mercoledì 31 ottobre 2012
Vaticano, i tradimenti del passato (Roberto Rotondo)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
Vaticano, i tradimenti del passato
Roberto Rotondo
Non sarebbe la prima volta nella storia recente della Chiesa che un caso di tradimento del Papa e della Santa Sede, per quanto grave e doloroso, si chiude con il perdono del reo.
Così se Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo del Papa in carcere per furto aggravato, ottenesse la grazia da Benedetto XVI, non costituirebbe un precedente. Il perdono è arrivato anche in altri casi, tra cui due particolarmente clamorosi, scoppiati a breve distanza uno dall’altro, durante il pontificato di Pio XII. Casi diversi, ma con molte analogie, sia per l’eco mediatica, sia per l’immagine distorta del Vaticano che suscitarono. Il primo fu quello di un monsignore della Segreteria di Stato, Edward Prettner Cippico, che nel 1948 fu condannato dal Vaticano per aver falsificato lettere e firme dei suoi superiori ai fini della truffa e, quasi contemporaneamente, per appropriazione indebita dallo Stato italiano. Cippico, che divenne l’epicentro della campagna elettorale del Fronte Popolare contro la Dc nelle elezioni del 1948, le prime della neonata Repubblica, scontò due anni nelle carceri italiane, fu ridotto allo stato laicale e ci mise quasi dieci anni per riabilitarsi ed essere perdonato da Giovanni XXIII.
Cippico, triestino, era entrato in Segreteria di Stato nel 1935, come minutante con incarico di archivista nella prima sezione della Congregazione Affari Ecclesiastici Straordinari. Aveva ottenuto anche l’incarico di Cameriere Segreto soprannumerario. Si era distinto durante la guerra per l’assistenza clandestina agli ebrei perseguitati e, negli anni della ricostruzione, sembrò adatto per fare da tramite tra imprenditori italiani, che dovevano acquistare macchinari negli Usa e istituti religiosi americani che potevano agevolarli. Ma nel 1947 cominciarono ad arrivare in Segreteria di Stato diverse segnalazioni su irregolarità riscontrate in un giro di operazioni valutarie con l’estero in cui erano coinvolti ecclesiastici della Santa Sede. E, a un mese dalle elezioni dell’aprile 1948, L’Osservatore Romano rese noto che Prettner Cippico era stato espulso dalla Segreteria di Stato in quanto imputato di falsi e truffe, aggiungendo che era stato sottoposto a istruttoria e arresto preventivo, che aveva confessato i suoi delitti, ma che si era reso latitante e che per questo era stato ridotto alla stato laicale. Secondo l’accusa aveva utilizzato illecitamente carta intestata, timbri della Segreteria di Stato e falsificato le firme dei suoi superiori per realizzare false lettere della Segreteria di Stato, che garantivano la copertura finanziaria delle sue operazioni con l’estero. Ma non finisce lì, perché Cippico viene arrestato dalla polizia italiana per appropriazione indebita di gioielli che gli erano stati affidati e di cui aveva denunciato il furto. Risultato: la foto di don Cippico in manette tra i carabinieri va su tutti i giornali e lo slogan "Don Cippico=Dc" risuona in ogni piazza d’Italia. Il sacerdote uscito dal carcere riesce con molta fatica a dimostrare la sua buonafede e su alcuni fatti anche la sua innocenza. Nel 1957 ottiene una riabilitazione ecclesiastica e, grazie anche al perdono di papa Giovanni XXIII, riottiene anche l’abito talare. Morirà in povertà, ma il suo nome restò per anni sinonimo di truffatore.
Il secondo caso scoppia nell’aprile del 1952, in piena campagna per le elezioni del comune di Roma. Un gesuita della Pontificia Università Gregoriana, Alighiero Tondi, abbandona platealmente la Compagnia di Gesù per aderire al Partito comunista italiano, annunciando di voler rivelare presunti segreti scomodi della Compagnia di Gesù e del Vaticano. Tondi affermava che il suo scopo era purificare il cristianesimo: «Il comunismo non è un persecutore della Chiesa in quanto la libera dai suoi mascalzoni», diceva nei comizi. Ma anche per lui, apostata, ridotto allo stato laicale, sposato, arrivò il perdono e il reintegro nel sacerdozio, attraverso un cammino durato quasi trent’anni. Eppure nel 1952 fu un caso drammatico: scoppiò in concomitanza con l’Operazione Sturzo, il progetto di un’alleanza tra la Dc e le destre per impedire la vittoria dei comunisti nelle elezioni amministrative del comune di Roma.
All’operazione, che avrebbe creato enormi difficoltà al Governo nazionale presieduto da De Gasperi e che fu bloccata in extremis da Pio XII, partecipava anche Tondi, allora vicedirettore e segretario dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi della Gregoriana: secondo un’informativa arrivata sulla scrivania dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti (conservata nel suo archivio all’Istituto Sturzo), aveva ricevuto da parte dei suoi superiori della Gregoriana il compito di tenere contatti con esponenti dei partiti politici, di raccogliere informazioni, di esercitare una qualche influenza sui direttivi dei partiti. Ma Tondi, che ebbe contatti autorizzati anche con correnti di estrema destra e di estrema sinistra (formazioni clandestine comprese), si spinse ben oltre la diplomazia parallela dei gesuiti. Diplomazia che in quegli anni era entrata più volte in rotta di collisione con la politica di De Gasperi, ma che si giustificava con la grande considerazione che aveva Pio XII (e prima di lui Pio XI) della Gregoriana e della Civiltà Cattolica. Anche per questo, la conversione al comunismo del gesuita romano, a cui fece seguito il suo matrimonio con Carmen Zanti, un’attivista comunista, riempì pagine di giornali in Italia e all’estero e preoccupò una sponda e l’altra del Tevere. Anche perché Tondi faceva intendere di essere in possesso di «parecchi documenti concernenti particolari posizioni e fatti di personalità di Governo e di eminenti figure in Vaticano e della compagnia di Gesù» e di essere pronto a usarli, come riporta un altro documento conservato nell’archivio Andreotti. Ma nei suoi libri, Vaticano e neofascismo e La potenza segreta dei Gesuiti, c’è solo la vulgata comunista in voga al tempo, a cui il doppiogiochista Tondi (così lo definiva l’Osservatore Romano) aveva aggiunto solo il livore dell’ex.
Come in un articolo del 22 maggio 1952 sull’Unità, in cui Tondi riporta uno dei suoi colloqui riservati con Giovanni Battista Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, nel quale mette in bocca al futuro Paolo VI una sequela di frasi ciniche e sprezzanti su De Gasperi e Fanfani. Calmate le acque, di Tondi non si parlò più, anche perché fu mandato dal Pci a insegnare nella Germania dell’Est. Lì iniziò per lui un lento cammino di ripensamento, che lo portò a chiedere, già nel 1965, sinceramente perdono alle autorità ecclesiastiche. Tondi ottenne proprio da papa Montini, che aveva in un certo senso diffamato, la sanatio in radice del suo matrimonio e, nel 1980, rimasto vedovo, fu reintegrato nel clero di Reggio Emilia. Ma la riconciliazione e il perdono non hanno impedito la nascita di alcune leggende nere che continuano a seguire sia lui che monsignor Cippico. Quest’ultimo, infatti, fu anche tacciato di essere una spia al servizio dei sovietici fin dagli anni Trenta. Il monsignore negò, ma dal momento che non perseguì legalmente chi lo accusava, l’etichetta di spia gli restò appiccicata, così come quella di potente faccendiere implicato in fantomatici traffici.
Non è andata meglio a Tondi, accusato non solo di essere un agente provocatore ma, cosa ancor più grave, una spia comunista che causò l’arresto di vescovi e sacerdoti che operavano in clandestinità nell’Est Europeo. Solo una leggenda nera, ma gli slogan dei comizi di Tondi come quello: «Le carceri cecoslovacche sono bellissime» non hanno giovato a riabilitarne la figura. In questi casi, che il papa perdoni può essere un’ipotesi concreta e verosimile, ma dal frullatore dei veleni e dei sospetti non se ne esce quasi mai definitivamente.
© Copyright Avvenire, 30 ottobre 2012 consultabile online anche qui.
Cappella Sistina. I disegni preparatori in mostra alla Camera dei deputati (O.R.)
I disegni preparatori in mostra alla Camera dei deputati
Nel cinquecentesimo anniversario del giorno in cui si riaprì la Cappella Sistina, il 31 ottobre, si inaugura a Roma, a Palazzo San Macuto presso la Biblioteca della Camera dei deputati, la mostra «Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni della casa Buonarroti». Curata da Pina Ragionieri e visitabile gratuitamente fino al 7 dicembre, l'esposizione presenta disegni autografi del grande maestro, affiancati da pregevoli stampe d'epoca, in un percorso che va dalla Volta Sistina fino al Giudizio finale. I disegni che riguardano la volta vengono confrontati, nell'apparato didattico dell'esposizione, con le corrispondenti immagini della Sistina. L'intento è quello di offrire al visitatore la scoperta del momento progettuale dello straordinario capolavoro, per il quale Michelangelo si sottopose anche a notevoli sforzi fisici, come egli stesso racconta in un sonetto esposto alla mostra, accanto al quale si è ritratto nell'atto di dipingere la volta. Da sottolineare la presenza dell'unico progetto complessivo per il Giudizio finale sopravvissuto al rogo nel quale il Buonarroti, negli ultimi anni della vita, distrusse gran parte dei suoi disegni romani, affinché -- come racconta Vasari -- «nessuno vedesse le fatiche durate da lui et i modi di tentare l'ingegno suo, per non apparire se non perfetto». Tutti i disegni esposti alla Camera dei Deputati provengono dalla Casa Buonarroti, di cui Ragionieri è la direttrice.
Alla cerimonia inaugurale della mostra, dopo il saluto del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, intervengono Pietro Folena, presidente dell'Associazione MetaMorfosi che, con la Camera, ha organizzato la mostra; il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci; e Pina Ragionieri, che ha anche curato il catalogo dell'esposizione (Palombi editore). «Quando, il primo di novembre del 1541, l'opera venne inaugurata, fu enorme lo sconcerto e innumerevoli le critiche, rivolte soprattutto alle anomalie iconografiche -- racconta Ragionieri -- al grande numero di figure nude. L'opera rischiò la distruzione totale, ma la fama ormai sovrumana di Michelangelo fece sì che il danno si limitasse alla copertura delle nudità e alla distruzione e rifacimento di qualche figura». Il capolavoro venne salvato: «Si era nel 1565, un anno appena dopo la morte dell'artista».
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Nel cinquecentesimo anniversario del giorno in cui si riaprì la Cappella Sistina, il 31 ottobre, si inaugura a Roma, a Palazzo San Macuto presso la Biblioteca della Camera dei deputati, la mostra «Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni della casa Buonarroti». Curata da Pina Ragionieri e visitabile gratuitamente fino al 7 dicembre, l'esposizione presenta disegni autografi del grande maestro, affiancati da pregevoli stampe d'epoca, in un percorso che va dalla Volta Sistina fino al Giudizio finale. I disegni che riguardano la volta vengono confrontati, nell'apparato didattico dell'esposizione, con le corrispondenti immagini della Sistina. L'intento è quello di offrire al visitatore la scoperta del momento progettuale dello straordinario capolavoro, per il quale Michelangelo si sottopose anche a notevoli sforzi fisici, come egli stesso racconta in un sonetto esposto alla mostra, accanto al quale si è ritratto nell'atto di dipingere la volta. Da sottolineare la presenza dell'unico progetto complessivo per il Giudizio finale sopravvissuto al rogo nel quale il Buonarroti, negli ultimi anni della vita, distrusse gran parte dei suoi disegni romani, affinché -- come racconta Vasari -- «nessuno vedesse le fatiche durate da lui et i modi di tentare l'ingegno suo, per non apparire se non perfetto». Tutti i disegni esposti alla Camera dei Deputati provengono dalla Casa Buonarroti, di cui Ragionieri è la direttrice.
Alla cerimonia inaugurale della mostra, dopo il saluto del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, intervengono Pietro Folena, presidente dell'Associazione MetaMorfosi che, con la Camera, ha organizzato la mostra; il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci; e Pina Ragionieri, che ha anche curato il catalogo dell'esposizione (Palombi editore). «Quando, il primo di novembre del 1541, l'opera venne inaugurata, fu enorme lo sconcerto e innumerevoli le critiche, rivolte soprattutto alle anomalie iconografiche -- racconta Ragionieri -- al grande numero di figure nude. L'opera rischiò la distruzione totale, ma la fama ormai sovrumana di Michelangelo fece sì che il danno si limitasse alla copertura delle nudità e alla distruzione e rifacimento di qualche figura». Il capolavoro venne salvato: «Si era nel 1565, un anno appena dopo la morte dell'artista».
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina con Benedetto XVI
Celebrazione dei vespri con Benedetto XVI
Così come fece Papa Giulio ii quel 31 ottobre 1512, sarà Benedetto XVI a presiedere, mercoledì 31 ottobre, la celebrazione dei vespri in Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario dell'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo. Il grande artista con una impresa immane, in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, affrescò una superficie di più di mille metri quadrati.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Così come fece Papa Giulio ii quel 31 ottobre 1512, sarà Benedetto XVI a presiedere, mercoledì 31 ottobre, la celebrazione dei vespri in Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario dell'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo. Il grande artista con una impresa immane, in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, affrescò una superficie di più di mille metri quadrati.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Cappella Sistina. Quando si recuperarono i colori del genio (O.R.)
Quando si recuperarono i colori del genio
Il 25 marzo 1990 nel Braccio di Carlo Magno veniva inaugurata dal Papa la mostra «Michelangelo e la Sistina. La tecnica, il restauro, il mito », organizzata in stretta collaborazione dai Musei e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana; e il giorno successivo si apriva a Palazzo della Cancelleria un convegno internazionale sullo stesso tema. Entrambe le iniziative nascevano dalla stessa esigenza: mettere a disposizione del pubblico tutte le informazioni raccolte così da consentire una prima compiuta analisi delle problematiche e dei risultati del lavoro svolto. La mostra si rivolgeva ovviamente al grande pubblico, il convegno a quello più ristretto degli specialisti, ai quali proponeva tra l'altro la visione dei primi test di pulitura eseguiti sul Giudizio universale creando una sorta di ponte tra le problematiche del passato e quelle del presente, e un'occasione per ripercorrere le tappe della straordinaria operazione che ha portato alla riscoperta del colore originale del capolavoro michelangiolesco.
Tra il 1964 e il 1974, con la supervisione di Deodecio Redig de Campos che dal 1971 al 1978 ha anche diretto i Musei Vaticani, si era affrontata, con i mezzi di cui in quel tempo si disponeva, la pulitura della serie quattrocentesca delle Storie di Cristo e di Mosè. Essa era stata preceduta tra il 1935 e il 1938 dal consolidamento degli intonaci di metà della volta e delle lunette. Montato il ponte sulla parete d'ingresso della cappella si era giunti quasi a toccare le lunette dipinte da Michelangelo con gli Antenati di Cristo. Il restauratore capo Gianluigi Colalucci colse allora l'occasione per effettuare un minuscolo saggio di pulitura della grandezza di un francobollo sulla lunetta rappresentante Mathan ed Eleazar; il saggio fu poi allargato fino a comprendere l'intera lunetta. Riapparvero allora, perfettamente conservati sotto lo spesso strato di polvere, di fumo e di colle alterate, i colori originali della pittura michelangiolesca, «quei colori -- ricorda Carlo Pietrangeli, l'allora direttore generale dei monumenti, Musei e Gallerie Pontificie -- che eravamo abituati a vedere nelle opere della prima generazione dei manieristi fiorentini e che Michelangelo stesso aveva usato nel Tondo Doni».
«Fu necessaria a questo punto -- continua Pietrangeli -- una pausa di riflessione per decidere il da farsi; si presentava infatti davanti a noi la possibilità di realizzare un'operazione di altissima responsabilità il cui risultato si rivelava estremamente importante per la stessa storia dell'arte. Ma una considerazione ci spinse a dare inizio senza indugi a questa opera: in più punti della superficie pittorica la pittura di Michelangelo veniva “strappata”, a causa delle variazioni di umidità e temperatura, dagli strati di colla spalmati nei secoli passati sugli affreschi per migliorarne la leggibilità e per mascherare gli sbiancamenti delle salificazioni prodotte dalle infiltrazioni d'acqua piovana».
«La pulitura degli affreschi -- continua Pietrangeli -- si rivelava quindi non solo auspicabile per recuperare il colore originario, ma urgente e non dilazionabile per assicurare la conservazione stessa degli affreschi». Per compiere il restauro della volta era stato costruito un apposito carro-ponte in leghe metalliche leggere che utilizzava per l'appoggio i fori dei “sorgozzoni” del ponte michelangiolesco, venuti alla luce nel corso della pulitura ai piedi delle lunette delle pareti lunghe della cappella.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Il 25 marzo 1990 nel Braccio di Carlo Magno veniva inaugurata dal Papa la mostra «Michelangelo e la Sistina. La tecnica, il restauro, il mito », organizzata in stretta collaborazione dai Musei e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana; e il giorno successivo si apriva a Palazzo della Cancelleria un convegno internazionale sullo stesso tema. Entrambe le iniziative nascevano dalla stessa esigenza: mettere a disposizione del pubblico tutte le informazioni raccolte così da consentire una prima compiuta analisi delle problematiche e dei risultati del lavoro svolto. La mostra si rivolgeva ovviamente al grande pubblico, il convegno a quello più ristretto degli specialisti, ai quali proponeva tra l'altro la visione dei primi test di pulitura eseguiti sul Giudizio universale creando una sorta di ponte tra le problematiche del passato e quelle del presente, e un'occasione per ripercorrere le tappe della straordinaria operazione che ha portato alla riscoperta del colore originale del capolavoro michelangiolesco.
Tra il 1964 e il 1974, con la supervisione di Deodecio Redig de Campos che dal 1971 al 1978 ha anche diretto i Musei Vaticani, si era affrontata, con i mezzi di cui in quel tempo si disponeva, la pulitura della serie quattrocentesca delle Storie di Cristo e di Mosè. Essa era stata preceduta tra il 1935 e il 1938 dal consolidamento degli intonaci di metà della volta e delle lunette. Montato il ponte sulla parete d'ingresso della cappella si era giunti quasi a toccare le lunette dipinte da Michelangelo con gli Antenati di Cristo. Il restauratore capo Gianluigi Colalucci colse allora l'occasione per effettuare un minuscolo saggio di pulitura della grandezza di un francobollo sulla lunetta rappresentante Mathan ed Eleazar; il saggio fu poi allargato fino a comprendere l'intera lunetta. Riapparvero allora, perfettamente conservati sotto lo spesso strato di polvere, di fumo e di colle alterate, i colori originali della pittura michelangiolesca, «quei colori -- ricorda Carlo Pietrangeli, l'allora direttore generale dei monumenti, Musei e Gallerie Pontificie -- che eravamo abituati a vedere nelle opere della prima generazione dei manieristi fiorentini e che Michelangelo stesso aveva usato nel Tondo Doni».
«Fu necessaria a questo punto -- continua Pietrangeli -- una pausa di riflessione per decidere il da farsi; si presentava infatti davanti a noi la possibilità di realizzare un'operazione di altissima responsabilità il cui risultato si rivelava estremamente importante per la stessa storia dell'arte. Ma una considerazione ci spinse a dare inizio senza indugi a questa opera: in più punti della superficie pittorica la pittura di Michelangelo veniva “strappata”, a causa delle variazioni di umidità e temperatura, dagli strati di colla spalmati nei secoli passati sugli affreschi per migliorarne la leggibilità e per mascherare gli sbiancamenti delle salificazioni prodotte dalle infiltrazioni d'acqua piovana».
«La pulitura degli affreschi -- continua Pietrangeli -- si rivelava quindi non solo auspicabile per recuperare il colore originario, ma urgente e non dilazionabile per assicurare la conservazione stessa degli affreschi». Per compiere il restauro della volta era stato costruito un apposito carro-ponte in leghe metalliche leggere che utilizzava per l'appoggio i fori dei “sorgozzoni” del ponte michelangiolesco, venuti alla luce nel corso della pulitura ai piedi delle lunette delle pareti lunghe della cappella.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Il 31 ottobre 1512 Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo (Paolucci)
Il 31 ottobre 1512 Giulio ii inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo
di Antonio Paolucci
Ogni giorno almeno diecimila persone con punte di ventimila nei periodi di massima affluenza turistica, entrano in Cappella Sistina. È gente di ogni provenienza, lingua e cultura. Di ogni religione o di nessuna religione. La Cappella Sistina è l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale.
Tuttavia la Cappella Sistina, pur facendo parte del percorso dei Musei Vaticani, non è un museo. È uno spazio religioso, è una cappella consacrata. Di più, essa è il vero e proprio luogo identitario della Chiesa romano-cattolica. Perché qui si celebrano le grandi liturgie, qui i cardinali riuniti in conclave eleggono il pontefice. La Sistina è allo stesso tempo la sintesi in figura della teologia cattolica.
La storia del mondo (dalla Creazione all'Ultimo Giudizio) vi è qui rappresentata insieme al destino dell'uomo redento da Cristo. La Sistina è la storia della salvezza per tutti e per ognuno, è l'affermazione del primato del Papa di Roma, è il tempo sub gratia della Chiesa che assorbe, trasfigura e fa proprio il tempo sub lege dell'Antico Testamento. È l'arca della nuova e definitiva alleanza che Dio ha stabilito col popolo cristiano. Non a caso l'architetto Baccio Pontelli che operò fra il 1477 e il 1481 modificando e innalzando le preesistenti strutture volle dare alla Cappella Magna del Papa di Roma, le misure del perduto Tempio di Gerusalemme così come ci sono indicate dalla Bibbia.
Chi entra nella Cappella Sistina entra di fatto in una immane sciarada teologico-scritturale che è arduo comprendere al primo sguardo. Ci sono immagini (la Creazione dell'uomo, il Peccato originale) che nella memoria di chi guarda (sempre che chi guarda provenga da Paesi di cultura cattolica) riaffiorano in disarticolati frammenti dal catechismo dell'infanzia. Ce ne sono altre (i Profeti, le Sibille, certi episodi dell'Antico Testamento) che il visitatore comune non conosce affatto. Chi, anche fra i visitatori credenti e praticanti, sa qualcosa della Punizione di Aman o dell'Innalzamento del serpente di bronzo o saprebbe spiegare, con un minimo di correttezza, chi erano la Sibilla Cumana o il profeta Giona?
E poi c'è Michelangelo il quale, come una luce troppo forte che acceca tutto ciò che sta intorno, assorbe con la sua notorietà clamorosa l'attenzione di ognuno rendendo difficile l'ordinata comprensione del sistema simbolico all'interno del quale Michelangelo è inserito.
Ci sono vari modi per entrare nel sistema Sistina, tutti necessari. C'è prima di tutto quello della comprensione iconografica, della decodificazione simbolica. Occorre guardare e riguardare a lungo e poi tornare a guardare le scene affrescate cercando di collocarle nel tempo, nella storia, nella dottrina che ha dato loro immagine e significato.
C'è poi la comprensione del messaggio stilistico, operazione ardua per chi non è provvisto di una attrezzatura storico critica adeguata.
Quel 31 Ottobre del 1512 quando Giulio ii inaugurava con la liturgia dei vespri la volta da Michelangelo conclusa dopo una immane fatica durata quattro anni (1508-1512), il Papa non poteva immaginare che da quei più di mille metri affrescati sarebbe precipitato sulla storia dell'arte un violento torrente montano portatore di felicità ma anche di devastazione, come scrisse il Woelfflin nel 1899 con una bella metafora.
Di fatto, dopo la volta, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta ha inizio quella stagione delle arti che i manuali chiamano “del manierismo”. La volta -- scrive Giorgio Vasari -- diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti.
Per capire la radicalità della rivoluzione operata da Michelangelo, bisogna confrontare la volta con gli affreschi che trent'anni prima lo zio di Giulio ii, Papa Sisto iv della Rovere aveva fatto affrescare dai massimi pittori dell'epoca: da Ghirlandaio, da Perugino, da Botticelli, da Luca Signorelli. Il visitatore che guarda prima gli affreschi della volta poi quelli delle pareti, avrà l'impressione che fra gli uni e gli altri ci siano non trenta ma trecento anni di distanza. Basterà questo confronto a far intendere anche al visitatore della prima volta e di una sola ora la profondità e le dimensioni di una mutazione, quella messa in opera dal Buonarroti, che è filosofica, spirituale, religiosa prima di essere stilistica.
C'è poi (al sapere dell'iconografo e alle competenze dello storico dell'arte si sovrappone e si mescola la sensibilità del conservatore) un tipo di approccio alla Sistina che riguarda l'uso che ai nostri giorni pesa su questo documento supremo della umana civilizzazione. È l'approccio che conosco bene perché tocca direttamente le mie responsabilità di direttore dei Musei Vaticani.
Cinque milioni di visitatori all'anno all'interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema. La pressione antropica con le polveri indotte, con l'umidità che i corpi portano con sé, con l'anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture.
Potremmo contingentare l'accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però che nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto (è l'obiettivo che sta impegnando in questi mesi le nostre energie) è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidità. Se ne sta occupando, con un progetto di altissima tecnologia, radicalmente innovativa, la multinazionale Carrier, azienda leader nel mondo nel settore della climatizzazione. Io confido che, entro un anno, il nuovo impianto potrà entrare in funzione.
Diceva Giovanni Urbani, grande maestro dei nostri studi, che alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della tecnica la quale ci permetterà, se correttamente applicata, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha consegnato nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile.
di Antonio Paolucci
Ogni giorno almeno diecimila persone con punte di ventimila nei periodi di massima affluenza turistica, entrano in Cappella Sistina. È gente di ogni provenienza, lingua e cultura. Di ogni religione o di nessuna religione. La Cappella Sistina è l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale.
Tuttavia la Cappella Sistina, pur facendo parte del percorso dei Musei Vaticani, non è un museo. È uno spazio religioso, è una cappella consacrata. Di più, essa è il vero e proprio luogo identitario della Chiesa romano-cattolica. Perché qui si celebrano le grandi liturgie, qui i cardinali riuniti in conclave eleggono il pontefice. La Sistina è allo stesso tempo la sintesi in figura della teologia cattolica.
La storia del mondo (dalla Creazione all'Ultimo Giudizio) vi è qui rappresentata insieme al destino dell'uomo redento da Cristo. La Sistina è la storia della salvezza per tutti e per ognuno, è l'affermazione del primato del Papa di Roma, è il tempo sub gratia della Chiesa che assorbe, trasfigura e fa proprio il tempo sub lege dell'Antico Testamento. È l'arca della nuova e definitiva alleanza che Dio ha stabilito col popolo cristiano. Non a caso l'architetto Baccio Pontelli che operò fra il 1477 e il 1481 modificando e innalzando le preesistenti strutture volle dare alla Cappella Magna del Papa di Roma, le misure del perduto Tempio di Gerusalemme così come ci sono indicate dalla Bibbia.
Chi entra nella Cappella Sistina entra di fatto in una immane sciarada teologico-scritturale che è arduo comprendere al primo sguardo. Ci sono immagini (la Creazione dell'uomo, il Peccato originale) che nella memoria di chi guarda (sempre che chi guarda provenga da Paesi di cultura cattolica) riaffiorano in disarticolati frammenti dal catechismo dell'infanzia. Ce ne sono altre (i Profeti, le Sibille, certi episodi dell'Antico Testamento) che il visitatore comune non conosce affatto. Chi, anche fra i visitatori credenti e praticanti, sa qualcosa della Punizione di Aman o dell'Innalzamento del serpente di bronzo o saprebbe spiegare, con un minimo di correttezza, chi erano la Sibilla Cumana o il profeta Giona?
E poi c'è Michelangelo il quale, come una luce troppo forte che acceca tutto ciò che sta intorno, assorbe con la sua notorietà clamorosa l'attenzione di ognuno rendendo difficile l'ordinata comprensione del sistema simbolico all'interno del quale Michelangelo è inserito.
Ci sono vari modi per entrare nel sistema Sistina, tutti necessari. C'è prima di tutto quello della comprensione iconografica, della decodificazione simbolica. Occorre guardare e riguardare a lungo e poi tornare a guardare le scene affrescate cercando di collocarle nel tempo, nella storia, nella dottrina che ha dato loro immagine e significato.
C'è poi la comprensione del messaggio stilistico, operazione ardua per chi non è provvisto di una attrezzatura storico critica adeguata.
Quel 31 Ottobre del 1512 quando Giulio ii inaugurava con la liturgia dei vespri la volta da Michelangelo conclusa dopo una immane fatica durata quattro anni (1508-1512), il Papa non poteva immaginare che da quei più di mille metri affrescati sarebbe precipitato sulla storia dell'arte un violento torrente montano portatore di felicità ma anche di devastazione, come scrisse il Woelfflin nel 1899 con una bella metafora.
Di fatto, dopo la volta, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta ha inizio quella stagione delle arti che i manuali chiamano “del manierismo”. La volta -- scrive Giorgio Vasari -- diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti.
Per capire la radicalità della rivoluzione operata da Michelangelo, bisogna confrontare la volta con gli affreschi che trent'anni prima lo zio di Giulio ii, Papa Sisto iv della Rovere aveva fatto affrescare dai massimi pittori dell'epoca: da Ghirlandaio, da Perugino, da Botticelli, da Luca Signorelli. Il visitatore che guarda prima gli affreschi della volta poi quelli delle pareti, avrà l'impressione che fra gli uni e gli altri ci siano non trenta ma trecento anni di distanza. Basterà questo confronto a far intendere anche al visitatore della prima volta e di una sola ora la profondità e le dimensioni di una mutazione, quella messa in opera dal Buonarroti, che è filosofica, spirituale, religiosa prima di essere stilistica.
C'è poi (al sapere dell'iconografo e alle competenze dello storico dell'arte si sovrappone e si mescola la sensibilità del conservatore) un tipo di approccio alla Sistina che riguarda l'uso che ai nostri giorni pesa su questo documento supremo della umana civilizzazione. È l'approccio che conosco bene perché tocca direttamente le mie responsabilità di direttore dei Musei Vaticani.
Cinque milioni di visitatori all'anno all'interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema. La pressione antropica con le polveri indotte, con l'umidità che i corpi portano con sé, con l'anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture.
Potremmo contingentare l'accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però che nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto (è l'obiettivo che sta impegnando in questi mesi le nostre energie) è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidità. Se ne sta occupando, con un progetto di altissima tecnologia, radicalmente innovativa, la multinazionale Carrier, azienda leader nel mondo nel settore della climatizzazione. Io confido che, entro un anno, il nuovo impianto potrà entrare in funzione.
Diceva Giovanni Urbani, grande maestro dei nostri studi, che alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della tecnica la quale ci permetterà, se correttamente applicata, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha consegnato nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
martedì 30 ottobre 2012
Card. Cañizares: «Celebro in rito antico per far comprendere che è normale usarlo» (Tornielli)
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Laura.
Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina (Izzo)
PAPA: IN SISTINA PER AFFRESCHI MICHELANGELO, NO NUMERO CHIUSO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 ott.
Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina, dove domani pomeriggio egli stesso celebrera' i 500 anni degli affreschi michelangioleschi.
Cosi' come fece Papa Giulio II il 31 ottobre 1512, per l'inaugurazione della volta, infatti, domani sara' Benedetto XVI a presiedere la celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario di quel rito che ringraziava Dio per la impresa immane di Michelangelo che in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, aveva affrescato una superficie di piu' di mille metri quadrati.
"La Cappella Sistina - scrive oggi sull'Osservatore Romano il professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani - resta "l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale".
"Dal giorno in cui, esattamente cinquecento anni fa, fu inaugurata la volta affrescata da Michelangelo, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambio' radicalmente.
Niente fu piu' come prima", sottolinea l'ex ministro italiano dei beni culturali ed ex sovrintendente degli Uffizi, che oggi e' uno dei piu' apprezzati collaboratori di Benedetto XVI.
E proprio il Papa ha chiesto a Paolucci di non limitare in alcun modo gli accessi alla Sistina.
"Cinque milioni di visitatori all'anno, con punte di ventimila al giorno, costituiscono - rivela il direttore dei Musei nel suo articolo - un ben arduo problema per la corretta conservazione di questo capolavoro, ma l'adozione del numero chiuso nel breve e medio periodo non sara' necessaria: gli ausili della tecnica vengono in aiuto e concreti interventi per garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidita' sono gia' stati avviati".
© Copyright (AGI)
Il 31 ottobre 1512 Papa Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo (Paolucci)
Il 31 ottobre 1512 Papa Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo
Cinque secoli di luce accecante
I Musei Vaticani lavorano per la sua migliore conservazione e non è vero che sarà necessaria l’adozione del numero chiuso
Antonio Paolucci
Ogni giorno almeno diecimila persone con punte di ventimila nei periodi di massima affluenza turistica, entrano in Cappella Sistina. È gente di ogni provenienza, lingua e cultura. Di ogni religione o di nessuna religione. La Cappella Sistina è l’attrazione fatale, l’oggetto del desiderio, l’obiettivo irrinunciabile per l’internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale.
Quel 31 Ottobre del 1512 quando Giulio II inaugurava con la liturgia dei vespri la volta da Michelangelo conclusa dopo una immane fatica durata quattro anni (1508-1512), il Papa non poteva immaginare che da quei più di mille metri affrescati sarebbe precipitato sulla storia dell’arte un violento torrente montano portatore di felicità ma anche di devastazione, come scrisse il Woelfflin nel 1899 con una bella metafora.
Di fatto, dopo la volta, la storia dell’arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta ha inizio quella stagione delle arti che i manuali chiamano “del manierismo”. La volta — scrive Giorgio Vasari — diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti.
Certo, oggi cinque milioni di visitatori all’anno all’interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema. La pressione antropica con le polveri indotte, con l’umidità che i corpi portano con sé, con l’anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture.
Potremmo contingentare l’accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però, contrariamente a quanto apparso su alcuni media, che nel breve medio periodo l’adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l’abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell’aria, il controllo della temperatura e dell’umidità.
Diceva Giovanni Urbani, grande maestro dei nostri studi, che alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della tecnica la quale ci permetterà, se correttamente applicata, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha consegnato nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile.
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Sinodo. Il dovere di annunciare Cristo: interviste con il card. Erdö e don Carrón
Sinodo. Il dovere di annunciare Cristo: interviste con il card. Erdö e don Carrón
Testimoniare il Vangelo è un dovere per tutti i battezzati. Così il cardinale Péter Erdö, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali dell'Europa, commenta i lavori del Sinodo sulla nuova evangelizzazione conclusi domenica scorsa in Vaticano. Ascoltiamolo tracciare un bilancio dell’assise al microfono di Paolo Ondarza:
R. - Penso che questo sia stato un Sinodo molto ricco di contenuto. L’evangelizzazione non è soltanto la trasmissione di un contenuto intellettuale - questo sarebbe un’informazione - ma noi dobbiamo essere testimoni. Tutti i fedeli, tutti i singoli battezzati hanno questo dovere. Quindi, evangelizzare non è una cosa facoltativa, compito di una categoria di cristiani, ma è un dovere strettamente connesso con il battesimo stesso.
D. - Quali le frontiere della Chiesa in Europa, per fare nuova evangelizzazione?
R. - Prima di tutto, la nuova evangelizzazione non si riferisce soltanto a questi continenti di antica tradizione cristiana, però ha un significato speciale nel nostro mondo, dove la cultura cristiana, una volta, era quella dominante; oggi in seguito alla secolarizzazione, non è più così. All’interno dell’Europa ci sono delle differenze molto grandi, per esempio tra Paesi come l’Olanda e la Turchia, l’Italia e la Russia e così via. Tuttavia nelle diverse situazioni, troviamo elementi comuni ed uno di questi elementi è sicuramente la grande secolarizzazione.
D. - Il messaggio del Vangelo, lei ha detto, è scritto, inciso nelle pietre delle città del Vecchio Continente, disegnato e dipinto nelle opere d’arte che le rendono belle e attraenti per i tanti turisti che visitano i Paesi europei…
R. - L’eredità artistica, presente negli edifici che vediamo nelle nostre città, porta ancora il messaggio del Vangelo. Quindi, se noi non annunciamo il Vangelo, cominciano a “gridare le pietre”. Noi siamo chiamati a spiegare “la voce delle pietre”. Dobbiamo conoscere questa nostra eredità e apprezzarla: tante persone lontane dalla Chiesa sanno apprezzare la cultura cristiana pur non avendo una vita di fede. Siamo chiamati ad evangelizzare anche attraverso questi mezzi.
D. - L’evangelizzazione in Europa esce rinnovata da questo Sinodo?
R. - Ne sono convinto, sì. È per questo che preghiamo.
Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. E’ ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato:
R. - Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l'Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere... Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa.
D. - Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce?
R. - Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove - con il nostro tentativo sempre “ironico” - cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare - nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti - la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana.
D. - Deve partire da un’esperienza di conversione personale?
R. - Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. E’ il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo.
D. - Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale – anche a livello politico – che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi?
R. – Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è il nuovo stile di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri – sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti – ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico.
D. - In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio?
R. - Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita.
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Fedeltà radicale nell’amore per il presente. Concilio e modernità in un libro di Giuliano Zanchi (Scaraffia)
Concilio e modernità in un libro di Giuliano Zanchi
Fedeltà radicale nell’amore per il presente
Lucetta Scaraffia
La nostra è la prima civiltà «in cui l’essere umano cerca il modo di costruirsi con le sue stesse mani e alla luce della sua smisurata coscienza di sé», la prima epoca che ha rinunciato «a pensare a un fondamento delle cose». Tanto che l’atteggiamento di «sapiente e amorevole indagine del presente», che è stato il cuore dell’eredità conciliare, sembra divenuto impossibile, se non addirittura inutile. Ma il credente, come scrive con forza Giuliano Zanchi nel suo libro Prove tecniche di manutenzione umana. Sul futuro del cristianesimo (Vita e Pensiero), sa che per restare umano non deve separarsi dalla storia. Perché «è perdendo il senso della fraternità che si esce, nello stesso istante, dal perimetro della fede e dal vocabolario della speranza». Proprio con l’intenzione di servire la speranza, Zanchi esplora questo terreno, partendo da una riflessione sui tempi presenti, per arrivare a proposte concrete in vista di un nuovo radicamento cristiano.
Cominciando con il denunciare una crisi della ragione che, partita con l’ambizioso obiettivo di abbattere la frontiera impenetrabile delle verità metafisiche, si limita oggi a divenire strumento per razionalizzare, in modo apparentemente efficace, il funzionamento delle grandi strutture della vita. Tecnica, mercato e democrazia — basi della cultura postmoderna — procedono così con le caratteristiche di una rete avvolgente, chiedendo ai singoli di trasformare in scelta personale quella che invece è una necessità imposta dal sistema. Il segreto per mettere in atto questo meccanismo è la trasfigurazione di ogni bisogno in desiderio, così che possiamo dire con Bauman che «la nostra società dei consumi è forse l’unica società nella storia dell’umanità che promette la felicità nella vita terrena, cioè la felicità qui e ora». Apparteniamo, infatti, alla prima civiltà che prova a vivere senza l’immaginazione di un futuro.
Da questo nascono gravi problemi nella costruzione dell’identità, che — si predica — deve essere scelta liberamente per “essere se stessi”. Dimenticando che l’“essere se stessi” è il frutto di un dono all’interno di relazioni, più che il prodotto di un arbitrio fra scelte equivalenti. Ai cristiani Zanchi chiede di intervenire con amore per la storia di tutti, un amore che «assume anzitutto la forma dell’intelligenza necessaria a conoscere realmente il proprio mondo». Intelligenza trovata nel concilio, ma poi perduta poco dopo nella tempesta del Sessantotto, quando «l’istituzione ecclesiastica si trovava nuovamente in polemica con il mondo. La storia era già andata “oltre” quella modernità con la quale il cristianesimo pensava di essersi finalmente riconciliato».
Questa frattura con la storia è stata risolta, di fatto, con un patteggiamento individuale — come dimostra clamorosamente il caso della morale sessuale — lasciando così nella solitudine del singolo il faticoso lavoro di elaborazione antropologica tra la fede ricevuta e la propria cultura vitale. Ma non basta. Perché, se guardiamo alla storia della Chiesa, la vera santità riformatrice è nata solo «quando qualche discepolo del Regno, sentendosi frutto del proprio mondo, lo ha amato con fedeltà radicale». Dovremmo pertanto imparare ad amare radicalmente questo nostro tempo impegnato in «prove tecniche di manutenzione umana», che è anzitutto ristrutturazione fisiologica dell’autorappresentazione dell’essere umano.
Saremo così pronti a vivere l’esperienza decisiva di ripensare la lingua dell’annuncio cristiano. Non solo nello stile della comunicazione, ma in una rinnovata eloquenza che sappia riappropriarsi instancabilmente del senso di una rivelazione mai posseduta una volta per tutte. Per offrire segni credibili di speranza — scrive Zanchi — l’istituzione ecclesiastica deve quindi sapere dare prove autentiche «della dimestichezza ad attraversare con perfetta dignità umana anche gli sfuggenti sentieri dell’incertezza, della complessità, persino del dramma».
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)
Messaggio del Papa per i migranti. Il parroco di Lampedusa: serve una grande generosità del cuore
Messaggio del Papa per i migranti. Il parroco di Lampedusa: serve una grande generosità del cuore
“Fede e speranza” riempiono spesso “il bagaglio di coloro che emigrano”. E’ uno dei passaggi forti del Messaggio del Papa per la Giornata del Migrante e del Rifugiato, pubblicato ieri. Un documento che ribadisce come ogni cristiano e ogni persona di buona volontà sia chiamata a vedere nel migrante innanzitutto la ricchezza inestimabile della sua persona. Alessandro Gisotti ha chiesto a don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa, quale parte del Messaggio l’abbia colpito maggiormente:
R. – Mi ha colpito quando cita in particolare la Gaudium et Spes del Papa, parlando dell’umanità che la Chiesa deve sperimentare nell’incontro con l’altro: le gioie e i dolori dell’altro sono le gioie e i dolori della Chiesa tutta. Mi pare che lì si colga molto bene il significato di questo incontro che sperimentiamo nel viaggio della speranza dei migranti.
D. – Questo aspetto dell’arricchimento reciproco, lei lo ha sperimentato? La sua comunità di fedeli di Lampedusa lo ha sperimentato?
R. – Sì: anche se spesso il primo impatto è quello di una forma di timore mista ad un po’ di preoccupazione, di paura… Però, il confronto con l’altro, con la storia dell’altro, con il dolore dell’altro aiuta a rivedere anche la nostra storia, il nostro dolore e la nostra sofferenza. Perché spesso, nella rinascita dell’altro che viene accolto nella nostra terra noi vediamo provocare le nostre stesse aspettative: provocare in positivo, perché significa che ci dobbiamo rimettere in discussione, anche e soprattutto, direi, nel rapporto con il Vangelo e quindi con la Parola di Dio. Lì andiamo a verificare la nostra stessa speranza alla luce della loro speranza, la nostra stessa fede nell’esperienza della loro fede.
D. – Il Papa, d’altronde, sottolinea che la Chiesa deve evitare il rischio dell’assistenzialismo: la Chiesa deve evitare questo rischio e favorire invece l’autentica integrazione…
R. – Sicuramente, è la sfida più grande che è posta dinanzi a noi. Perché è vero che noi, come comunità parrocchiale, facciamo l’esperienza dell’incontro primo, della prima accoglienza, qui. Però, bisogna riconoscere che la difficoltà più grande è quella dell’integrazione, perché sicuramente comporta un percorso molto lungo e spesso faticoso. E’ la sfida più importante o più grande, quella dell’integrazione, alla quale credo che non siamo perfettamente preparati. In questo, ritengo che da parte nostra serva una riflessione maggiore e forse una generosità del cuore ancora più grande.
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Il cardinale Sarah: ripartire dall’Africa, “polmone spirituale dell’umanità”
Il cardinale Sarah: ripartire dall’Africa, “polmone spirituale dell’umanità”
“Il Benin e la Santa Sede” e “Il Papa Benedetto XVI in Benin” sono i due volumi presentati ieri a Roma presso la Pontificia Università Lateranense, entrambi pubblicati dalla Lev, Libreria Editrice Vaticana, e curati dall’ambasciata del Benin presso la Santa Sede. Nel corso della presentazione dei volumi, a quasi un anno dal viaggio del Papa in Benin, è stata offerta un’ampia riflessione del card. Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum. Il porporato ha ricordato che, per parlare di quanto sta accadendo in Africa, occorra "un discernimento comunitario” nel quale non si escludano “gli occhi degli uomini”, in particolare dei poveri, e “gli occhi di Dio”. Riferendosi alla crisi mondiale – crisi economica ma anche “spirituale, etica ed antropologica” – il cardinale Sarah ha evidenziato che l’Africa, da sempre ai margini dei circuiti economici-finanziari, ha subito fenomeni indiretti della crisi come l’accaparramento delle risorse e lo sfruttamento delle risorse naturali a vantaggio delle multinazionali con la completa esclusione dei locali.
Non mancano però elementi di conforto – ha aggiunto – come tassi di crescita buoni e alcune guerre risolte, come pure l’immigrazione dall’Europa, dal Portogallo in particolare, al grande continente africano. Permangono però delle conflittualità, delle pandemie e il fenomeno delle migrazioni di massa. La Chiesa locale – ha proseguito il cardinale Sarah – continua ad avere uno sviluppo notevole nonostante i casi di Nigeria e Kenia dove “non mancano i martiri”. “Tocca ai governi - ha aggiunto il presidente di Cor Unum – garantire non solo l’esercizio della libertà religiosa ma anche la libertà di coscienza che sono i diritti fondamentali della persona”. Necessario ribadire che “non esistono modelli di sviluppo unici” e quindi “non si deve cadere nella tentazione di assumere come positivi modelli di vita, di comportamento e di consumo stranieri”, cose che rischiano di imporsi come ideologie: “dal consumismo alla teoria del gender”. “Occorre – ha detto il cardinale Sarah – uno sviluppo che passi attraverso l’istruzione, l’educazione, la dignità del lavoro, la tutela della salute, il rispetto dell’ambiente”.
Infine, sulla nuova evangelizzazione, tema al centro del Sinodo appena concluso, il porporato ha soggiunto che è un “tema cruciale per tenere viva l’esperienza della fede in Africa e perché il Vangelo può forgiare la nostra cultura arricchendola”. Sottolineando il grande contributo portato dal Concilio Vaticano II, ha ribadito quali sono le nuove sfide della Chiesa in Africa: sentirsi parte della Chiesa universale; la pastorale della carità e la conversione che significa anche riconciliazione di fronte alle guerre in corso. “Dovremmo ripartire dall’Africa – ha concluso il cardinale Sarah – ‘polmone spirituale dell’umanità’, dai suoi valori più profondi: le relazioni umane, la famiglia e il senso di Dio”.(B.C.)
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Nuovo ciclo della Radio Vaticana sul Catechismo a 20 anni dalla pubblicazione
Nuovo ciclo della Radio Vaticana sul Catechismo a 20 anni dalla pubblicazione
Si era alla metà degli Anni Ottanta del secolo scorso quando nella Chiesa iniziava l’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. A richiederlo era stato il Sinodo dei Vescovi, celebrato a 20 anni dal Concilio Vaticano II. Altri 20 anni sono trascorsi dalla pubblicazione di un'opera organica, frutto della consultazione di tutte le Chiese locali. Oggi, proponiamo la prima puntata di una nuova rubrica incentrata sull’importanza di questo testo fondamentale per la fede cristiana, curata dal gesuita, padre Dariusz Kowalczyk:
Tra diversi inviti che il Papa Benedetto XVI ci ha rivolto in occasione dell’Anno della Fede vi è anche quello di leggere il Catechismo. Nella bellissima lettera “Porta fidei” il Santo Padre esprime la sua convinzione che il Catechismo sia durante tutto l'anno “un vero strumento e sostegno della fede”.
Abbiamo delle diverse versioni del Catechismo. Prima di tutto il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 fa. Poi, una sua versione più breve: il Compendio del Catechismo. L’anno scorso invece è uscito il CatechismoYouCat, indirizzato ai giovani. Tutte le versioni del Catechismo hanno avuto una grande diffusione, sono state tradotte in molte lingue e vendute in milioni di copie. Nonostante tutto ciò è vera l’opinione che il grande Catechismo e le sue versioni abbiano penetrato solo una minima parte della comunità della Chiesa. E sebbene il Catechismo sia “uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II”, è anche vero che esso è una delle opere meno comprese e apprezzate. L’Anno della Fede è un'occasione per cercare di cambiare questa situazione.
Nella prefazione di Benedetto XVI al catechismo YouCat troviamo una fervente chiamata: “Vi invito – scrive il Papa – studiate il catechismo con passione e perseveranza! Sacrificate il vostro tempo per esso! Studiatelo nel silenzio della vostra camera, leggetelo in due, se siete amici, formate gruppi e reti di studio, scambiatevi idee su Internet. Rimanete ad ogni modo in dialogo sulla vostra fede!”.
Questo ciclo di riflessioni sul Catechismo che inizia oggi vuole essere una spinta per rispondere a quell'invito del Papa Benedetto. Ci soffermeremo su diversi capitoli della parte prima del Catechismo, intitolata: La professione della fede per rimanere, come ha chiesto il Papa in dialogo sulla nostra fede. Prendiamo quindi in mano il Catechismo!
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Sono le tre linee pastorali indicate dal Sinodo che Benedetto XVI ha riproposto durante la Messa conclusiva (O.R.)
Tre linee per la nuova evangelizzazione
Catechesi appropriate per la preparazione ai sacramenti dell'iniziazione e della penitenza; rilancio della missione dove l'annuncio non è ancora giunto e nei Paesi di antica tradizione cristiana; dialogo, attraverso metodi e linguaggi nuovi, con le persone battezzate che però si sono allontanate dalla Chiesa. Sono le tre linee pastorali indicate dal Sinodo dei vescovi, che Benedetto XVI ha riproposto durante la messa conclusiva della XIII assemblea generale ordinaria, dedicata alla nuova evangelizzazione.
Nella mattina di domenica 28 ottobre, il Papa ha presieduto l'Eucaristia nella basilica Vaticana per suggellare in modo solenne i lavori dell'assise, svoltasi in Vaticano nelle ultime tre settimane, in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II e il ventennale del Catechismo della Chiesa cattolica, e con l'inizio dell'Anno della fede.
Le tematiche sinodali hanno fatto da sfondo all'omelia del Pontefice, tutta incentrata sulla figura del cieco Bartimeo, e successivamente anche alla riflessione che ha preceduto la recita dell'Angelus. Alla preghiera mariana infatti Benedetto XVI -- che ha pure ricordato il devastante uragano abbattutosi sui Caraibi e il terremoto in Calabria e Basilicata -- ha definito il Sinodo «un momento forte di comunione ecclesiale».
Comunione visibile, del resto, in tutti i momenti della liturgia. A cominciare dalla lunga teoria di padri sinodali -- oltre 260 tra cardinali, presuli, prelati e sacerdoti -- che hanno concelebrato, insieme a una settantina di presbiteri che hanno partecipato ai lavori a vario titolo: membri della segreteria generale, uditori, esperti, addetti stampa, assistenti e traduttori.
Con la mitra bianca damascata hanno fatto da corona al Papa in processione una cinquantina di porporati, tra i quali il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano. E sei tra i protagonisti del Sinodo sono stati anche saliti all'altare della Confessione per unirsi alla preghiera eucaristica: i cardinali Robles Ortega, Monsengwo Pasinya, Tong Hon e Wuerl -- rispettivamente presidenti delegati e relatore generale -- e gli arcivescovi Eterović e Carré, segretario generale e segretario speciale.
Allo stesso modo, laici intervenuti all'assise sinodale hanno animato i vari momenti della celebrazione: dalla proclamazione delle letture, alle intenzioni dei fedeli, alla processione offertoriale. Così la prima e la seconda lettura sono state affidate allo statunitense Ralph Martin, direttore di un corso teologico di nuova evangelizzazione al seminario di Detroit, e alla francese Chantal Le Ricque, laica dell'arcidiocesi di Parigi. Tra gli intenzionisti -- che hanno elevato invocazioni in italiano, polacco, spagnolo, svedese, arabo e ceco -- c'erano Ewa Kusz, già presidente della Conferenza mondiale degli istituti secolari, la cubana Rita María Petrirena Hernández, responsabile del dipartimento di coordinamento pastorale della Conferenza episcopale, e il siriano Riad Sargi, presidente della Società di San Vincenzo de' Paoli in Damasco, che ha pregato per la pace nel suo Paese e in tutto il Medio Oriente. Infine le offerte sono state portate, oltre che da tre famiglie italiane, anche da Chiara Amirante, fondatrice dell'associazione Nuovi orizzonti, e da Joakim Kipyego Koech, responsabile di Comunione e liberazione in Kenya; da Gisèle Muchati, siriana del movimento Famiglie nuove, e dal professor Yong Suk Francis Xavier Oh, segretario generale dell'Apostolato dei laici in Corea.
Nell'affollata basilica Vaticana hanno partecipato alla messa 15 cardinali con numerosi presuli e prelati della Curia romana, e i membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, accanto ai quali erano gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, e i monsignori Balestrero, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Nwachukwu, capo del Protocollo.
Hanno accompagnato Benedetto XVI l'arcivescovo prefetto della Casa Pontificia Harvey -- che sarà creato cardinale nel prossimo concistoro -- con i monsignori Gänswein, segretario particolare del Santo Padre, e Xuereb, della segreteria particolare; e il medico personale, Polisca. Tra i presenti il reggente della Prefettura della Casa Pontificia, padre Sapienza, delegati fraterni, invitati speciali e il direttore del nostro giornale.
Il rito, diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, si è aperto con il canto Tu es Petrus e si è concluso con l'antifona mariana Sub tuum praesidium, entrambi eseguiti, sotto la guida del maestro Palombella, dalla Cappella Sistina.
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
Catechesi appropriate per la preparazione ai sacramenti dell'iniziazione e della penitenza; rilancio della missione dove l'annuncio non è ancora giunto e nei Paesi di antica tradizione cristiana; dialogo, attraverso metodi e linguaggi nuovi, con le persone battezzate che però si sono allontanate dalla Chiesa. Sono le tre linee pastorali indicate dal Sinodo dei vescovi, che Benedetto XVI ha riproposto durante la messa conclusiva della XIII assemblea generale ordinaria, dedicata alla nuova evangelizzazione.
Nella mattina di domenica 28 ottobre, il Papa ha presieduto l'Eucaristia nella basilica Vaticana per suggellare in modo solenne i lavori dell'assise, svoltasi in Vaticano nelle ultime tre settimane, in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II e il ventennale del Catechismo della Chiesa cattolica, e con l'inizio dell'Anno della fede.
Le tematiche sinodali hanno fatto da sfondo all'omelia del Pontefice, tutta incentrata sulla figura del cieco Bartimeo, e successivamente anche alla riflessione che ha preceduto la recita dell'Angelus. Alla preghiera mariana infatti Benedetto XVI -- che ha pure ricordato il devastante uragano abbattutosi sui Caraibi e il terremoto in Calabria e Basilicata -- ha definito il Sinodo «un momento forte di comunione ecclesiale».
Comunione visibile, del resto, in tutti i momenti della liturgia. A cominciare dalla lunga teoria di padri sinodali -- oltre 260 tra cardinali, presuli, prelati e sacerdoti -- che hanno concelebrato, insieme a una settantina di presbiteri che hanno partecipato ai lavori a vario titolo: membri della segreteria generale, uditori, esperti, addetti stampa, assistenti e traduttori.
Con la mitra bianca damascata hanno fatto da corona al Papa in processione una cinquantina di porporati, tra i quali il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano. E sei tra i protagonisti del Sinodo sono stati anche saliti all'altare della Confessione per unirsi alla preghiera eucaristica: i cardinali Robles Ortega, Monsengwo Pasinya, Tong Hon e Wuerl -- rispettivamente presidenti delegati e relatore generale -- e gli arcivescovi Eterović e Carré, segretario generale e segretario speciale.
Allo stesso modo, laici intervenuti all'assise sinodale hanno animato i vari momenti della celebrazione: dalla proclamazione delle letture, alle intenzioni dei fedeli, alla processione offertoriale. Così la prima e la seconda lettura sono state affidate allo statunitense Ralph Martin, direttore di un corso teologico di nuova evangelizzazione al seminario di Detroit, e alla francese Chantal Le Ricque, laica dell'arcidiocesi di Parigi. Tra gli intenzionisti -- che hanno elevato invocazioni in italiano, polacco, spagnolo, svedese, arabo e ceco -- c'erano Ewa Kusz, già presidente della Conferenza mondiale degli istituti secolari, la cubana Rita María Petrirena Hernández, responsabile del dipartimento di coordinamento pastorale della Conferenza episcopale, e il siriano Riad Sargi, presidente della Società di San Vincenzo de' Paoli in Damasco, che ha pregato per la pace nel suo Paese e in tutto il Medio Oriente. Infine le offerte sono state portate, oltre che da tre famiglie italiane, anche da Chiara Amirante, fondatrice dell'associazione Nuovi orizzonti, e da Joakim Kipyego Koech, responsabile di Comunione e liberazione in Kenya; da Gisèle Muchati, siriana del movimento Famiglie nuove, e dal professor Yong Suk Francis Xavier Oh, segretario generale dell'Apostolato dei laici in Corea.
Nell'affollata basilica Vaticana hanno partecipato alla messa 15 cardinali con numerosi presuli e prelati della Curia romana, e i membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, accanto ai quali erano gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, e i monsignori Balestrero, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Nwachukwu, capo del Protocollo.
Hanno accompagnato Benedetto XVI l'arcivescovo prefetto della Casa Pontificia Harvey -- che sarà creato cardinale nel prossimo concistoro -- con i monsignori Gänswein, segretario particolare del Santo Padre, e Xuereb, della segreteria particolare; e il medico personale, Polisca. Tra i presenti il reggente della Prefettura della Casa Pontificia, padre Sapienza, delegati fraterni, invitati speciali e il direttore del nostro giornale.
Il rito, diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, si è aperto con il canto Tu es Petrus e si è concluso con l'antifona mariana Sub tuum praesidium, entrambi eseguiti, sotto la guida del maestro Palombella, dalla Cappella Sistina.
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
La chiusura del Sinodo dei vescovi nel commento di José Luis Restán
Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:
Mendigos del sentido de la vida
José Luis Restán
30/10/2012
El ciego Bartimeo, mendigo a la orilla del camino, desea recuperar la vista y grita a Jesús que pasa. Benedicto XVI ha tenido la audacia de compararlo a la situación de tantos hombres de nuestra época que han perdido la luz de la fe y como consecuencia no saben ya situarse en el mundo. Como diría André Malraux, "no existe ningún ideal por el cual podamos sacrificarnos, porque de todos conocemos la mentira, nosotros que no sabemos qué es la verdad". Es interesante este binomio entre la fe y la luz que el Papa desarrolla consciente de que nuestra cultura dominante sitúa precisamente la fe en "el lado oscuro", en la subjetividad que no admitiría contraste ni verificación racionalmente compartida.
El mundo occidental, antaño plasmado por la fe, se ha llenado de "Bartimeos", y alguna responsabilidad nos toca también a nosotros, los cristianos. Pero precisamente a partir de la experiencia de esta oscuridad, de este vacío, puede surgir la nostalgia de una mirada diferente. Como subrayaba la homilía de apertura del Año de la Fe, "en el desierto se vuelve a descubrir el valor de lo que es esencial para vivir; así, en el mundo contemporáneo, son muchos los signos de la sed de Dios, del sentido último de la vida, a menudo manifestados de forma implícita o negativa".
Para el Papa es importante que Bartimeo fuese también un mendigo. Y no usa la palabra en nuestro usual sentido peyorativo, sino en sentido bíblico: el mendigo lo espera todo de Otro, se reconoce necesitado hasta el extremo, clama con su corazón dolorido sin importarle la buena imagen o el posible ridículo. "Mendigos del sentido de la existencia", así ha calificado Benedicto XVI a tantos hombres y mujeres de nuestro tiempo, aunque muchas veces sea de manera inconsciente. Y menos mal que lo son, porque eso demuestra que el corazón del hombre está vivo y abierto, que ni el consumo ni las ideologías han podido cerrar su herida. También nosotros, cristianos, somos mendigos de Aquel que sacia la sed del corazón, aunque ya lo hayamos encontrado. Y por eso podemos entender a los que buscan a tientas, incluso repartiendo mamporros.
Mientras se sustanciaba el Sínodo sucedía en la Universidad Complutense de Madrid un hecho significativo que no saltará a las grandes tribunas. Acababa de desarrollarse una brillante jornada de debate sobre el valor de la religión en el espacio público, un gesto de diálogo y de presencia plenamente adecuado para el ámbito universitario. Algunos alumnos impugnan agriamente la validez de este gesto haciendo explícita su antipatía hacia la presencia pública del cristianismo y se dirigen a una profesora cuya pertenencia eclesial conocen. La profesora no elude el debate, pero no se abalanza a la mera respuesta dialéctica, se deja tocar por la violencia verbal de sus alumnos en la que descubre algo más que la simple hostilidad contra la fe. Descubre una búsqueda. Y tras unos momentos toma la palabra y se dirige a sus alumnos a corazón abierto. Les habla de su encuentro con una humanidad distinta, de cómo ha cambiado la fe la relación con su marido, de la misteriosa caridad que mueve a algunos de sus amigos a llevar personalmente una caja de alimentos a familias que no llegan a fin de mes, les habla de un enfermo crónico que ha visto despertar su exigencia de sentido y de felicidad. Les muestra también cómo su ejercicio docente es mucho más que un rol, es un testimonio de una inteligencia más abierta. Y eso ellos lo conocen pero que muy bien. Media hora de "confesión" apasionada y razonable: el silencio es sepulcral, la conmoción ha sustituido a la protesta, los ojos se dilatan ante un espectáculo de humanidad que no ha buscado "protegerse de los golpes" sino que ha mostrado el agua que sacia una sed que muchos encubrían.
El gran tema de la Nueva Evangelización, que como reconocía el Papa a los padres sinodales en su despedida, es un dinamismo siempre presente con diversas formas en la vida de la Iglesia, es una cuestión de amor y de dolor, no de sagaces estrategias. El dolor de Bartimeo que grita, el amor de Jesús que lo llama (¿qué quieres que haga por ti?). El dolor del Maestro que llora ante la vista de Jerusalén, el amor de la samaritana que tras descubrirle corre alocada a llamar a sus vecinos para que suban a ver al Galileo. La Iglesia tiene que aprender (siempre está aprendiendo) a hacerse presente en nuevos contextos que ella no elige ni controla. Y no aprende organizando un seminario o tabulando los datos de infinitas encuestas, sino amando y sufriendo dentro de las circunstancias que le tocan. Por eso usará "nuevos lenguajes, apropiados a las diferentes culturas del mundo, proponiendo la verdad de Cristo con una actitud de diálogo y de amistad que tiene como fundamento a Dios que es Amor". Benedicto XVI prepara ya un documento que recoja los trabajos del Sínodo, "un documento que viene de la vida y que debería generar vida". Aunque pueda navegar con el viento de cara, la Iglesia siente sobre todo el viento del Espíritu, que la empuja más allá de la perplejidad y el temor.
http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3209&te=15&idage=6129&vap=0
Mendigos del sentido de la vida
José Luis Restán
30/10/2012
El ciego Bartimeo, mendigo a la orilla del camino, desea recuperar la vista y grita a Jesús que pasa. Benedicto XVI ha tenido la audacia de compararlo a la situación de tantos hombres de nuestra época que han perdido la luz de la fe y como consecuencia no saben ya situarse en el mundo. Como diría André Malraux, "no existe ningún ideal por el cual podamos sacrificarnos, porque de todos conocemos la mentira, nosotros que no sabemos qué es la verdad". Es interesante este binomio entre la fe y la luz que el Papa desarrolla consciente de que nuestra cultura dominante sitúa precisamente la fe en "el lado oscuro", en la subjetividad que no admitiría contraste ni verificación racionalmente compartida.
El mundo occidental, antaño plasmado por la fe, se ha llenado de "Bartimeos", y alguna responsabilidad nos toca también a nosotros, los cristianos. Pero precisamente a partir de la experiencia de esta oscuridad, de este vacío, puede surgir la nostalgia de una mirada diferente. Como subrayaba la homilía de apertura del Año de la Fe, "en el desierto se vuelve a descubrir el valor de lo que es esencial para vivir; así, en el mundo contemporáneo, son muchos los signos de la sed de Dios, del sentido último de la vida, a menudo manifestados de forma implícita o negativa".
Para el Papa es importante que Bartimeo fuese también un mendigo. Y no usa la palabra en nuestro usual sentido peyorativo, sino en sentido bíblico: el mendigo lo espera todo de Otro, se reconoce necesitado hasta el extremo, clama con su corazón dolorido sin importarle la buena imagen o el posible ridículo. "Mendigos del sentido de la existencia", así ha calificado Benedicto XVI a tantos hombres y mujeres de nuestro tiempo, aunque muchas veces sea de manera inconsciente. Y menos mal que lo son, porque eso demuestra que el corazón del hombre está vivo y abierto, que ni el consumo ni las ideologías han podido cerrar su herida. También nosotros, cristianos, somos mendigos de Aquel que sacia la sed del corazón, aunque ya lo hayamos encontrado. Y por eso podemos entender a los que buscan a tientas, incluso repartiendo mamporros.
Mientras se sustanciaba el Sínodo sucedía en la Universidad Complutense de Madrid un hecho significativo que no saltará a las grandes tribunas. Acababa de desarrollarse una brillante jornada de debate sobre el valor de la religión en el espacio público, un gesto de diálogo y de presencia plenamente adecuado para el ámbito universitario. Algunos alumnos impugnan agriamente la validez de este gesto haciendo explícita su antipatía hacia la presencia pública del cristianismo y se dirigen a una profesora cuya pertenencia eclesial conocen. La profesora no elude el debate, pero no se abalanza a la mera respuesta dialéctica, se deja tocar por la violencia verbal de sus alumnos en la que descubre algo más que la simple hostilidad contra la fe. Descubre una búsqueda. Y tras unos momentos toma la palabra y se dirige a sus alumnos a corazón abierto. Les habla de su encuentro con una humanidad distinta, de cómo ha cambiado la fe la relación con su marido, de la misteriosa caridad que mueve a algunos de sus amigos a llevar personalmente una caja de alimentos a familias que no llegan a fin de mes, les habla de un enfermo crónico que ha visto despertar su exigencia de sentido y de felicidad. Les muestra también cómo su ejercicio docente es mucho más que un rol, es un testimonio de una inteligencia más abierta. Y eso ellos lo conocen pero que muy bien. Media hora de "confesión" apasionada y razonable: el silencio es sepulcral, la conmoción ha sustituido a la protesta, los ojos se dilatan ante un espectáculo de humanidad que no ha buscado "protegerse de los golpes" sino que ha mostrado el agua que sacia una sed que muchos encubrían.
El gran tema de la Nueva Evangelización, que como reconocía el Papa a los padres sinodales en su despedida, es un dinamismo siempre presente con diversas formas en la vida de la Iglesia, es una cuestión de amor y de dolor, no de sagaces estrategias. El dolor de Bartimeo que grita, el amor de Jesús que lo llama (¿qué quieres que haga por ti?). El dolor del Maestro que llora ante la vista de Jerusalén, el amor de la samaritana que tras descubrirle corre alocada a llamar a sus vecinos para que suban a ver al Galileo. La Iglesia tiene que aprender (siempre está aprendiendo) a hacerse presente en nuevos contextos que ella no elige ni controla. Y no aprende organizando un seminario o tabulando los datos de infinitas encuestas, sino amando y sufriendo dentro de las circunstancias que le tocan. Por eso usará "nuevos lenguajes, apropiados a las diferentes culturas del mundo, proponiendo la verdad de Cristo con una actitud de diálogo y de amistad que tiene como fundamento a Dios que es Amor". Benedicto XVI prepara ya un documento que recoja los trabajos del Sínodo, "un documento que viene de la vida y que debería generar vida". Aunque pueda navegar con el viento de cara, la Iglesia siente sobre todo el viento del Espíritu, que la empuja más allá de la perplejidad y el temor.
http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3209&te=15&idage=6129&vap=0
Immigrati, il Papa invita anche «ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione»
Il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato
CITTÀ DEL VATICANO
«Ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, assicurando sempre il rispetto della dignità di ogni persona umana».
Ma «nel contesto socio-politico attuale, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra».
Lo ha sottolineato, fra l'altro, Papa Benedetto XVI, nel messaggio scritto in occasione della novantanovesima «Giornata mondiale del Rifugiato» che ricorrerà il prossimo 13 gennaio 2013, presentato ieri in Vaticano.
«Diritto primario dell'uomo - ha ammonito Ratzinger facendo sue le stesse parole usate nel 1988 da Giovanni Paolo II nel suo discorso in occasione del Congresso mondiale delle Migrazioni - è quello a vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione». E «oggi infatti vediamo che molte migrazioni - ha ammonito papa Benedetto - sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali».
Il Papa ha invitato anche «ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione». «Sono 214 milioni i migranti internazionali, cioè il 3% per cento della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 2005, nonostante gli effetti della crisi » ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per i migranti, card. Vegliò.
© Copyright Il Tempo, 30 ottobre 2012 consultabile online anche qui.
CITTÀ DEL VATICANO
«Ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, assicurando sempre il rispetto della dignità di ogni persona umana».
Ma «nel contesto socio-politico attuale, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra».
Lo ha sottolineato, fra l'altro, Papa Benedetto XVI, nel messaggio scritto in occasione della novantanovesima «Giornata mondiale del Rifugiato» che ricorrerà il prossimo 13 gennaio 2013, presentato ieri in Vaticano.
«Diritto primario dell'uomo - ha ammonito Ratzinger facendo sue le stesse parole usate nel 1988 da Giovanni Paolo II nel suo discorso in occasione del Congresso mondiale delle Migrazioni - è quello a vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione». E «oggi infatti vediamo che molte migrazioni - ha ammonito papa Benedetto - sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali».
Il Papa ha invitato anche «ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione». «Sono 214 milioni i migranti internazionali, cioè il 3% per cento della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 2005, nonostante gli effetti della crisi » ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per i migranti, card. Vegliò.
© Copyright Il Tempo, 30 ottobre 2012 consultabile online anche qui.
Sinodo, Vian: ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità
L’OSSERVATORE ROMANO: VIAN, “ININTERROTTO CAMMINO DELLA CHIESA NELLA CONTEMPORANEITÀ”
“Paesi di missione” è il titolo dell’editoriale di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, nel numero in edicola questa sera. Il direttore dedica un commento ai lavori del Sinodo dei vescovi concluso da due giorni in Vaticano. Vian richiama il volume “La France, pays de mission?”, uscito il 12 settembre 1943 a Lione, ad opera di Henri Godin e Yvan Daniel, due cappellani della Jeunesse ouvrière catholique a cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Emmanuel Suhard, aveva commissionato un rapporto sulla situazione religiosa degli ambienti operai parigini.
“Proprio a quell’analisi, lucida e appassionata, si è richiamato Benedetto XVI - scrive Vian nell’editoriale -, sintetizzando con efficacia il senso dell’assemblea sinodale appena conclusa e sottolineando l’ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità”. “L’assemblea sinodale - nota Vian - ha così riflettuto e discusso la necessità di un annuncio del Vangelo che ha bisogno di metodi nuovi e di ‘nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo’ e ‘creatività pastorale’ ha sintetizzato Benedetto XVI. Che alla fine ha pregato con le parole di Clemente di Alessandria, rivolte a quella luce che ha brillato una volta per tutte, ‘più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù’”.
© Copyright Sir
100.mo della nascita di Albino Luciani: oggi a Venezia Messa con patriarca e vescovi del Triveneto
Su segnalazione di Laura leggiamo:
100.mo della nascita di Albino Luciani: domani a Venezia Messa con patriarca e vescovi del Triveneto
Venezia ricorderà solennemente domani, 30 ottobre, il centenario della nascita di Albino Luciani, già patriarca della diocesi lagunare prima di diventare nel 1978, e per soli 33 giorni, papa Giovanni Paolo I. Il doppio appuntamento - riferisce l'agenzia Sir - prevede alle 18, nella basilica cattedrale di S. Marco, la Messa presieduta dal patriarca mons. Francesco Moraglia, il cardinale Angelo Scola ed i vescovi della Conferenza episcopale triveneta. Subito dopo, alle 20.30, si terrà un concerto di musica sacra offerto dalla Procuratoria della Basilica di San Marco, dall‘Istituto Polacco di Roma e dalla Fondazione Capella Cracoviensis di Cracovia. Durante i tre intervalli è prevista la lettura di altrettanti testi di Albino Luciani. Il programma del concerto prevede le composizioni di due tra i massimi esponenti della scuola veneziana del XVII secolo: Giovanni Gabrieli, compositore, organista e maestro di cappella della Basilica di San Marco del quale ricorrono i 400 anni dalla morte (1612) e Mikolaj Zielenski, compositore, organista e maestro di cappella legato alla Collegiata di Lowicz (sede del Primate polacco). Ad eseguirlo sarà il Collegium Zielenski diretto da Stanislaw Galonski, uno dei massimi esperti nel campo dell‘esecuzione e promozione della musica antica. (R.P.)
© Copyright Radio Vaticana
ALBINO LUCIANI: 100° NASCITA, DOMANI A VENEZIA MESSA CON PATRIARCA E VESCOVI TRIVENETO
Venezia ricorderà solennemente domani, 30 ottobre, il centenario della nascita di Albino Luciani, già patriarca della diocesi lagunare prima di diventare nel 1978, e per soli 33 giorni, papa Giovanni Paolo I. Il doppio appuntamento prevede alle 18, nella basilica cattedrale di S. Marco, la Messa presieduta dal patriarca mons. Francesco Moraglia insieme ai vescovi della Conferenza episcopale triveneta. Subito dopo, alle 20.30, si terrà un concerto di musica sacra offerto dalla Procuratoria della Basilica di San Marco, dall‘Istituto Polacco di Roma e dalla Fondazione Capella Cracoviensis di Cracovia. Durante i tre intervalli è prevista la lettura di altrettanti testi di Albino Luciani. Il programma del concerto prevede le composizioni di due tra i massimi esponenti della scuola veneziana del XVII secolo: Giovanni Gabrieli, compositore, organista e maestro di cappella della Basilica di San Marco del quale ricorrono i 400 anni dalla morte (1612) e Mikolaj Zielenski, compositore, organista e maestro di cappella legato alla Collegiata di Lowicz (sede del Primate polacco). Ad eseguirlo sarà il Collegium Zielenski diretto da Stanislaw Galonski, uno dei massimi esperti nel campo dell‘esecuzione e promozione della musica antica.
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Giappone, l’Anno della Fede “va vissuto tornando allo spirito dei martiri” (AsiaNews)
Giappone, l’Anno della Fede “va vissuto tornando allo spirito dei martiri”
I vescovi scrivono a tutte le chiese nipponiche in occasione dell’Anno proclamato da Benedetto XVI: “Moltissime sfide ci accerchiano. Ma rinnovare la nostra fede e rilanciare l’evangelizzazione sono compiti che non possiamo mettere in secondo piano”.
Tokyo (AsiaNews)
L'Anno della Fede in Giappone "è una sfida per tutte le Chiese, ma in modo particolare per quella giapponese. Che ha davanti a sé molte sfide che si possono risolvere tornando alla vita nella fede e al sangue dei martiri, fondamento della nostra esistenza". È il senso del messaggio inviato dai vescovi giapponesi a tutte le chiese del Paese in occasione delle celebrazioni relative all'Anno proclamato da Benedetto XVI.
"Fra gli scopi dell'Anno della Fede - si legge nel testo, intitolato 'Le sfide per la Chiesa giapponese' - c'è anche la preparazione per il futuro sviluppo della Chiesa e il rinnovamento della nostra fede, basandosi sulla comprensione del catechismo cattolico. Nel corso di quest'Anno, noi vescovi vorremmo confermare anche il progresso dell'evangelizzazione negli ultimi 50 anni e promuovere il rinnovamento della fede".
"In questo 2012 - continua il testo - la nostra Chiesa commemora il 150mo anniversario della canonizzazione dei 26 Martiri giapponesi e la ripresa delle attività missionarie. Noi non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo lo stesso sangue e la stessa fede di coloro che, 415 anni fa, diedero la vita per la Chiesa in Giappone: come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II durante la sua visita qui nel 1981, la fondazione della Chiesa nipponica è nel sangue stesso dei martiri".
Con queste premesse, scrivono ancora i presuli, "dobbiamo riflettere sulla straordinaria storia di salvezza che Dio ha preparato per il nostro Paese. Allo stesso tempo, rinnoviamo e confermiamo la nostra fede in linea con Benedetto XVI. Per ottenere questi scopi, e promuovere una nuova evangelizzazione, è importante continuare nei nostri sforzi evangelici: leggiamo la Bibbia, preghiamo e condividiamo la nostra fede".
"Il Giappone - conclude il testo - ha davanti a sé molte sfide: i postumi delle grandi tragedie ambientali, la stagnazione economica, il calo delle nascite, i suicidi. Questo nasce in parte anche per un modo di pensare sbagliato, basato sul materialismo e sul vivere solo per il presente. Ascoltando la voce di chi soffre, come cattolici dobbiamo fare il possibile per trovare nuove misure ed espressioni di evangelizzazione per chi vive all'interno e all'esterno della Chiesa".
© Copyright AsiaNews
Mons. Mueller: Per un Cristiano il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità
Vaticano: mons. Mueller, dialogo con religioni ma no rinuncia a verita'
(ASCA) - Citta' del Vaticano, 29 ott
''Per un cristiano, pertanto, il rispetto della religiosita' altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identita' e alla verita' definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio'': lo ha detto questa mattina ad Assisi, durante un incontro promosso dai Frati minori per ricordare la giornata di preghiera per la pace tenutasi ventisei anni fa nella citta' umbra, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller.
''Tale rispetto e il dialogo - ha aggiunto nel suo testo, pubblicato oggi in parte dall'Osservatore Romano - non significano il dissolvimento del proprio credo in una religiosita' generica, fondata sull'assioma della inconoscibilita' di Dio, ne' la riduzione della fede cristiana al livello di un'espressione generica, comune ad altre forme di religiosita'.
Anzi, la Chiesa puo' proporre un dialogo vero solo a partire della verita' su se stessa.
Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica e abbandonare l'unicita' della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct''.
Per Mueller, ''la Chiesa cattolica e il Cristianesimo non rifiutano, pertanto, il dialogo con le religioni, proprio perche' dalla fede cristiana proviene un rispetto verso la naturale sensibilita' religiosa degli uomini.
Il rispetto dovuto alla coscienza -- anche nel caso in cui questa sembra essere nascosta in una religiosita' incapace di discernere i valori morali e di esserne responsabile -- esige un dialogo da compiere con passi lenti, nella paziente attesa dall'apertura della ragione alla pienezza della verita'''.
© Copyright ASCA
(ASCA) - Citta' del Vaticano, 29 ott
''Per un cristiano, pertanto, il rispetto della religiosita' altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identita' e alla verita' definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio'': lo ha detto questa mattina ad Assisi, durante un incontro promosso dai Frati minori per ricordare la giornata di preghiera per la pace tenutasi ventisei anni fa nella citta' umbra, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller.
''Tale rispetto e il dialogo - ha aggiunto nel suo testo, pubblicato oggi in parte dall'Osservatore Romano - non significano il dissolvimento del proprio credo in una religiosita' generica, fondata sull'assioma della inconoscibilita' di Dio, ne' la riduzione della fede cristiana al livello di un'espressione generica, comune ad altre forme di religiosita'.
Anzi, la Chiesa puo' proporre un dialogo vero solo a partire della verita' su se stessa.
Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica e abbandonare l'unicita' della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct''.
Per Mueller, ''la Chiesa cattolica e il Cristianesimo non rifiutano, pertanto, il dialogo con le religioni, proprio perche' dalla fede cristiana proviene un rispetto verso la naturale sensibilita' religiosa degli uomini.
Il rispetto dovuto alla coscienza -- anche nel caso in cui questa sembra essere nascosta in una religiosita' incapace di discernere i valori morali e di esserne responsabile -- esige un dialogo da compiere con passi lenti, nella paziente attesa dall'apertura della ragione alla pienezza della verita'''.
© Copyright ASCA
Crisi e integrazione europea. L'incontro del Papa con il presidente croato
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Riaffermare il diritto a rimanere nella propria terra. Presentato il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante (Caruso)
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Il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (Marcolivio)
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Il Papa: “Anche non emigrare è un diritto umano” (Speciale)
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Accoglienza e integrazione. Il documento presentato dal cardinale Vegliò e dal vescovo Kalathiparambil (O.R.)
Il documento presentato dal cardinale Vegliò e dal vescovo Kalathiparambil
Accoglienza e integrazione
Un miliardo di persone, un settimo della popolazione mondiale, sperimenta oggi sulla propria pelle la tragica esperienza della migrazione, dettata da ragioni economiche, oppure forzata. È un fenomeno in crescita che pretende risposte adeguate e attente alla dignità di quanti sono coinvolti, soprattutto in termini di accoglienza, vera integrazione e rispetto. La Chiesa lavora sul campo affilando le armi della fede e della speranza che fanno parte del «bagaglio di ogni migrante». A delineare i contorni della questione migratoria, indicando priorità e prospettive, sono stati il cardinale Antonio Maria Vegliò e il vescovo Joseph Kalathiparambil, presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti che, nella mattina di lunedì 29 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede, hanno presentato il messaggio di Benedetto XVI.
Il cardinale Vegliò ha riaffermato i principi fondamentali dell'atteggiamento della Chiesa nei riguardi del fenomeno dell'emigrazione, indicando l'urgenza di creare una mentalità giusta per affrontare un problema mondiale, molto difficile da risolvere. E anche il Sinodo appena concluso non aveva mancato di affrontare la questione, sottolineandone la potenzialità per la nuova evangelizzazione. Dall'incontro con i giornalisti sono venute anche forti denunce contro le violazioni dei diritti umani, le drammatiche conseguenze delle guerre sui civili, l'indegna situazione dei campi profughi, il mercato di morte messo su dai contrabbandieri di persone.
Secondo il cardinale Vegliò, che si è soffermato sulle migrazioni causate da motivi economici, i migranti «nel loro pellegrinaggio esistenziale verso un futuro migliore» portano con sé un bagaglio fatto di «fede e speranza», come ha scritto il Papa nel messaggio. «Dire che tentano di trovare solo un miglioramento alla loro situazione economica o sociale -- ha spiegato il cardinale -- significherebbe semplificare troppo la realtà. Hanno fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato». Nel messaggio il Papa «rileva due canali di attività, che non corrono paralleli, ma in complementarietà». Il primo è «quello più tangibile -- ha detto il porporato -- e più facilmente notato a livello mediatico, che si concretizza negli interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze». Non meno importante, fa notare il messaggio «una seconda direttrice, più impegnativa» quella cioè che porta a favorire e accompagnare l'inserimento integrale dei migranti nel loro nuovo contesto socio-culturale».
Un pensiero particolare il cardinale lo ha quindi rivolto «ai Paesi del Medio Oriente, dove la presenza dei migranti cristiani, tra credenti di altre religioni, ha un ruolo significativo nel creare l'identità così particolare di quella regione». Il Pew Research Centre, nel suo rapporto Faith on the Move del 2012, mette in relazione, ha fatto notare il cardinale, «i flussi migratori con la fede professata dai migranti. Il rapporto individua dieci Paesi che hanno accolto il maggior numero di migranti negli ultimi anni». Al primo posto ci sono gli Stati Uniti d'America, un Paese «costruito dai vari flussi migratori, che oggi ospita circa 43 milioni di cittadini stranieri, il 13,5 per cento della popolazione e, tra questi, ben 32 milioni sono cristiani, in maggioranza provenienti dal Messico». Questi numeri, ha proseguito, mostrano le potenziali risorse religiose «che portano con sé i migranti e, allo stesso tempo, rivelano le aspettative che essi nutrono nei confronti delle comunità cristiane che li accolgono».
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
Accoglienza e integrazione
Un miliardo di persone, un settimo della popolazione mondiale, sperimenta oggi sulla propria pelle la tragica esperienza della migrazione, dettata da ragioni economiche, oppure forzata. È un fenomeno in crescita che pretende risposte adeguate e attente alla dignità di quanti sono coinvolti, soprattutto in termini di accoglienza, vera integrazione e rispetto. La Chiesa lavora sul campo affilando le armi della fede e della speranza che fanno parte del «bagaglio di ogni migrante». A delineare i contorni della questione migratoria, indicando priorità e prospettive, sono stati il cardinale Antonio Maria Vegliò e il vescovo Joseph Kalathiparambil, presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti che, nella mattina di lunedì 29 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede, hanno presentato il messaggio di Benedetto XVI.
Il cardinale Vegliò ha riaffermato i principi fondamentali dell'atteggiamento della Chiesa nei riguardi del fenomeno dell'emigrazione, indicando l'urgenza di creare una mentalità giusta per affrontare un problema mondiale, molto difficile da risolvere. E anche il Sinodo appena concluso non aveva mancato di affrontare la questione, sottolineandone la potenzialità per la nuova evangelizzazione. Dall'incontro con i giornalisti sono venute anche forti denunce contro le violazioni dei diritti umani, le drammatiche conseguenze delle guerre sui civili, l'indegna situazione dei campi profughi, il mercato di morte messo su dai contrabbandieri di persone.
Secondo il cardinale Vegliò, che si è soffermato sulle migrazioni causate da motivi economici, i migranti «nel loro pellegrinaggio esistenziale verso un futuro migliore» portano con sé un bagaglio fatto di «fede e speranza», come ha scritto il Papa nel messaggio. «Dire che tentano di trovare solo un miglioramento alla loro situazione economica o sociale -- ha spiegato il cardinale -- significherebbe semplificare troppo la realtà. Hanno fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato». Nel messaggio il Papa «rileva due canali di attività, che non corrono paralleli, ma in complementarietà». Il primo è «quello più tangibile -- ha detto il porporato -- e più facilmente notato a livello mediatico, che si concretizza negli interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze». Non meno importante, fa notare il messaggio «una seconda direttrice, più impegnativa» quella cioè che porta a favorire e accompagnare l'inserimento integrale dei migranti nel loro nuovo contesto socio-culturale».
Un pensiero particolare il cardinale lo ha quindi rivolto «ai Paesi del Medio Oriente, dove la presenza dei migranti cristiani, tra credenti di altre religioni, ha un ruolo significativo nel creare l'identità così particolare di quella regione». Il Pew Research Centre, nel suo rapporto Faith on the Move del 2012, mette in relazione, ha fatto notare il cardinale, «i flussi migratori con la fede professata dai migranti. Il rapporto individua dieci Paesi che hanno accolto il maggior numero di migranti negli ultimi anni». Al primo posto ci sono gli Stati Uniti d'America, un Paese «costruito dai vari flussi migratori, che oggi ospita circa 43 milioni di cittadini stranieri, il 13,5 per cento della popolazione e, tra questi, ben 32 milioni sono cristiani, in maggioranza provenienti dal Messico». Questi numeri, ha proseguito, mostrano le potenziali risorse religiose «che portano con sé i migranti e, allo stesso tempo, rivelano le aspettative che essi nutrono nei confronti delle comunità cristiane che li accolgono».
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
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