Anselmo dirà nel suo Proslogion che la fede cattolica è fides quaerens intellectum, dove il cercare l’intelligenza è atto interiore al credere. Sarà soprattutto San Tommaso d’Aquino – forte di questa solida tradizione – a confrontarsi con la ragione dei filosofi, mostrando quanta nuova feconda vitalità razionale deriva al pensiero umano dall’innesto dei principi e delle verità della fede cristiana”.
Ha quindi ribadito che la fede cattolica è “ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana. Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, ha affermato che la ragione è in grado di conoscere con certezza l’esistenza di Dio attraverso la via della creazione, mentre solo alla fede appartiene la possibilità di conoscere «facilmente, con assoluta certezza e senza errore» (DS 3005) le verità che riguardano Dio, alla luce della grazia. La conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione. Il Beato Papa Giovanni Paolo II, infatti, nell’Enciclica Fides et ratio, sintetizza così: «La ragione dell’uomo non si annulla né si avvilisce dando l’assenso ai contenuti di fede; questi sono in ogni caso raggiunti con scelta libera e consapevole» (n. 43). Nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé”.
“Questa dottrina – ha osservato - è facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, sostiene: «Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,22-23). Dio, infatti, ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca. Eppure, la Croce di Cristo ha una sua ragione, che San Paolo chiama: ho lògos tou staurou, “la parola della croce” (1 Cor 1,18). Qui, il termine lògos indica tanto la parola quanto la ragione e, se allude alla parola, è perché esprime verbalmente ciò che la ragione elabora. Dunque, Paolo vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede. Allo stesso tempo , egli ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo la bellezza delle opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui: «Infatti – scrive nella Lettera ai Romani - le … perfezioni invisibili [di Dio], ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (1,20). Così, anche S. Pietro esorta i cristiani della diaspora ad adorare «il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). In un clima di persecuzione e di forte esigenza di testimoniare la fede, ai credenti viene chiesto di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo”.
“Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere – ha sottolineato - si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo, lo vediamo. Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta. Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile. Così la fede, vissuta realmente, non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso. Anche per questo è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e per la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno”.
“Ecco perché è decisivo per l’uomo – ha detto il Papa - aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo. Nel Vangelo viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica «grammatica» dell’umano e di tutta la realtà. Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La verità di Dio è la sua sapienza che regge l’ordine della creazione e del governo del mondo. Dio che, da solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115,15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella relazione con lui» (n. 216)”.
Infine, Benedetto XVI ha esortato a confidare “che il nostro impegno nell’ evangelizzazione aiuti a ridare nuova centralità al Vangelo nella vita di tanti uomini e donne del nostro tempo. E preghiamo perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso. Le testimonianze di quanti ci hanno preceduto e hanno dedicato la loro vita al Vangelo lo confermano per sempre. E’ ragionevole credere, è in gioco la nostra esistenza. Vale la pena di spendersi per Cristo, Lui solo appaga i desideri di verità e di bene radicati nell’anima di ogni uomo: ora, nel tempo che passa, e nel giorno senza fine dell’Eternità beata”.
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Il Papa: La tradizione cattolica ha sin dall’inizio rigettato il fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione (Sir)
BENEDETTO XVI: UDIENZA, LA FEDE CATTOLICA È “RAGIONEVOLE”
“La tradizione cattolica ha sin dall’inizio rigettato il fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione”. Lo ha detto, stamattina, Benedetto XVI, nella catechesi per l’Udienza del mercoledì nell’Aula Paolo VI. Dio “non è assurdo, semmai è mistero” e il mistero “non è irrazionale, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità”. Se, guardando al mistero, “la ragione vede buio, non è perché nel mistero non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa”. La fede “permette di guardare il ‘sole’ di Dio, perché è accoglienza della sua rivelazione nella storia e, per così dire, riceve veramente tutta la luminosità del mistero di Dio, riconoscendo il grande miracolo: Dio si è avvicinato all’uomo e si è offerto alla sua conoscenza, accondiscendendo al limite creaturale della sua ragione”. Allo stesso tempo, “Dio, con la sua grazia, illumina la ragione, le apre orizzonti nuovi, incommensurabili e infiniti. Per questo, la fede costituisce uno stimolo a cercare sempre, a non fermarsi mai e mai quietarsi nella scoperta inesausta della verità e della realtà”. Perciò, “è falso il pregiudizio di certi pensatori moderni, secondo i quali la ragione umana verrebbe come bloccata dai dogmi della fede. È vero esattamente il contrario, come i grandi maestri della tradizione cattolica hanno dimostrato”. La fede cattolica è dunque “ragionevole e nutre fiducia anche nella ragione umana”.
Per il Papa, “la conoscenza della fede, inoltre, non è contro la retta ragione”. Infatti, “nell’irresistibile desiderio di verità, solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé”. Questa dottrina è “facilmente riconoscibile in tutto il Nuovo Testamento”. Dio, infatti, “ha salvato il mondo non con un atto di potenza, ma mediante l’umiliazione del suo Figlio unigenito: secondo i parametri umani, l’insolita modalità attuata da Dio stride con le esigenze della sapienza greca”. Eppure, “la Croce di Cristo ha una sua ragione”, come spiega San Paolo che “vede nella Croce non un avvenimento irrazionale, ma un fatto salvifico che possiede una propria ragionevolezza riconoscibile alla luce della fede”. Allo stesso tempo, egli “ha talmente fiducia nella ragione umana, al punto da meravigliarsi per il fatto che molti, pur vedendo la bellezza delle opere compiute da Dio, si ostinano a non credere in Lui”. “Su queste premesse circa il nesso fecondo tra comprendere e credere - ha spiegato il Pontefice -, si fonda anche il rapporto virtuoso fra scienza e fede. La ricerca scientifica porta alla conoscenza di verità sempre nuove sull’uomo e sul cosmo”. “Il vero bene dell’umanità, accessibile nella fede, apre l’orizzonte nel quale si deve muovere il suo cammino di scoperta”, ha chiarito il Santo Padre.
Vanno pertanto incoraggiate, ad esempio, “le ricerche poste a servizio della vita e miranti a debellare le malattie. Importanti sono anche le indagini volte a scoprire i segreti del nostro pianeta e dell’universo, nella consapevolezza che l’uomo è al vertice della creazione non per sfruttarla insensatamente, ma per custodirla e renderla abitabile”. Così “la fede non entra in conflitto con la scienza, piuttosto coopera con essa, offrendo criteri basilari perché promuova il bene di tutti, chiedendole di rinunciare solo a quei tentativi che - opponendosi al progetto originario di Dio - possono produrre effetti che si ritorcono contro l’uomo stesso”. Anche per questo “è ragionevole credere: se la scienza è una preziosa alleata della fede per la comprensione del disegno di Dio nell’universo, la fede permette al progresso scientifico di realizzarsi sempre per il bene e la verità dell’uomo, restando fedele a questo stesso disegno”. Ecco perché “è decisivo per l’uomo aprirsi alla fede e conoscere Dio e il suo progetto di salvezza in Gesù Cristo”. Nel Vangelo “viene inaugurato un nuovo umanesimo, un’autentica ‘grammatica’ dell’umano e di tutta la realtà”. “Preghiamo - ha concluso - perché tutti ritrovino in Cristo il senso dell’esistenza e il fondamento della vera libertà: senza Dio, infatti, l’uomo smarrisce se stesso”.
© Copyright Sir
"L'infanzia di Gesù" nel commento di Giacomo Galeazzi
(Sacro) marketing editoriale
GIACOMO GALEAZZI
CITTA'DEL VATICANO
Una storia reale che interroga tutti. Oggi L’infanzia di Gesù è in libreria (Lev-Rizzoli, pp. 174, € 17): edizioni in venti lingue e tiratura (per ora) di un milione di copie in 72 Paesi. Un autentico «miracolo» di marketing editoriale, persino prevedibile quando l’autore siede sul Soglio di Pietro ed è uno dei maggiori intellettuali contemporanei. Se il libro di Benedetto XVI su Gesù bambino, basato su una rigorosa interpretazione sia storica sia testuale, è il successo annunciato di Natale, la sua enciclica in lavorazione sulla morte e risurrezione di Cristo proseguirà a Pasqua la stagione d’oro della «sacra editoria».
E così ieri anche la presentazione in Vaticano del volume papale si è trasformata in un evento rilanciato dai media di tutto il mondo, con il ministro della Cultura Gianfranco Ravasi che ha attualizzato le Scritture nel dolore delle madri di Gaza, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che ha descritto l’apprezzamento del cardinal Martini per gli altri due volumi della trilogia ratzingeriana e Paolo Mieli, presidente della Rcs libri, che ha evidenziato la centralità di Maria nelle densissime pagine in cui Ratzinger affronta anche il mistero della verginità della Madonna per concludere: «Sì, io credo». Quasi un presagio di un suo innalzamento a co-redentrice dell’umanità.
Sposo di Maria, turbato dalla gravidanza inattesa e della quale non sapeva l’origine, san Giuseppe era «un uomo giusto». Mai ritratti tanto chiari e luminosi nel Magistero. La genealogia, l’annunciazione, l’evento di Betlemme, i magi, i tre giorni nel Tempio a discutere con i «dottori». I vangeli dell’infanzia di Gesù «raccontano una storia reale, non delle storie». Si legge nella premessa: «Non si tratta di un terzo volume, ma di una specie di piccola “sala d’ingresso” ai due precedenti volumi sulla figura e sul messaggio di Gesù di Nazaret».
La nascita a Betlemme avviene ai tempi di Augusto. Nella mangiatoia non c’erano il bue e l’asinello, «nel Vangelo non si parla di animali», ma il Papa invita a mantenerli nel presepe, come da tradizione. Non c’era nemmeno la cometa, ma una «stella». Ai magi che l’avevano vista sorgere ed erano venuti per adorare «il re dei Giudei», il Papa dedica riflessioni di profonda umanità. Perché vanno dietro a un re che porta una salvezza che non li riguarda? E perché, «al contrario di Erode» che temeva per il suo regno, nessun «conoscitore della Scrittura» in Palestina si lasciò interrogare dalla stella seguita dai magi? Uno di loro è nero per rimarcare l’uguaglianza tra gli uomini. Quando Maria e Giuseppe ritrovano il loro bambino nel Tempio non capiscono il suo comportamento. «Sempre le parole di Gesù sono più grandi della nostra ragione, sorpassano la nostra intelligenza: la tentazione di ridurle, di manipolarle per farle entrare nella nostra misura è comprensibile». Ma Dio ci crede capaci di grandezza. Fede e ragione si uniscono per rileggere vicende di duemila anni fa e il cristianesimo respira d’attualità.
© Copyright La Stampa, 21 novembre 2012
"Gesù di Nazaret", terzo volume. «Cresceva in sapienza, età e grazia»: Gesù vero uomo e vero Dio (brano)
«Cresceva in sapienza, età e grazia»: Gesù vero uomo e vero Dio
È importante anche ciò che Luca dice sulla crescita di Gesù non solo in età, ma anche in sapienza. Da una parte, nella risposta del dodicenne si è reso evidente che Egli conosce il Padre – Dio – dal di dentro. Egli solo conosce Dio, non soltanto attraverso persone umane che lo testimoniano, ma Egli lo riconosce in se stesso.
Come Figlio, Egli sta a tu per tu con il Padre.
Vive alla sua presenza. Lo vede. Giovanni dice che Egli è l’Unico che «è nel seno del Padre» e perciò può rivelarlo (Gv 1,18).
È proprio ciò che diventa evidente nella risposta del dodicenne: Egli è presso il Padre, vede le cose e gli uomini nella sua luce. Tuttavia è anche vero che la sua sapienza cresce. In quanto uomo,
Egli non vive in un’astratta onniscienza, ma è radicato in una storia concreta, in un luogo e in un tempo, nelle varie fasi della vita umana, e da ciò riceve la forma concreta del suo sapere.
Così appare qui, in modo molto chiaro, che Egli ha pensato ed imparato in maniera umana.
Diventa realmente chiaro che Egli è vero uomo e vero Dio, come s’esprime la fede della Chiesa. Il profondo intreccio tra l’una e l’altra dimensione, in ultima analisi, non lo possiamo definire. Rimane un mistero e, tuttavia, appare in modo molto concreto nella breve narrazione sul dodicenne – una narrazione che così apre al tempo stesso la porta verso il tutto della sua figura, che poi ci viene raccontato dai Vangeli.
Epilogo: Gesù dodicenne nel Tempio, pp. 146-147
Da L’infanzia di Gesù, di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Rizzoli – LEV, 2012
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
È importante anche ciò che Luca dice sulla crescita di Gesù non solo in età, ma anche in sapienza. Da una parte, nella risposta del dodicenne si è reso evidente che Egli conosce il Padre – Dio – dal di dentro. Egli solo conosce Dio, non soltanto attraverso persone umane che lo testimoniano, ma Egli lo riconosce in se stesso.
Come Figlio, Egli sta a tu per tu con il Padre.
Vive alla sua presenza. Lo vede. Giovanni dice che Egli è l’Unico che «è nel seno del Padre» e perciò può rivelarlo (Gv 1,18).
È proprio ciò che diventa evidente nella risposta del dodicenne: Egli è presso il Padre, vede le cose e gli uomini nella sua luce. Tuttavia è anche vero che la sua sapienza cresce. In quanto uomo,
Egli non vive in un’astratta onniscienza, ma è radicato in una storia concreta, in un luogo e in un tempo, nelle varie fasi della vita umana, e da ciò riceve la forma concreta del suo sapere.
Così appare qui, in modo molto chiaro, che Egli ha pensato ed imparato in maniera umana.
Diventa realmente chiaro che Egli è vero uomo e vero Dio, come s’esprime la fede della Chiesa. Il profondo intreccio tra l’una e l’altra dimensione, in ultima analisi, non lo possiamo definire. Rimane un mistero e, tuttavia, appare in modo molto concreto nella breve narrazione sul dodicenne – una narrazione che così apre al tempo stesso la porta verso il tutto della sua figura, che poi ci viene raccontato dai Vangeli.
Epilogo: Gesù dodicenne nel Tempio, pp. 146-147
Da L’infanzia di Gesù, di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Rizzoli – LEV, 2012
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"Gesù di Nazaret", terzo volume. Gesù lascia la famiglia perché deve essere presso il Padre (brano)
Gesù lascia la famiglia perché deve essere presso il Padre
La risposta di Gesù alla domanda della madre è impressionante: Ma come? Mi avete cercato? Non sapevate dove deve essere un figlio? Che cioè deve trovarsi nella casa del Padre, «nelle cose del Padre» (Lc 2,49)? Gesù dice ai genitori: mi trovo proprio là dove è il mio posto – presso il Padre, nella sua casa. In questa risposta sono importanti soprattutto due cose. Maria aveva detto: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».
Gesù la corregge: io sono presso il Padre. Non è Giuseppe mio padre, ma un Altro – Dio stesso. A Lui appartengo, presso di Lui mi trovo. Può forse essere espressa più chiaramente la figliolanza divina di Gesù? Con ciò è direttamente connessa la seconda cosa. Gesù parla di un «dovere» al quale Egli si attiene. Il figlio, il bambino deve essere presso il padre. La parola greca deî, che Luca qui usa, ritorna sempre nei Vangeli là dove viene presentata la disposizione della volontà di Dio, alla quale Gesù è sottomesso. Egli «deve» soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso e risorgere, come dice ai discepoli dopo la professione di Pietro (cfr. Mc 8,31).
Questo «deve» vale già anche in questo momento iniziale. Egli deve essere presso il Padre, e così diventa chiaro che ciò che appare come disobbedienza o come libertà sconveniente nei confronti dei genitori, in realtà, è proprio espressione della sua obbedienza filiale. Egli è nel Tempio non come ribelle contro i genitori, bensì proprio come Colui che obbedisce, con la stessa obbedienza che condurrà alla Croce e alla Risurrezione.
Epilogo: Gesù dodicenne nel Tempio, pp. 143-144
La risposta di Gesù alla domanda della madre è impressionante: Ma come? Mi avete cercato? Non sapevate dove deve essere un figlio? Che cioè deve trovarsi nella casa del Padre, «nelle cose del Padre» (Lc 2,49)? Gesù dice ai genitori: mi trovo proprio là dove è il mio posto – presso il Padre, nella sua casa. In questa risposta sono importanti soprattutto due cose. Maria aveva detto: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».
Gesù la corregge: io sono presso il Padre. Non è Giuseppe mio padre, ma un Altro – Dio stesso. A Lui appartengo, presso di Lui mi trovo. Può forse essere espressa più chiaramente la figliolanza divina di Gesù? Con ciò è direttamente connessa la seconda cosa. Gesù parla di un «dovere» al quale Egli si attiene. Il figlio, il bambino deve essere presso il padre. La parola greca deî, che Luca qui usa, ritorna sempre nei Vangeli là dove viene presentata la disposizione della volontà di Dio, alla quale Gesù è sottomesso. Egli «deve» soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso e risorgere, come dice ai discepoli dopo la professione di Pietro (cfr. Mc 8,31).
Questo «deve» vale già anche in questo momento iniziale. Egli deve essere presso il Padre, e così diventa chiaro che ciò che appare come disobbedienza o come libertà sconveniente nei confronti dei genitori, in realtà, è proprio espressione della sua obbedienza filiale. Egli è nel Tempio non come ribelle contro i genitori, bensì proprio come Colui che obbedisce, con la stessa obbedienza che condurrà alla Croce e alla Risurrezione.
Epilogo: Gesù dodicenne nel Tempio, pp. 143-144
Da L’infanzia di Gesù, di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Rizzoli – LEV, 2012
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
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"Gesù di Nazaret", terzo volume. La gioia del Natale (brano)
La gioia del Natale
L’angelo del Signore si presenta ai pastori e la gloria del Signore li avvolge di luce. «Essi furono presi da grande timore» (Lc 2,9).
L’angelo, però, dissipa il loro timore e annuncia loro «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10s). Viene loro detto che, come segno, avrebbero trovato un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del [suo] compiacimento”» (Lc 2,12-14). L’evangelista dice che gli angeli «parlano».
Ma per i cristiani era chiaro fin dall’inizio che il parlare degli angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente.
E così, da quell’ora in poi, il canto di lode degli angeli non è mai più cessato. Continua attraverso i secoli in sempre nuove forme e nella celebrazione del Natale di Gesù risuona sempre in modo nuovo. Si può ben comprendere che il semplice popolo dei credenti abbia poi sentito cantare anche i pastori, e, fino ad oggi, nella Notte Santa, si unisca alle loro melodie, esprimendo col canto la grande gioia che da allora sino alla fine dei tempi a tutti è donata.
Capitolo 3: La nascita di Gesù a Betlemme, pp. 87-88
L’angelo del Signore si presenta ai pastori e la gloria del Signore li avvolge di luce. «Essi furono presi da grande timore» (Lc 2,9).
L’angelo, però, dissipa il loro timore e annuncia loro «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10s). Viene loro detto che, come segno, avrebbero trovato un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. «E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del [suo] compiacimento”» (Lc 2,12-14). L’evangelista dice che gli angeli «parlano».
Ma per i cristiani era chiaro fin dall’inizio che il parlare degli angeli è un cantare, in cui tutto lo splendore della grande gioia da loro annunciata si fa percettibilmente presente.
E così, da quell’ora in poi, il canto di lode degli angeli non è mai più cessato. Continua attraverso i secoli in sempre nuove forme e nella celebrazione del Natale di Gesù risuona sempre in modo nuovo. Si può ben comprendere che il semplice popolo dei credenti abbia poi sentito cantare anche i pastori, e, fino ad oggi, nella Notte Santa, si unisca alle loro melodie, esprimendo col canto la grande gioia che da allora sino alla fine dei tempi a tutti è donata.
Capitolo 3: La nascita di Gesù a Betlemme, pp. 87-88
Da L’infanzia di Gesù, di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Rizzoli – LEV, 2012
© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
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Profezie, storia, politica, umiltà e fede nel libro di Papa Ratzinger (Marroni)
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Il piccolo grande libro di Papa Ratzinger (Galluzzo)
Il piccolo grande libro di papa Ratzinger
Esce domani in contemporanea in 9 lingue e in 50 paesi il nuovo libro di Benedetto XVI dedicato all'infanzia di Gesù
Maria Galluzzo
La fede e la storia. Un flashback riavvicina quella della nascita di Gesù a quella che si consuma drammaticamente in questi giorni in Terra Santa. Inevitabile, dunque, per il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio per la cultura, leggere L'infanzia di Gesù di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e pensare «al grido delle madri nella strage degli innocenti, che è un grido perenne, perpetuo; è un grido universale, che risuona ancora ai nostri giorni. Muoiono i bambini a Gaza e il grido delle madri è il continuo grido...».
Un modo per spiegare, in occasione della presentazione del volume che completa la trilogia Gesù di Nazaret, che il racconto proposto dal papa «non è finito là, in quel contesto storico», ma continua «a coinvolgerci perché si confronta con una storia sempre attuale».
L'infanzia di Gesù esce domani in contemporanea in 9 lingue e in 50 paesi. È «il piccolo libro – scrive il papa nella premessa – da lungo tempo promesso». «Una specie di piccola “sala d'ingresso” ai due precedenti volumi» in cui il papa-teologo cerca «di interpretare, in dialogo con esegeti del passato e del presente, ciò che Matteo e Luca raccontano all'inizio dei loro Vangeli sull'infanzia di Gesù». Un testo che, evidenzia Ravasi, è attraversato da quattro binomi: il rapporto della fede con la storia, con la profezia, con la politica, con l'umiltà. Ma sarebbe un errore ridurlo ad «una semplice strenna natalizia», osserva il cardinale, solo «perché c'è un bambino non vuol dire che si tratta di retorica sentimentale». «Le pagine dei Vangeli dell'infanzia sono per adulti, adulti nella fede». E il papa ha il merito di aver reso questo racconto accessibile a tutti, scrivendolo con «chiarità» e con «grande umiltà». Sì, «chiarità», tiene a specificare il presidente del pontificio consiglio per la cultura, che è un concetto più profondo della semplice «chiarezza» di stile. Significa avere capito, possedere, in modo lucido la materia di cui si tratta tanto da renderla comprensibile a tutti. Insomma papa Ratzinger non ha «quell'autoreferenzialità oracolare esoterica che hanno certe pagine teologiche o filosofiche illeggibili».
L'infanzia di Gesù contiene in sé due libri, nota Paolo Mieli – che come presidente di Rcs Libri è con la Libreria editrice vaticana coeditore dell'opera –, quello del papa e quello di «un uomo, come Joseph Ratzinger, che è tra le figure più importanti della cultura europea». E il consiglio è di andare a leggere il capitolo dedicato al dibattito sulla storicità dei magi: «Pagine che lasciano a bocca aperta».
Padre Federico Lombardi ricorda che anche un altro straordinario biblista era rimasto colpito dalla capacità di papa Ratzinger di testimoniare la vita di Gesù. Commentando il primo volume della trilogia Gesù di Nazaret, nel 2007, il cardinale Carlo Maria Martini aveva confidato: «Pensavo anch'io verso la fine della mia vita di scrivere un libro su Gesù come conclusione dei lavori che ho svolto sui testi del Nuovo Testamento. Ora, mi sembra che questa opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alle mie attese, e sono molto contento che lo abbia scritto. Auguro a molti la gioia che ho provato io nel leggerlo».
Da oggi inizia dunque una nuova avventura editoriale. Il direttore della Libreria editrice vaticana, don Giuseppe Costa, ricorda che nel 2007 il primo tomo è stato tradotto da Rcs in 41 edizioni per due milioni di copie. Nel 2011, il secondo volume, edito dalla Lev, ha raggiunto 40 edizioni per un milione di copie. Il nuovo best seller di Benedetto XVI inizia con una tiratura che supera il milione di copie e, «se si aggiungono le edizioni eBook ed audiolibri, e tutti gli effetti culturali conseguenti a tali pubblicazioni, ci si trova di fronte ad un non trascurabile fenomeno editoriale internazionale».
© Copyright Europa, 20 novembre 2012 consultabile online anche qui.
L'intervista del card. Koch in vista del 500° anniversario della Riforma di Lutero nel commeno di José Luis Restán
Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:
Pidamos juntos perdón
José Luis Restán
El cardenal Kurt Koch es un suizo que tiene poco de relojero y mucho de alpinista. Entiéndaseme, desconozco sus aficiones deportivas pero me llama la atención cómo le gusta subir a las alturas, escalar los picos de los problemas por más que eso suponga una esforzada marcha. Koch ha heredado el dicasterio regido durante años por su colega Walter Kasper, lo cual no es encargo menor. Porque el asunto de la unidad de los cristianos es una espina que está prohibido arrancar de la carne de la Iglesia, una espina que duele y escuece, que invita a la purificación, un trabajo que parece no terminar nunca y para el que resultan bastante inútiles las programaciones de plazos. Pero además porque el peso y la influencia de Kasper han sido muy grandes, y la llegada del suizo sí marca un cambio de acento.
Quizás sea porque Koch ha probado la cruz de forma muy patente durante sus años de obispo en Basilea, quizás porque su formación teológica a la sombra del maestro Von Balthasar no tiene mucho que envidiar, lo cierto es que se desenvuelve con una soltura encantadora, aparentemente poco centroeuropea, franca y libre, sin eludir el encontronazo si necesario fuese. Fue impresionante seguir su diálogo a tumba abierta con los evangélicos alemanes, al hilo de la presencia del Papa en Erfurt. Otro hubiera intentado en semejante ocasión ser ante todo cortés y eludir cuestiones incómodas, pero debió pensar que no le habían llamado para eso, y que la única forma de que avance la unidad consiste en poder decirnos la verdad en la caridad.
La cita es en 2017, el quinientos aniversario de la Reforma de Martín Lutero. Pero la olla de los preparativos ya está cociendo, y la pregunta es ¿cuál será la forma en que la Iglesia Católica se hará presente? Se prepara un nuevo documento conjunto tras el hito histórico de la Declaración Común sobre la Doctrina de la Justificación que vio la luz en 1999, en la que jugó un papel decisivo el entonces Prefecto de la Fe, Joseph Ratzinger. El título será "del conflicto a la comunión" y según ha comentado el Presidente del Consejo Pontificio para la Unidad de los Cristianos muestra el cambio de perspectiva para el camino de futuro. Quedan abiertas las cuestiones ligadas a la sacramentalidad de la Iglesia y al ministerio apostólico, y éste es un terreno lleno de zarzas que quizás nos hieren y dividen más que las propias diferencias en torno a la Justificación, que pudieron ser muy matizadas profundizando cada uno en su propia comprensión y demoliendo las caricaturas mutuas. En todo caso el trabajo continúa.
Pero también serán muy importantes los gestos. Koch acaba de explicar que una forma hermosa y significativa sería una celebración penitencial común. Alguno debe haber exclamado "¡cáspita!, en lugar de luces y alegría, penitencia"... eso sí, por ambas partes. Pero el argumento del cardenal suizo me parece no sólo correcto sino muy sugestivo: "sería una celebración penitencial común en la cual reconozcamos juntos nuestras culpas... Martín Lutero introdujo aspectos muy positivos, él buscaba apasionadamente a Dios, estaba totalmente dedicado a Cristo y no quería una división sino una renovación de toda la Iglesia; el hecho de que la reforma no haya alcanzado su finalidad, esto es, la renovación de la Iglesia, es responsabilidad de ambas partes, y se debió a razones de orden teológico y político... reconocerlo y perdonarnos recíprocamente por todo ello sería un gran y hermoso gesto".
Evidentemente el cardenal Koch no pretendía solventar en cuatro frases un diálogo que aún durará varias generaciones, y quiera Dios que dure. Se trataba más bien de apuntar un enfoque muy verdadero que nos puede unir a católicos y luteranos en esta ocasión. Porque sería difícil entender y compartir una celebración (y la afirmación sabemos que puede resultar polémica para nuestros hermanos) entendida como mera autosatisfacción por un acontecimiento que más allá de sus intenciones originales ha provocado una amarga laceración en el cuerpo eclesial. No puede negarse el bien que ha surgido de la fe sincera de tantos seguidores de la Reforma en estos 500 años, un bien que deberíamos reconocer sin ambages y que también nos enriquece a los católicos. Pero tampoco podemos eludir que entre nosotros se ha desplegado violencia e incomprensión mutua, y se ha producido un alejamiento progresivo respecto del centro común de la Iglesia indivisa de los primeros siglos. Por eso reconocer juntos que cometimos tremendos errores unos y otros, responde a la verdad y nos ayuda en el camino de la unidad. Esto también lo dijo Koch, cuyas espaldas son tan anchas como "católico" (universal) su corazón.
"La historia no se puede cancelar, ha dicho el teólogo alemán Stephan Horn, pero se puede cambiar su interpretación, la forma de juzgar los hechos". Y ahí el paso del tiempo, el conocimiento mutuo y el testimonio común bajo el totalitarismo, y ahora en medio del nihilismo de la ciudad secularizada, sí nos pueden ayudar. Es imposible no recordar las palabras de Benedicto XVI en el antiguo convento agustino de Erfurt, en octubre de 2011: "lo más necesario para el ecumenismo es sobre todo que, presionados por la secularización, no perdamos casi inadvertidamente las grandes cosas que tenemos en común, aquellas que de por sí nos hacen cristianos y que tenemos como don y tarea. Fue un error de la edad confesional haber visto mayormente aquello que nos separa, y no haber percibido en modo esencial lo que tenemos en común en las grandes pautas de la Sagrada Escritura y en las profesiones de fe del cristianismo antiguo... como los mártires de la época nazi propiciaron nuestro acercamiento recíproco, suscitando la primera gran apertura ecuménica, del mismo modo también hoy la fe, vivida a partir de lo íntimo de nosotros mismos, en un mundo secularizado, será la fuerza ecuménica más poderosa que nos congregará, guiándonos a la unidad en el único Señor".
No sé si la hermosa propuesta del cardenal se plasmará en un papel, y sobre todo, si se realizará en 2017. Pero ayudaría ciertamente a la purificación que unos y otros necesitamos para custodiar, alimentar y profesar juntos ante el mundo "las grandes cosas que tenemos en común".
http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3253&te=15&idage=6219&vap=0
Pidamos juntos perdón
José Luis Restán
El cardenal Kurt Koch es un suizo que tiene poco de relojero y mucho de alpinista. Entiéndaseme, desconozco sus aficiones deportivas pero me llama la atención cómo le gusta subir a las alturas, escalar los picos de los problemas por más que eso suponga una esforzada marcha. Koch ha heredado el dicasterio regido durante años por su colega Walter Kasper, lo cual no es encargo menor. Porque el asunto de la unidad de los cristianos es una espina que está prohibido arrancar de la carne de la Iglesia, una espina que duele y escuece, que invita a la purificación, un trabajo que parece no terminar nunca y para el que resultan bastante inútiles las programaciones de plazos. Pero además porque el peso y la influencia de Kasper han sido muy grandes, y la llegada del suizo sí marca un cambio de acento.
Quizás sea porque Koch ha probado la cruz de forma muy patente durante sus años de obispo en Basilea, quizás porque su formación teológica a la sombra del maestro Von Balthasar no tiene mucho que envidiar, lo cierto es que se desenvuelve con una soltura encantadora, aparentemente poco centroeuropea, franca y libre, sin eludir el encontronazo si necesario fuese. Fue impresionante seguir su diálogo a tumba abierta con los evangélicos alemanes, al hilo de la presencia del Papa en Erfurt. Otro hubiera intentado en semejante ocasión ser ante todo cortés y eludir cuestiones incómodas, pero debió pensar que no le habían llamado para eso, y que la única forma de que avance la unidad consiste en poder decirnos la verdad en la caridad.
La cita es en 2017, el quinientos aniversario de la Reforma de Martín Lutero. Pero la olla de los preparativos ya está cociendo, y la pregunta es ¿cuál será la forma en que la Iglesia Católica se hará presente? Se prepara un nuevo documento conjunto tras el hito histórico de la Declaración Común sobre la Doctrina de la Justificación que vio la luz en 1999, en la que jugó un papel decisivo el entonces Prefecto de la Fe, Joseph Ratzinger. El título será "del conflicto a la comunión" y según ha comentado el Presidente del Consejo Pontificio para la Unidad de los Cristianos muestra el cambio de perspectiva para el camino de futuro. Quedan abiertas las cuestiones ligadas a la sacramentalidad de la Iglesia y al ministerio apostólico, y éste es un terreno lleno de zarzas que quizás nos hieren y dividen más que las propias diferencias en torno a la Justificación, que pudieron ser muy matizadas profundizando cada uno en su propia comprensión y demoliendo las caricaturas mutuas. En todo caso el trabajo continúa.
Pero también serán muy importantes los gestos. Koch acaba de explicar que una forma hermosa y significativa sería una celebración penitencial común. Alguno debe haber exclamado "¡cáspita!, en lugar de luces y alegría, penitencia"... eso sí, por ambas partes. Pero el argumento del cardenal suizo me parece no sólo correcto sino muy sugestivo: "sería una celebración penitencial común en la cual reconozcamos juntos nuestras culpas... Martín Lutero introdujo aspectos muy positivos, él buscaba apasionadamente a Dios, estaba totalmente dedicado a Cristo y no quería una división sino una renovación de toda la Iglesia; el hecho de que la reforma no haya alcanzado su finalidad, esto es, la renovación de la Iglesia, es responsabilidad de ambas partes, y se debió a razones de orden teológico y político... reconocerlo y perdonarnos recíprocamente por todo ello sería un gran y hermoso gesto".
Evidentemente el cardenal Koch no pretendía solventar en cuatro frases un diálogo que aún durará varias generaciones, y quiera Dios que dure. Se trataba más bien de apuntar un enfoque muy verdadero que nos puede unir a católicos y luteranos en esta ocasión. Porque sería difícil entender y compartir una celebración (y la afirmación sabemos que puede resultar polémica para nuestros hermanos) entendida como mera autosatisfacción por un acontecimiento que más allá de sus intenciones originales ha provocado una amarga laceración en el cuerpo eclesial. No puede negarse el bien que ha surgido de la fe sincera de tantos seguidores de la Reforma en estos 500 años, un bien que deberíamos reconocer sin ambages y que también nos enriquece a los católicos. Pero tampoco podemos eludir que entre nosotros se ha desplegado violencia e incomprensión mutua, y se ha producido un alejamiento progresivo respecto del centro común de la Iglesia indivisa de los primeros siglos. Por eso reconocer juntos que cometimos tremendos errores unos y otros, responde a la verdad y nos ayuda en el camino de la unidad. Esto también lo dijo Koch, cuyas espaldas son tan anchas como "católico" (universal) su corazón.
"La historia no se puede cancelar, ha dicho el teólogo alemán Stephan Horn, pero se puede cambiar su interpretación, la forma de juzgar los hechos". Y ahí el paso del tiempo, el conocimiento mutuo y el testimonio común bajo el totalitarismo, y ahora en medio del nihilismo de la ciudad secularizada, sí nos pueden ayudar. Es imposible no recordar las palabras de Benedicto XVI en el antiguo convento agustino de Erfurt, en octubre de 2011: "lo más necesario para el ecumenismo es sobre todo que, presionados por la secularización, no perdamos casi inadvertidamente las grandes cosas que tenemos en común, aquellas que de por sí nos hacen cristianos y que tenemos como don y tarea. Fue un error de la edad confesional haber visto mayormente aquello que nos separa, y no haber percibido en modo esencial lo que tenemos en común en las grandes pautas de la Sagrada Escritura y en las profesiones de fe del cristianismo antiguo... como los mártires de la época nazi propiciaron nuestro acercamiento recíproco, suscitando la primera gran apertura ecuménica, del mismo modo también hoy la fe, vivida a partir de lo íntimo de nosotros mismos, en un mundo secularizado, será la fuerza ecuménica más poderosa que nos congregará, guiándonos a la unidad en el único Señor".
No sé si la hermosa propuesta del cardenal se plasmará en un papel, y sobre todo, si se realizará en 2017. Pero ayudaría ciertamente a la purificación que unos y otros necesitamos para custodiar, alimentar y profesar juntos ante el mundo "las grandes cosas que tenemos en común".
http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3253&te=15&idage=6219&vap=0
Il libro del Papa sull'infanzia di Gesù. La parola che resta (Marina Corradi)
Su segnalazione di Alessia leggiamo:
Il libro del Papa sull'infanzia di Gesù
La parola che resta
Marina Corradi
Se un libro è anche ciò che te ne resta quando, dopo averlo chiuso, al mattino ti svegli e ne hai, più forte delle altre, in mente una parola, allora del libro di Benedetto XVI ciò che te ne resta, quella parola, è: «Di dove sei tu?». Che è l’esordio del primo capitolo, e un verso del Vangelo di Giovanni. Quello in cui Pilato, interrogando lo sconosciuto prigioniero, d’improvviso come preso da una inquietudine gli lancia questa domanda: di dove sei, da dove vieni, tu che ti dici un re, e però «non di quaggiù». Cose assurde queste, certo, per un assennato giudice romano; che però di fronte a quell’uomo non riesce a sottrarsi a un turbamento.
«Di dove sei tu?», incipit dell’ultimo volume della trilogia su Gesù di Benedetto XVI, è la domanda che tacitamente percorre queste pagine.
A 85 anni Joseph Ratzinger continua a inseguire Cristo nei passi della sua storia terrena, da esegeta attento a ogni sfumatura della lingua e delle Scritture - e come ostinatamente sulle tracce di qualcuno di molto amato. Di un uomo però che, pure nato e passato dentro la storia, non è riducibile nemmeno solo a testimonianze, luoghi, parole, ma ha sempre ancora qualcosa di misterioso, di oltre; per cui occorre continuarlo a cercare.
Perché nemmeno la lunga genealogia della stirpe di Davide che apre il Vangelo di Matteo basta a rispondere davvero a quel «di dove», se poi, scrive il Papa, Maria è un inizio totalmente nuovo, e il suo concepimento un evento che supera ogni umana eredità. Di dove sei tu? La domanda qui si arresta nell’istante sospeso al "sì" di una giovane ebrea, l’attimo di cui San Bernardo scrisse: «L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato» - come immaginando terra e cieli immobili, in ascolto.
Ma oltre al «di dove» un’ altra tensione percorre le pagine del Papa, e riguarda ciò che accade, e ciò che era annunciato. Giacché, spiega Benedetto, quel che avviene tra l’annuncio a Maria e l’incontro con Elisabetta, e il parto, e l’adorazione dei Magi, è tutto in un inseguirsi di profezie pronunciate anche centinaia di anni prima, come in Isaia: «Ecco la vergine che concepisce e darà alla luce un figlio, e gli porrà nome Emmanuele...».
E Sofonia, e Michea, e poi ancora, nell’ora di Erode, Geremia, col pianto di Rachele per i figli perduti. Profezie antiche che, dice il Papa, erano come «parole senza padrone», come rimaste dormienti nei secoli: aspettando il kairos, l’attimo per inverarsi, in un momento preciso del tempo e della storia, in un istante eternamente atteso.
E dunque il Papa scrive come da dentro un tempo più grande e profondo; e che pure genera un assolutamente concreto giorno a Betlemme - una donna, il buio, il freddo, un vagito. L’avvento di Cristo da un parto verginale, annota però Benedetto, è altrettanto di scandalo al mondo che la pretesa della Resurrezione. Sono i due scogli alla razionalità davanti ai quali gli uomini si fermano, esitano, spesso sorridono - come di storie da bambini. Ma: Dio ha potere dunque anche sulla materia, si chiede Benedetto, può sconvolgerne le leggi in un sepolcro, o farvi irruzione, come nell’annuncio a Maria? Se Dio non potesse far questo, risponde, non sarebbe Dio. E però la questione è lanciata a chi legge, in attesa di un no o di un sì di ognuno. Perché, se anche una cappa di smemoratezza o sentimentalismo ci confondono l’immagine di quella notte, e se il presepe lo facciamo per far contenti i bambini, la ingombrante domanda resta. Non è meno scandalosa della Resurrezione, l’idea di un Dio che generi un figlio da una donna; come appeso anch’egli per un interminabile istante al suo "sì". Il Papa col suo terzo libro su Gesù ci porta a quel momento e poi a una notte in Palestina, a un bivacco di poveri, davanti a un bambino all’apparenza uguale ai nostri. «Di dove sei tu?». Che questa domanda ci insegua nel Natale che viene; che non ci lasci indifferenti o tranquilli.
© Copyright Avvenire, 21 novembre 2012 consultabile online anche qui.
Il libro del Papa sull'infanzia di Gesù
La parola che resta
Marina Corradi
Se un libro è anche ciò che te ne resta quando, dopo averlo chiuso, al mattino ti svegli e ne hai, più forte delle altre, in mente una parola, allora del libro di Benedetto XVI ciò che te ne resta, quella parola, è: «Di dove sei tu?». Che è l’esordio del primo capitolo, e un verso del Vangelo di Giovanni. Quello in cui Pilato, interrogando lo sconosciuto prigioniero, d’improvviso come preso da una inquietudine gli lancia questa domanda: di dove sei, da dove vieni, tu che ti dici un re, e però «non di quaggiù». Cose assurde queste, certo, per un assennato giudice romano; che però di fronte a quell’uomo non riesce a sottrarsi a un turbamento.
«Di dove sei tu?», incipit dell’ultimo volume della trilogia su Gesù di Benedetto XVI, è la domanda che tacitamente percorre queste pagine.
A 85 anni Joseph Ratzinger continua a inseguire Cristo nei passi della sua storia terrena, da esegeta attento a ogni sfumatura della lingua e delle Scritture - e come ostinatamente sulle tracce di qualcuno di molto amato. Di un uomo però che, pure nato e passato dentro la storia, non è riducibile nemmeno solo a testimonianze, luoghi, parole, ma ha sempre ancora qualcosa di misterioso, di oltre; per cui occorre continuarlo a cercare.
Perché nemmeno la lunga genealogia della stirpe di Davide che apre il Vangelo di Matteo basta a rispondere davvero a quel «di dove», se poi, scrive il Papa, Maria è un inizio totalmente nuovo, e il suo concepimento un evento che supera ogni umana eredità. Di dove sei tu? La domanda qui si arresta nell’istante sospeso al "sì" di una giovane ebrea, l’attimo di cui San Bernardo scrisse: «L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato» - come immaginando terra e cieli immobili, in ascolto.
Ma oltre al «di dove» un’ altra tensione percorre le pagine del Papa, e riguarda ciò che accade, e ciò che era annunciato. Giacché, spiega Benedetto, quel che avviene tra l’annuncio a Maria e l’incontro con Elisabetta, e il parto, e l’adorazione dei Magi, è tutto in un inseguirsi di profezie pronunciate anche centinaia di anni prima, come in Isaia: «Ecco la vergine che concepisce e darà alla luce un figlio, e gli porrà nome Emmanuele...».
E Sofonia, e Michea, e poi ancora, nell’ora di Erode, Geremia, col pianto di Rachele per i figli perduti. Profezie antiche che, dice il Papa, erano come «parole senza padrone», come rimaste dormienti nei secoli: aspettando il kairos, l’attimo per inverarsi, in un momento preciso del tempo e della storia, in un istante eternamente atteso.
E dunque il Papa scrive come da dentro un tempo più grande e profondo; e che pure genera un assolutamente concreto giorno a Betlemme - una donna, il buio, il freddo, un vagito. L’avvento di Cristo da un parto verginale, annota però Benedetto, è altrettanto di scandalo al mondo che la pretesa della Resurrezione. Sono i due scogli alla razionalità davanti ai quali gli uomini si fermano, esitano, spesso sorridono - come di storie da bambini. Ma: Dio ha potere dunque anche sulla materia, si chiede Benedetto, può sconvolgerne le leggi in un sepolcro, o farvi irruzione, come nell’annuncio a Maria? Se Dio non potesse far questo, risponde, non sarebbe Dio. E però la questione è lanciata a chi legge, in attesa di un no o di un sì di ognuno. Perché, se anche una cappa di smemoratezza o sentimentalismo ci confondono l’immagine di quella notte, e se il presepe lo facciamo per far contenti i bambini, la ingombrante domanda resta. Non è meno scandalosa della Resurrezione, l’idea di un Dio che generi un figlio da una donna; come appeso anch’egli per un interminabile istante al suo "sì". Il Papa col suo terzo libro su Gesù ci porta a quel momento e poi a una notte in Palestina, a un bivacco di poveri, davanti a un bambino all’apparenza uguale ai nostri. «Di dove sei tu?». Che questa domanda ci insegua nel Natale che viene; che non ci lasci indifferenti o tranquilli.
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