martedì 30 ottobre 2012

Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina (Izzo)


PAPA: IN SISTINA PER AFFRESCHI MICHELANGELO, NO NUMERO CHIUSO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 30 ott. 

Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina, dove domani pomeriggio egli stesso celebrera' i 500 anni degli affreschi michelangioleschi. 
Cosi' come fece Papa Giulio II il 31 ottobre 1512, per l'inaugurazione della volta, infatti, domani sara' Benedetto XVI a presiedere la celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario di quel rito che ringraziava Dio per la  impresa immane di Michelangelo che  in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, aveva affrescato una superficie di piu' di mille metri quadrati. 
"La Cappella Sistina - scrive oggi sull'Osservatore Romano il professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani - resta  "l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale". 
"Dal giorno in cui, esattamente cinquecento anni fa, fu inaugurata la volta affrescata da Michelangelo, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambio' radicalmente. 
Niente fu piu' come prima", sottolinea l'ex ministro italiano dei beni culturali ed ex sovrintendente degli Uffizi, che oggi e' uno dei piu' apprezzati collaboratori di Benedetto XVI. 
E proprio il Papa ha chiesto a Paolucci di non limitare in alcun modo gli accessi alla Sistina.
"Cinque milioni di visitatori all'anno, con punte di ventimila al giorno, costituiscono - rivela il direttore dei Musei nel suo articolo - un ben arduo problema per la corretta conservazione di questo capolavoro, ma l'adozione del numero chiuso nel breve e medio periodo non sara' necessaria: gli ausili della tecnica vengono in aiuto e concreti interventi per garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidita' sono gia' stati avviati".

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"Fede e teologia: necessità, fecondità e prospettive di un rapporto". Lectio Magistralis del card. Piacenza (Zenit)

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Il 31 ottobre 1512 Papa Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo (Paolucci)


Il 31 ottobre 1512 Papa Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo

Cinque secoli di luce accecante

I Musei Vaticani lavorano per la sua migliore conservazione e non è vero che sarà necessaria l’adozione del numero chiuso

Antonio Paolucci

Ogni giorno almeno diecimila persone con punte di ventimila nei periodi di massima affluenza turistica, entrano in Cappella Sistina. È gente di ogni provenienza, lingua e cultura. Di ogni religione o di nessuna religione. La Cappella Sistina è l’attrazione fatale, l’oggetto del desiderio, l’obiettivo irrinunciabile per l’internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale.
Quel 31 Ottobre del 1512 quando Giulio II inaugurava con la liturgia dei vespri la volta da Michelangelo conclusa dopo una immane fatica durata quattro anni (1508-1512), il Papa non poteva immaginare che da quei più di mille metri affrescati sarebbe precipitato sulla storia dell’arte un violento torrente montano portatore di felicità ma anche di devastazione, come scrisse il Woelfflin nel 1899 con una bella metafora.
Di fatto, dopo la volta, la storia dell’arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta ha inizio quella stagione delle arti che i manuali chiamano “del manierismo”. La volta — scrive Giorgio Vasari — diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti.
Certo, oggi cinque milioni di visitatori all’anno all’interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema. La pressione antropica con le polveri indotte, con l’umidità che i corpi portano con sé, con l’anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture.
Potremmo contingentare l’accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però, contrariamente a quanto apparso su alcuni media, che nel breve medio periodo l’adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l’abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell’aria, il controllo della temperatura e dell’umidità.
Diceva Giovanni Urbani, grande maestro dei nostri studi, che alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della tecnica la quale ci permetterà, se correttamente applicata, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha consegnato nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile.
  
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

Sinodo. Il dovere di annunciare Cristo: interviste con il card. Erdö e don Carrón


Sinodo. Il dovere di annunciare Cristo: interviste con il card. Erdö e don Carrón 

Testimoniare il Vangelo è un dovere per tutti i battezzati. Così il cardinale Péter Erdö, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali dell'Europa, commenta i lavori del Sinodo sulla nuova evangelizzazione conclusi domenica scorsa in Vaticano. Ascoltiamolo tracciare un bilancio dell’assise al microfono di Paolo Ondarza: 

R. - Penso che questo sia stato un Sinodo molto ricco di contenuto. L’evangelizzazione non è soltanto la trasmissione di un contenuto intellettuale - questo sarebbe un’informazione - ma noi dobbiamo essere testimoni. Tutti i fedeli, tutti i singoli battezzati hanno questo dovere. Quindi, evangelizzare non è una cosa facoltativa, compito di una categoria di cristiani, ma è un dovere strettamente connesso con il battesimo stesso.

D. - Quali le frontiere della Chiesa in Europa, per fare nuova evangelizzazione?

R. - Prima di tutto, la nuova evangelizzazione non si riferisce soltanto a questi continenti di antica tradizione cristiana, però ha un significato speciale nel nostro mondo, dove la cultura cristiana, una volta, era quella dominante; oggi in seguito alla secolarizzazione, non è più così. All’interno dell’Europa ci sono delle differenze molto grandi, per esempio tra Paesi come l’Olanda e la Turchia, l’Italia e la Russia e così via. Tuttavia nelle diverse situazioni, troviamo elementi comuni ed uno di questi elementi è sicuramente la grande secolarizzazione. 

D. - Il messaggio del Vangelo, lei ha detto, è scritto, inciso nelle pietre delle città del Vecchio Continente, disegnato e dipinto nelle opere d’arte che le rendono belle e attraenti per i tanti turisti che visitano i Paesi europei…

R. - L’eredità artistica, presente negli edifici che vediamo nelle nostre città, porta ancora il messaggio del Vangelo. Quindi, se noi non annunciamo il Vangelo, cominciano a “gridare le pietre”. Noi siamo chiamati a spiegare “la voce delle pietre”. Dobbiamo conoscere questa nostra eredità e apprezzarla: tante persone lontane dalla Chiesa sanno apprezzare la cultura cristiana pur non avendo una vita di fede. Siamo chiamati ad evangelizzare anche attraverso questi mezzi.

D. - L’evangelizzazione in Europa esce rinnovata da questo Sinodo?

R. - Ne sono convinto, sì. È per questo che preghiamo.

Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. E’ ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato: 

R. - Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l'Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere... Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa. 

D. - Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce?

R. - Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove - con il nostro tentativo sempre “ironico” - cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare - nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti - la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana. 

D. - Deve partire da un’esperienza di conversione personale?

R. - Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. E’ il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo.

D. - Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale – anche a livello politico – che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi?

R. – Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è il nuovo stile di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri – sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti – ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico. 

D. - In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio?

R. - Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita.

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Fedeltà radicale nell’amore per il presente. Concilio e modernità in un libro di Giuliano Zanchi (Scaraffia)


Concilio e modernità in un libro di Giuliano Zanchi

Fedeltà radicale nell’amore per il presente

Lucetta Scaraffia

La nostra è la prima civiltà «in cui l’essere umano cerca il modo di costruirsi con le sue stesse mani e alla luce della sua smisurata coscienza di sé», la prima epoca che ha rinunciato «a pensare a un fondamento delle cose». Tanto che l’atteggiamento di «sapiente e amorevole indagine del presente», che è stato il cuore dell’eredità conciliare, sembra divenuto impossibile, se non addirittura inutile. Ma il credente, come scrive con forza Giuliano Zanchi nel suo libro Prove tecniche di manutenzione umana. Sul futuro del cristianesimo (Vita e Pensiero), sa che per restare umano non deve separarsi dalla storia. Perché «è perdendo il senso della fraternità che si esce, nello stesso istante, dal perimetro della fede e dal vocabolario della speranza». Proprio con l’intenzione di servire la speranza, Zanchi esplora questo terreno, partendo da una riflessione sui tempi presenti, per arrivare a proposte concrete in vista di un nuovo radicamento cristiano.
Cominciando con il denunciare una crisi della ragione che, partita con l’ambizioso obiettivo di abbattere la frontiera impenetrabile delle verità metafisiche, si limita oggi a divenire strumento per razionalizzare, in modo apparentemente efficace, il funzionamento delle grandi strutture della vita. Tecnica, mercato e democrazia — basi della cultura postmoderna — procedono così con le caratteristiche di una rete avvolgente, chiedendo ai singoli di trasformare in scelta personale quella che invece è una necessità imposta dal sistema. Il segreto per mettere in atto questo meccanismo è la trasfigurazione di ogni bisogno in desiderio, così che possiamo dire con Bauman che «la nostra società dei consumi è forse l’unica società nella storia dell’umanità che promette la felicità nella vita terrena, cioè la felicità qui e ora». Apparteniamo, infatti, alla prima civiltà che prova a vivere senza l’immaginazione di un futuro.
Da questo nascono gravi problemi nella costruzione dell’identità, che — si predica — deve essere scelta liberamente per “essere se stessi”. Dimenticando che l’“essere se stessi” è il frutto di un dono all’interno di relazioni, più che il prodotto di un arbitrio fra scelte equivalenti. Ai cristiani Zanchi chiede di intervenire con amore per la storia di tutti, un amore che «assume anzitutto la forma dell’intelligenza necessaria a conoscere realmente il proprio mondo». Intelligenza trovata nel concilio, ma poi perduta poco dopo nella tempesta del Sessantotto, quando «l’istituzione ecclesiastica si trovava nuovamente in polemica con il mondo. La storia era già andata “oltre” quella modernità con la quale il cristianesimo pensava di essersi finalmente riconciliato».
Questa frattura con la storia è stata risolta, di fatto, con un patteggiamento individuale — come dimostra clamorosamente il caso della morale sessuale — lasciando così nella solitudine del singolo il faticoso lavoro di elaborazione antropologica tra la fede ricevuta e la propria cultura vitale. Ma non basta. Perché, se guardiamo alla storia della Chiesa, la vera santità riformatrice è nata solo «quando qualche discepolo del Regno, sentendosi frutto del proprio mondo, lo ha amato con fedeltà radicale». Dovremmo pertanto imparare ad amare radicalmente questo nostro tempo impegnato in «prove tecniche di manutenzione umana», che è anzitutto ristrutturazione fisiologica dell’autorappresentazione dell’essere umano.
Saremo così pronti a vivere l’esperienza decisiva di ripensare la lingua dell’annuncio cristiano. Non solo nello stile della comunicazione, ma in una rinnovata eloquenza che sappia riappropriarsi instancabilmente del senso di una rivelazione mai posseduta una volta per tutte. Per offrire segni credibili di speranza — scrive Zanchi — l’istituzione ecclesiastica deve quindi sapere dare prove autentiche «della dimestichezza ad attraversare con perfetta dignità umana anche gli sfuggenti sentieri dell’incertezza, della complessità, persino del dramma».
  
(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

Messaggio del Papa per i migranti. Il parroco di Lampedusa: serve una grande generosità del cuore


Messaggio del Papa per i migranti. Il parroco di Lampedusa: serve una grande generosità del cuore 

“Fede e speranza” riempiono spesso “il bagaglio di coloro che emigrano”. E’ uno dei passaggi forti del Messaggio del Papa per la Giornata del Migrante e del Rifugiato, pubblicato ieri. Un documento che ribadisce come ogni cristiano e ogni persona di buona volontà sia chiamata a vedere nel migrante innanzitutto la ricchezza inestimabile della sua persona. Alessandro Gisotti ha chiesto a don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa, quale parte del Messaggio l’abbia colpito maggiormente: 

R. – Mi ha colpito quando cita in particolare la Gaudium et Spes del Papa, parlando dell’umanità che la Chiesa deve sperimentare nell’incontro con l’altro: le gioie e i dolori dell’altro sono le gioie e i dolori della Chiesa tutta. Mi pare che lì si colga molto bene il significato di questo incontro che sperimentiamo nel viaggio della speranza dei migranti.

D. – Questo aspetto dell’arricchimento reciproco, lei lo ha sperimentato? La sua comunità di fedeli di Lampedusa lo ha sperimentato?

R. – Sì: anche se spesso il primo impatto è quello di una forma di timore mista ad un po’ di preoccupazione, di paura… Però, il confronto con l’altro, con la storia dell’altro, con il dolore dell’altro aiuta a rivedere anche la nostra storia, il nostro dolore e la nostra sofferenza. Perché spesso, nella rinascita dell’altro che viene accolto nella nostra terra noi vediamo provocare le nostre stesse aspettative: provocare in positivo, perché significa che ci dobbiamo rimettere in discussione, anche e soprattutto, direi, nel rapporto con il Vangelo e quindi con la Parola di Dio. Lì andiamo a verificare la nostra stessa speranza alla luce della loro speranza, la nostra stessa fede nell’esperienza della loro fede.

D. – Il Papa, d’altronde, sottolinea che la Chiesa deve evitare il rischio dell’assistenzialismo: la Chiesa deve evitare questo rischio e favorire invece l’autentica integrazione…

R. – Sicuramente, è la sfida più grande che è posta dinanzi a noi. Perché è vero che noi, come comunità parrocchiale, facciamo l’esperienza dell’incontro primo, della prima accoglienza, qui. Però, bisogna riconoscere che la difficoltà più grande è quella dell’integrazione, perché sicuramente comporta un percorso molto lungo e spesso faticoso. E’ la sfida più importante o più grande, quella dell’integrazione, alla quale credo che non siamo perfettamente preparati. In questo, ritengo che da parte nostra serva una riflessione maggiore e forse una generosità del cuore ancora più grande.

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Il cardinale Sarah: ripartire dall’Africa, “polmone spirituale dell’umanità”


Il cardinale Sarah: ripartire dall’Africa, “polmone spirituale dell’umanità” 

“Il Benin e la Santa Sede” e “Il Papa Benedetto XVI in Benin” sono i due volumi presentati ieri a Roma presso la Pontificia Università Lateranense, entrambi pubblicati dalla Lev, Libreria Editrice Vaticana, e curati dall’ambasciata del Benin presso la Santa Sede. Nel corso della presentazione dei volumi, a quasi un anno dal viaggio del Papa in Benin, è stata offerta un’ampia riflessione del card. Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum. Il porporato ha ricordato che, per parlare di quanto sta accadendo in Africa, occorra "un discernimento comunitario” nel quale non si escludano “gli occhi degli uomini”, in particolare dei poveri, e “gli occhi di Dio”. Riferendosi alla crisi mondiale – crisi economica ma anche “spirituale, etica ed antropologica” – il cardinale Sarah ha evidenziato che l’Africa, da sempre ai margini dei circuiti economici-finanziari, ha subito fenomeni indiretti della crisi come l’accaparramento delle risorse e lo sfruttamento delle risorse naturali a vantaggio delle multinazionali con la completa esclusione dei locali. 

Non mancano però elementi di conforto – ha aggiunto – come tassi di crescita buoni e alcune guerre risolte, come pure l’immigrazione dall’Europa, dal Portogallo in particolare, al grande continente africano. Permangono però delle conflittualità, delle pandemie e il fenomeno delle migrazioni di massa. La Chiesa locale – ha proseguito il cardinale Sarah – continua ad avere uno sviluppo notevole nonostante i casi di Nigeria e Kenia dove “non mancano i martiri”. “Tocca ai governi - ha aggiunto il presidente di Cor Unum – garantire non solo l’esercizio della libertà religiosa ma anche la libertà di coscienza che sono i diritti fondamentali della persona”. Necessario ribadire che “non esistono modelli di sviluppo unici” e quindi “non si deve cadere nella tentazione di assumere come positivi modelli di vita, di comportamento e di consumo stranieri”, cose che rischiano di imporsi come ideologie: “dal consumismo alla teoria del gender”. “Occorre – ha detto il cardinale Sarah – uno sviluppo che passi attraverso l’istruzione, l’educazione, la dignità del lavoro, la tutela della salute, il rispetto dell’ambiente”. 
Infine, sulla nuova evangelizzazione, tema al centro del Sinodo appena concluso, il porporato ha soggiunto che è un “tema cruciale per tenere viva l’esperienza della fede in Africa e perché il Vangelo può forgiare la nostra cultura arricchendola”. Sottolineando il grande contributo portato dal Concilio Vaticano II, ha ribadito quali sono le nuove sfide della Chiesa in Africa: sentirsi parte della Chiesa universale; la pastorale della carità e la conversione che significa anche riconciliazione di fronte alle guerre in corso. “Dovremmo ripartire dall’Africa – ha concluso il cardinale Sarah – ‘polmone spirituale dell’umanità’, dai suoi valori più profondi: le relazioni umane, la famiglia e il senso di Dio”.(B.C.)

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Nuovo ciclo della Radio Vaticana sul Catechismo a 20 anni dalla pubblicazione

Nuovo ciclo della Radio Vaticana sul Catechismo a 20 anni dalla pubblicazione 

Si era alla metà degli Anni Ottanta del secolo scorso quando nella Chiesa iniziava l’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. A richiederlo era stato il Sinodo dei Vescovi, celebrato a 20 anni dal Concilio Vaticano II. Altri 20 anni sono trascorsi dalla pubblicazione di un'opera organica, frutto della consultazione di tutte le Chiese locali. Oggi, proponiamo la prima puntata di una nuova rubrica incentrata sull’importanza di questo testo fondamentale per la fede cristiana, curata dal gesuita, padre Dariusz Kowalczyk: 

Tra diversi inviti che il Papa Benedetto XVI ci ha rivolto in occasione dell’Anno della Fede vi è anche quello di leggere il Catechismo. Nella bellissima lettera “Porta fidei” il Santo Padre esprime la sua convinzione che il Catechismo sia durante tutto l'anno “un vero strumento e sostegno della fede”. 

Abbiamo delle diverse versioni del Catechismo. Prima di tutto il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 fa. Poi, una sua versione più breve: il Compendio del Catechismo. L’anno scorso invece è uscito il CatechismoYouCat, indirizzato ai giovani. Tutte le versioni del Catechismo hanno avuto una grande diffusione, sono state tradotte in molte lingue e vendute in milioni di copie. Nonostante tutto ciò è vera l’opinione che il grande Catechismo e le sue versioni abbiano penetrato solo una minima parte della comunità della Chiesa. E sebbene il Catechismo sia “uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II”, è anche vero che esso è una delle opere meno comprese e apprezzate. L’Anno della Fede è un'occasione per cercare di cambiare questa situazione.

Nella prefazione di Benedetto XVI al catechismo YouCat troviamo una fervente chiamata: “Vi invito – scrive il Papa – studiate il catechismo con passione e perseveranza! Sacrificate il vostro tempo per esso! Studiatelo nel silenzio della vostra camera, leggetelo in due, se siete amici, formate gruppi e reti di studio, scambiatevi idee su Internet. Rimanete ad ogni modo in dialogo sulla vostra fede!”.

Questo ciclo di riflessioni sul Catechismo che inizia oggi vuole essere una spinta per rispondere a quell'invito del Papa Benedetto. Ci soffermeremo su diversi capitoli della parte prima del Catechismo, intitolata: La professione della fede per rimanere, come ha chiesto il Papa in dialogo sulla nostra fede. Prendiamo quindi in mano il Catechismo!

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Mons. Mamberti sui 20 anni di rapporti tra Santa Sede e Croazia: la sfida ora è l'integrazione nell'Ue

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Sono le tre linee pastorali indicate dal Sinodo che Benedetto XVI ha riproposto durante la Messa conclusiva (O.R.)

Tre linee per la nuova evangelizzazione

Catechesi appropriate per la preparazione ai sacramenti dell'iniziazione e della penitenza; rilancio della missione dove l'annuncio non è ancora giunto e nei Paesi di antica tradizione cristiana; dialogo, attraverso metodi e linguaggi nuovi, con le persone battezzate che però si sono allontanate dalla Chiesa. Sono le tre linee pastorali indicate dal Sinodo dei vescovi, che Benedetto XVI ha riproposto durante la messa conclusiva della XIII assemblea generale ordinaria, dedicata alla nuova evangelizzazione.

Nella mattina di domenica 28 ottobre, il Papa ha presieduto l'Eucaristia nella basilica Vaticana per suggellare in modo solenne i lavori dell'assise, svoltasi in Vaticano nelle ultime tre settimane, in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II e il ventennale del Catechismo della Chiesa cattolica, e con l'inizio dell'Anno della fede.
Le tematiche sinodali hanno fatto da sfondo all'omelia del Pontefice, tutta incentrata sulla figura del cieco Bartimeo, e successivamente anche alla riflessione che ha preceduto la recita dell'Angelus. Alla preghiera mariana infatti Benedetto XVI -- che ha pure ricordato il devastante uragano abbattutosi sui Caraibi e il terremoto in Calabria e Basilicata -- ha definito il Sinodo «un momento forte di comunione ecclesiale».
Comunione visibile, del resto, in tutti i momenti della liturgia. A cominciare dalla lunga teoria di padri sinodali -- oltre 260 tra cardinali, presuli, prelati e sacerdoti -- che hanno concelebrato, insieme a una settantina di presbiteri che hanno partecipato ai lavori a vario titolo: membri della segreteria generale, uditori, esperti, addetti stampa, assistenti e traduttori.
Con la mitra bianca damascata hanno fatto da corona al Papa in processione una cinquantina di porporati, tra i quali il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano. E sei tra i protagonisti del Sinodo sono stati anche saliti all'altare della Confessione per unirsi alla preghiera eucaristica: i cardinali Robles Ortega, Monsengwo Pasinya, Tong Hon e Wuerl -- rispettivamente presidenti delegati e relatore generale -- e gli arcivescovi Eterović e Carré, segretario generale e segretario speciale.
Allo stesso modo, laici intervenuti all'assise sinodale hanno animato i vari momenti della celebrazione: dalla proclamazione delle letture, alle intenzioni dei fedeli, alla processione offertoriale. Così la prima e la seconda lettura sono state affidate allo statunitense Ralph Martin, direttore di un corso teologico di nuova evangelizzazione al seminario di Detroit, e alla francese Chantal Le Ricque, laica dell'arcidiocesi di Parigi. Tra gli intenzionisti -- che hanno elevato invocazioni in italiano, polacco, spagnolo, svedese, arabo e ceco -- c'erano Ewa Kusz, già presidente della Conferenza mondiale degli istituti secolari, la cubana Rita María Petrirena Hernández, responsabile del dipartimento di coordinamento pastorale della Conferenza episcopale, e il siriano Riad Sargi, presidente della Società di San Vincenzo de' Paoli in Damasco, che ha pregato per la pace nel suo Paese e in tutto il Medio Oriente. Infine le offerte sono state portate, oltre che da tre famiglie italiane, anche da Chiara Amirante, fondatrice dell'associazione Nuovi orizzonti, e da Joakim Kipyego Koech, responsabile di Comunione e liberazione in Kenya; da Gisèle Muchati, siriana del movimento Famiglie nuove, e dal professor Yong Suk Francis Xavier Oh, segretario generale dell'Apostolato dei laici in Corea.
Nell'affollata basilica Vaticana hanno partecipato alla messa 15 cardinali con numerosi presuli e prelati della Curia romana, e i membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, accanto ai quali erano gli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, e i monsignori Balestrero, segretario per i Rapporti con gli Stati, e Nwachukwu, capo del Protocollo.
Hanno accompagnato Benedetto XVI l'arcivescovo prefetto della Casa Pontificia Harvey -- che sarà creato cardinale nel prossimo concistoro -- con i monsignori Gänswein, segretario particolare del Santo Padre, e Xuereb, della segreteria particolare; e il medico personale, Polisca. Tra i presenti il reggente della Prefettura della Casa Pontificia, padre Sapienza, delegati fraterni, invitati speciali e il direttore del nostro giornale.
Il rito, diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, si è aperto con il canto Tu es Petrus e si è concluso con l'antifona mariana Sub tuum praesidium, entrambi eseguiti, sotto la guida del maestro Palombella, dalla Cappella Sistina.

(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)

La chiusura del Sinodo dei vescovi nel commento di José Luis Restán

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:


Mendigos del sentido de la vida

José Luis Restán

30/10/2012

El ciego Bartimeo, mendigo a la orilla del camino, desea recuperar la vista y grita a Jesús que pasa. Benedicto XVI ha tenido la audacia de compararlo a la situación de tantos hombres de nuestra época que han perdido la luz de la fe y como consecuencia no saben ya situarse en el mundo. Como diría André Malraux, "no existe ningún ideal por el cual podamos sacrificarnos, porque de todos conocemos la mentira, nosotros que no sabemos qué es la verdad". Es interesante este binomio entre la fe y la luz que el Papa desarrolla consciente de que nuestra cultura dominante sitúa precisamente la fe en "el lado oscuro", en la subjetividad que no admitiría contraste ni verificación racionalmente compartida.
El mundo occidental, antaño plasmado por la fe, se ha llenado de "Bartimeos", y alguna responsabilidad nos toca también a nosotros, los cristianos. Pero precisamente a partir de la experiencia de esta oscuridad, de este vacío, puede surgir la nostalgia de una mirada diferente. Como subrayaba la homilía de apertura del Año de la Fe, "en el desierto se vuelve a descubrir el valor de lo que es esencial para vivir; así, en el mundo contemporáneo, son muchos los signos de la sed de Dios, del sentido último de la vida, a menudo manifestados de forma implícita o negativa". 
Para el Papa es importante que Bartimeo fuese también un mendigo. Y no usa la palabra en nuestro usual sentido peyorativo, sino en sentido bíblico: el mendigo lo espera todo de Otro, se reconoce necesitado hasta el extremo, clama con su corazón dolorido sin importarle la buena imagen o el posible ridículo. "Mendigos del sentido de la existencia", así ha calificado Benedicto XVI a tantos hombres y mujeres de nuestro tiempo, aunque muchas veces sea de manera inconsciente. Y menos mal que lo son, porque eso demuestra que el corazón del hombre está vivo y abierto, que ni el consumo ni las ideologías han podido cerrar su herida. También nosotros, cristianos, somos mendigos de Aquel que sacia la sed del corazón, aunque ya lo hayamos encontrado. Y por eso podemos entender a los que buscan a tientas, incluso repartiendo mamporros.
Mientras se sustanciaba el Sínodo sucedía en la Universidad Complutense de Madrid un hecho significativo que no saltará a las grandes tribunas. Acababa de desarrollarse una brillante jornada de debate sobre el valor de la religión en el espacio público, un gesto de diálogo y de presencia plenamente adecuado para el ámbito universitario. Algunos alumnos impugnan agriamente la validez de este gesto haciendo explícita su antipatía hacia la presencia pública del cristianismo y se dirigen a una profesora cuya pertenencia eclesial conocen. La profesora no elude el debate, pero no se abalanza a la mera respuesta dialéctica, se deja tocar por la violencia verbal de sus alumnos en la que descubre algo más que la simple hostilidad contra la fe. Descubre una búsqueda. Y tras unos momentos toma la palabra y se dirige a sus alumnos a corazón abierto. Les habla de su encuentro con una humanidad distinta, de cómo ha cambiado la fe la relación con su marido, de la misteriosa caridad que mueve a algunos de sus amigos a llevar personalmente una caja de alimentos a familias que no llegan a fin de mes, les habla de un enfermo crónico que ha visto despertar su exigencia de sentido y de felicidad. Les muestra también cómo su ejercicio docente es mucho más que un rol, es un testimonio de una inteligencia más abierta. Y eso ellos lo conocen pero que muy bien. Media hora de "confesión" apasionada y razonable: el silencio es sepulcral, la conmoción ha sustituido a la protesta, los ojos se dilatan ante un espectáculo de humanidad que no ha buscado "protegerse de los golpes" sino que ha mostrado el agua que sacia una sed que muchos encubrían.              
El gran tema de la Nueva Evangelización, que como reconocía el Papa a los padres sinodales en su despedida, es un dinamismo siempre presente con diversas formas en la vida de la Iglesia, es una cuestión de amor y de dolor, no de sagaces estrategias. El dolor de Bartimeo que grita, el amor de Jesús que lo llama (¿qué quieres que haga por ti?). El dolor del Maestro que llora ante la vista de Jerusalén, el amor de la samaritana que tras descubrirle corre alocada a llamar a sus vecinos para que suban a ver al Galileo. La Iglesia tiene que aprender (siempre está aprendiendo) a hacerse presente en nuevos contextos que ella no elige ni controla. Y no aprende organizando un seminario o tabulando los datos de infinitas encuestas, sino amando y sufriendo dentro de las circunstancias que le tocan. Por eso usará "nuevos lenguajes, apropiados a las diferentes culturas del mundo, proponiendo la verdad de Cristo con una actitud de diálogo y de amistad que tiene como fundamento a Dios que es Amor".  Benedicto XVI prepara ya un documento que recoja los trabajos del Sínodo, "un documento que viene de la vida y que debería generar vida". Aunque pueda navegar con el viento de cara, la Iglesia siente sobre todo el viento del Espíritu, que la empuja más allá de la perplejidad y el temor.  

http://www.paginasdigital.es/v_portal/informacion/informacionver.asp?cod=3209&te=15&idage=6129&vap=0

Immigrati, il Papa invita anche «ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione»

Il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

CITTÀ DEL VATICANO

«Ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, assicurando sempre il rispetto della dignità di ogni persona umana».
Ma «nel contesto socio-politico attuale, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra».
Lo ha sottolineato, fra l'altro, Papa Benedetto XVI, nel messaggio scritto in occasione della novantanovesima «Giornata mondiale del Rifugiato» che ricorrerà il prossimo 13 gennaio 2013, presentato ieri in Vaticano.
«Diritto primario dell'uomo - ha ammonito Ratzinger facendo sue le stesse parole usate nel 1988 da Giovanni Paolo II nel suo discorso in occasione del Congresso mondiale delle Migrazioni - è quello a vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all'emigrazione». E «oggi infatti vediamo che molte migrazioni - ha ammonito papa Benedetto - sono conseguenza di precarietà economica, di mancanza dei beni essenziali, di calamità naturali, di guerre e disordini sociali».
Il Papa ha invitato anche «ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l'autentica integrazione». «Sono 214 milioni i migranti internazionali, cioè il 3% per cento della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 2005, nonostante gli effetti della crisi » ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per i migranti, card. Vegliò.

© Copyright Il Tempo, 30 ottobre 2012 consultabile online anche qui.

Sinodo, Vian: ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità


L’OSSERVATORE ROMANO: VIAN, “ININTERROTTO CAMMINO DELLA CHIESA NELLA CONTEMPORANEITÀ”

“Paesi di missione” è il titolo dell’editoriale di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, nel numero in edicola questa sera. Il direttore dedica un commento ai lavori del Sinodo dei vescovi concluso da due giorni in Vaticano. Vian richiama il volume “La France, pays de mission?”, uscito il 12 settembre 1943 a Lione, ad opera di Henri Godin e Yvan Daniel, due cappellani della Jeunesse ouvrière catholique a cui l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Emmanuel Suhard, aveva commissionato un rapporto sulla situazione religiosa degli ambienti operai parigini. 
“Proprio a quell’analisi, lucida e appassionata, si è richiamato Benedetto XVI - scrive Vian nell’editoriale -, sintetizzando con efficacia il senso dell’assemblea sinodale appena conclusa e sottolineando l’ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità”. “L’assemblea sinodale - nota Vian - ha così riflettuto e discusso la necessità di un annuncio del Vangelo che ha bisogno di metodi nuovi e di ‘nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo’ e ‘creatività pastorale’ ha sintetizzato Benedetto XVI. Che alla fine ha pregato con le parole di Clemente di Alessandria, rivolte a quella luce che ha brillato una volta per tutte, ‘più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù’”. 

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100.mo della nascita di Albino Luciani: oggi a Venezia Messa con patriarca e vescovi del Triveneto


Su segnalazione di Laura leggiamo:

100.mo della nascita di Albino Luciani: domani a Venezia Messa con patriarca e vescovi del Triveneto 

Venezia ricorderà solennemente domani, 30 ottobre, il centenario della nascita di Albino Luciani, già patriarca della diocesi lagunare prima di diventare nel 1978, e per soli 33 giorni, papa Giovanni Paolo I. Il doppio appuntamento - riferisce l'agenzia Sir - prevede alle 18, nella basilica cattedrale di S. Marco, la Messa presieduta dal patriarca mons. Francesco Moraglia, il cardinale Angelo Scola ed i vescovi della Conferenza episcopale triveneta. Subito dopo, alle 20.30, si terrà un concerto di musica sacra offerto dalla Procuratoria della Basilica di San Marco, dall‘Istituto Polacco di Roma e dalla Fondazione Capella Cracoviensis di Cracovia. Durante i tre intervalli è prevista la lettura di altrettanti testi di Albino Luciani. Il programma del concerto prevede le composizioni di due tra i massimi esponenti della scuola veneziana del XVII secolo: Giovanni Gabrieli, compositore, organista e maestro di cappella della Basilica di San Marco del quale ricorrono i 400 anni dalla morte (1612) e Mikolaj Zielenski, compositore, organista e maestro di cappella legato alla Collegiata di Lowicz (sede del Primate polacco). Ad eseguirlo sarà il Collegium Zielenski diretto da Stanislaw Galonski, uno dei massimi esperti nel campo dell‘esecuzione e promozione della musica antica. (R.P.)

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ALBINO LUCIANI: 100° NASCITA, DOMANI A VENEZIA MESSA CON PATRIARCA E VESCOVI TRIVENETO

Venezia ricorderà solennemente domani, 30 ottobre, il centenario della nascita di Albino Luciani, già patriarca della diocesi lagunare prima di diventare nel 1978, e per soli 33 giorni, papa Giovanni Paolo I. Il doppio appuntamento prevede alle 18, nella basilica cattedrale di S. Marco, la Messa presieduta dal patriarca mons. Francesco Moraglia insieme ai vescovi della Conferenza episcopale triveneta. Subito dopo, alle 20.30, si terrà un concerto di musica sacra offerto dalla Procuratoria della Basilica di San Marco, dall‘Istituto Polacco di Roma e dalla Fondazione Capella Cracoviensis di Cracovia. Durante i tre intervalli è prevista la lettura di altrettanti testi di Albino Luciani. Il programma del concerto prevede le composizioni di due tra i massimi esponenti della scuola veneziana del XVII secolo: Giovanni Gabrieli, compositore, organista e maestro di cappella della Basilica di San Marco del quale ricorrono i 400 anni dalla morte (1612) e Mikolaj Zielenski, compositore, organista e maestro di cappella legato alla Collegiata di Lowicz (sede del Primate polacco). Ad eseguirlo sarà il Collegium Zielenski diretto da Stanislaw Galonski, uno dei massimi esperti nel campo dell‘esecuzione e promozione della musica antica. 

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Giappone, l’Anno della Fede “va vissuto tornando allo spirito dei martiri” (AsiaNews)


Giappone, l’Anno della Fede “va vissuto tornando allo spirito dei martiri”

I vescovi scrivono a tutte le chiese nipponiche in occasione dell’Anno proclamato da Benedetto XVI: “Moltissime sfide ci accerchiano. Ma rinnovare la nostra fede e rilanciare l’evangelizzazione sono compiti che non possiamo mettere in secondo piano”. 

Tokyo (AsiaNews) 

L'Anno della Fede in Giappone "è una sfida per tutte le Chiese, ma in modo particolare per quella giapponese. Che ha davanti a sé molte sfide che si possono risolvere tornando alla vita nella fede e al sangue dei martiri, fondamento della nostra esistenza". È il senso del messaggio inviato dai vescovi giapponesi a tutte le chiese del Paese in occasione delle celebrazioni relative all'Anno proclamato da Benedetto XVI.
"Fra gli scopi dell'Anno della Fede - si legge nel testo, intitolato 'Le sfide per la Chiesa giapponese' - c'è anche la preparazione per il futuro sviluppo della Chiesa e il rinnovamento della nostra fede, basandosi sulla comprensione del catechismo cattolico. Nel corso di quest'Anno, noi vescovi vorremmo confermare anche il progresso dell'evangelizzazione negli ultimi 50 anni e promuovere il rinnovamento della fede".
"In questo 2012 - continua il testo - la nostra Chiesa commemora il 150mo anniversario della canonizzazione dei 26 Martiri giapponesi e la ripresa delle attività missionarie. Noi non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo lo stesso sangue e la stessa fede di coloro che, 415 anni fa, diedero la vita per la Chiesa in Giappone: come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II durante la sua visita qui nel 1981, la fondazione della Chiesa nipponica è nel sangue stesso dei martiri".
Con queste premesse, scrivono ancora i presuli, "dobbiamo riflettere sulla straordinaria storia di salvezza che Dio ha preparato per il nostro Paese. Allo stesso tempo, rinnoviamo e confermiamo la nostra fede in linea con Benedetto XVI. Per ottenere questi scopi, e promuovere una nuova evangelizzazione, è importante continuare nei nostri sforzi evangelici: leggiamo la Bibbia, preghiamo e condividiamo la nostra fede".
"Il Giappone - conclude il testo - ha davanti a sé molte sfide: i postumi delle grandi tragedie ambientali, la stagnazione economica, il calo delle nascite, i suicidi. Questo nasce in parte anche per un modo di pensare sbagliato, basato sul materialismo e sul vivere solo per il presente. Ascoltando la voce di chi soffre, come cattolici dobbiamo fare il possibile per trovare nuove misure ed espressioni di evangelizzazione per chi vive all'interno e all'esterno della Chiesa".

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Mons. Mueller: Per un Cristiano il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità

Vaticano: mons. Mueller, dialogo con religioni ma no rinuncia a verita'

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 29 ott 


''Per un cristiano, pertanto, il rispetto della religiosita' altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identita' e alla verita' definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio'': lo ha detto questa mattina ad Assisi, durante un incontro promosso dai Frati minori per ricordare la giornata di preghiera per la pace tenutasi ventisei anni fa nella citta' umbra, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, mons. Gerhard Ludwig Mueller.

''Tale rispetto e il dialogo - ha aggiunto nel suo testo, pubblicato oggi in parte dall'Osservatore Romano - non significano il dissolvimento del proprio credo in una religiosita' generica, fondata sull'assioma della inconoscibilita' di Dio, ne' la riduzione della fede cristiana al livello di un'espressione generica, comune ad altre forme di religiosita'. 
Anzi, la Chiesa puo' proporre un dialogo vero solo a partire della verita' su se stessa.
Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica e abbandonare l'unicita' della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct''.
Per Mueller, ''la Chiesa cattolica e il Cristianesimo non rifiutano, pertanto, il dialogo con le religioni, proprio perche' dalla fede cristiana proviene un rispetto verso la naturale sensibilita' religiosa degli uomini. 
Il rispetto dovuto alla coscienza -- anche nel caso in cui questa sembra essere nascosta in una religiosita' incapace di discernere i valori morali e di esserne responsabile -- esige un dialogo da compiere con passi lenti, nella paziente attesa dall'apertura della ragione alla pienezza della verita'''.

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Crisi e integrazione europea. L'incontro del Papa con il presidente croato

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Riaffermare il diritto a rimanere nella propria terra. Presentato il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante (Caruso)

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Il Messaggio di Benedetto XVI in occasione della 99° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (Marcolivio)

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Il Papa: “Anche non emigrare è un diritto umano” (Speciale)

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Accoglienza e integrazione. Il documento presentato dal cardinale Vegliò e dal vescovo Kalathiparambil (O.R.)

Il documento presentato dal cardinale Vegliò e dal vescovo Kalathiparambil

Accoglienza e integrazione


Un miliardo di persone, un settimo della popolazione mondiale, sperimenta oggi sulla propria pelle la tragica esperienza della migrazione, dettata da ragioni economiche, oppure forzata. È un fenomeno in crescita che pretende risposte adeguate e attente alla dignità di quanti sono coinvolti, soprattutto in termini di accoglienza, vera integrazione e rispetto. La Chiesa lavora sul campo affilando le armi della fede e della speranza che fanno parte del «bagaglio di ogni migrante». A delineare i contorni della questione migratoria, indicando priorità e prospettive, sono stati il cardinale Antonio Maria Vegliò e il vescovo Joseph Kalathiparambil, presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti che, nella mattina di lunedì 29 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede, hanno presentato il messaggio di Benedetto XVI.

Il cardinale Vegliò ha riaffermato i principi fondamentali dell'atteggiamento della Chiesa nei riguardi del fenomeno dell'emigrazione, indicando l'urgenza di creare una mentalità giusta per affrontare un problema mondiale, molto difficile da risolvere. E anche il Sinodo appena concluso non aveva mancato di affrontare la questione, sottolineandone la potenzialità per la nuova evangelizzazione. Dall'incontro con i giornalisti sono venute anche forti denunce contro le violazioni dei diritti umani, le drammatiche conseguenze delle guerre sui civili, l'indegna situazione dei campi profughi, il mercato di morte messo su dai contrabbandieri di persone.
Secondo il cardinale Vegliò, che si è soffermato sulle migrazioni causate da motivi economici, i migranti «nel loro pellegrinaggio esistenziale verso un futuro migliore» portano con sé un bagaglio fatto di «fede e speranza», come ha scritto il Papa nel messaggio. «Dire che tentano di trovare solo un miglioramento alla loro situazione economica o sociale -- ha spiegato il cardinale -- significherebbe semplificare troppo la realtà. Hanno fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato». Nel messaggio il Papa «rileva due canali di attività, che non corrono paralleli, ma in complementarietà». Il primo è «quello più tangibile -- ha detto il porporato -- e più facilmente notato a livello mediatico, che si concretizza negli interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze». Non meno importante, fa notare il messaggio «una seconda direttrice, più impegnativa» quella cioè che porta a favorire e accompagnare l'inserimento integrale dei migranti nel loro nuovo contesto socio-culturale».
Un pensiero particolare il cardinale lo ha quindi rivolto «ai Paesi del Medio Oriente, dove la presenza dei migranti cristiani, tra credenti di altre religioni, ha un ruolo significativo nel creare l'identità così particolare di quella regione». Il Pew Research Centre, nel suo rapporto Faith on the Move del 2012, mette in relazione, ha fatto notare il cardinale, «i flussi migratori con la fede professata dai migranti. Il rapporto individua dieci Paesi che hanno accolto il maggior numero di migranti negli ultimi anni». Al primo posto ci sono gli Stati Uniti d'America, un Paese «costruito dai vari flussi migratori, che oggi ospita circa 43 milioni di cittadini stranieri, il 13,5 per cento della popolazione e, tra questi, ben 32 milioni sono cristiani, in maggioranza provenienti dal Messico». Questi numeri, ha proseguito, mostrano le potenziali risorse religiose «che portano con sé i migranti e, allo stesso tempo, rivelano le aspettative che essi nutrono nei confronti delle comunità cristiane che li accolgono».

(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)

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lunedì 29 ottobre 2012

Sinodo. Il bilancio del card. Erdo: "Evangelizzare, un dovere di tutti i battezzati" (Radio Vaticana)


Sinodo. Il bilancio del card. Erdo: "Evangelizzare, un dovere di tutti i battezzati" 

Testimoniare il Vangelo è un dovere per tutti i battezzati. Così il card. Péter Erdo, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali dell'Europa commenta i lavori del Sinodo sulla nuova evangelizzazione conclusi domenica scorsa in Vaticano. Ascoltiamo il porporato tracciare un bilancio dell’assise al microfono di Paolo Ondarza:

R. - Penso che questo sia stato un Sinodo molto ricco di contenuto. L’evangelizzazione non è soltanto la trasmissione di un contenuto intellettuale - questo sarebbe un’informazione - ma noi dobbiamo essere testimoni. Tutti i fedeli, tutti i singoli battezzati hanno questo dovere. Quindi, evangelizzare non è una cosa facoltativa, compito di una categoria di cristiani, ma è un dovere strettamente connesso con il battesimo stesso.

D. - Quali le frontiere della Chiesa in Europa, per fare nuova evangelizzazione?

R. - Prima di tutto, la nuova evangelizzazione non si riferisce soltanto a questi continenti di antica tradizione cristiana, però ha un significato speciale nel nostro mondo, dove la cultura cristiana, una volta, era quella dominante; oggi in seguito alla secolarizzazione, non è più così. All’interno dell’Europa ci sono delle differenze molto grandi, per esempio tra Paesi come l’Olanda e la Turchia, l’Italia e la Russia e così via. Tuttavia nelle diverse situazioni, troviamo elementi comuni ed uno di questi elementi è sicuramente la grande secolarizzazione. 

D. - Il messaggio del Vangelo, lei ha detto, è scritto, inciso nelle pietre delle città del Vecchio Continente, disegnato e dipinto nelle opere d’arte che le rendono belle e attraenti per i tanti turisti che visitano i Paesi europei…

R. - L’eredità artistica, presente negli edifici che vediamo nelle nostre città, porta ancora il messaggio del Vangelo. Quindi, se noi non annunciamo il Vangelo, cominciano a “gridare le pietre”. Noi siamo chiamati a spiegare “la voce delle pietre”. Dobbiamo conoscere questa nostra eredità e apprezzarla: tante persone lontane dalla Chiesa sanno apprezzare la cultura cristiana pur non avendo una vita di fede. Siamo chiamati ad evangelizzare anche attraverso questi mezzi.

D. - L’evangelizzazione in Europa esce rinnovata da questo Sinodo?

R. - Ne sono convinto, sì. È per questo che preghiamo. 

© Copyright Radio Vaticana

Il Papa: misfatti come il traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini vanno decisamente condannati e puniti

BENEDETTO XVI: MESSAGGIO GIORNATA MIGRANTE, SERVONO “FLUSSI DI INGRESSO LEGALE”

“Misfatti” come il “traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini” vanno “decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici”.
Lo ricorda Benedetto XVI nel Messaggio per la 99ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio 2013) sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”, presentato oggi in Sala Stampa vaticana (clicca qui). Secondo il Papa sono “quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico”.
“Alle adeguate normative - precisa - deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali”.
“La Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano - scrive il Papa - sono chiamate, nei confronti di migranti e rifugiati, ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione”. “Coloro che emigrano - osserva - portano con sé sentimenti di fiducia e di speranza che animano e confortano la ricerca di migliori opportunità di vita”.
Tuttavia molti sono costretti a migrare a causa di “persecuzioni e violenze” con “il trauma dell’abbandono dei familiari e dei beni che, in qualche misura, assicuravano la sopravvivenza”.
Nonostante ciò “coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone” disposte “a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato”.
“Certo - sottolinea -, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”. Il Papa evidenzia, oltre al diritto ad emigrare, anche “il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Altrimenti, “invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un ‘calvario’ per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.

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Emigrare, un diritto della persona (Valle)

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Un mese di Sinodo, le foto più belle

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Cappella Sistina, il capolavoro Michelangelo ha 500 anni. La volta fu svelata da Giulio ii il 31 ottobre 1512 (Castagni)


Cappella Sistina, capolavoro Michelangelo ha 500 anni

La volta fu svelata da Giulio ii il 31 ottobre 1512

(di Nicoletta Castagni)

Capolavoro assoluto di tutti i tempi, "lucerna dell'arte nostra", come la definì Giorgio Vasari, ancora oggi meta (ogni anno) di 5 milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo (e che ne mettono a rischio l'integrità), la Cappella Sistina celebra il 31 ottobre i 500 anni dallo svelamento degli affreschi della volta. Il pontefice Giulio II della Rovere, che l'aveva commissionata a Michelangelo Buonarroti nel 1508, dovette aspettare ben 4 anni prima di ammirare quell'immane, insuperata opera popolata di centinaia di figure e scene delle Scritture, capaci di rivoluzionare la storia dell'arte influenzandola per secoli. Solo nell'agosto del 1511, il 'papa guerriero' era riuscito a compiere una parziale visione degli affreschi, che andavano a sostituire nella volta della Sistina il magnifico cielo stellato dipinto da Pier Matteo d'Amelia, di certo ispirato dalla padovana Cappella degli Scrovegni. Una meraviglia che perfettamente si armonizzava con le decorazioni volute Sisto IV, anche lui un della Rovere, che aveva fatto edificare tra il 1477 e il 1483 la Cappella. A tal scopo erano stati chiamati i maestri indiscussi del '400 italiano da Botticelli al Ghirlandaio, da Signorelli a Perugino, il quale coordino' il lavoro dei ponteggi e realizzò per la parete dell'altare 'La Nativita' di Cristò e 'Mose' salvato dalle acqué, nonché la pala dell'Assunta. La nuova commessa di Giulio II si rese necessaria per la grande crepa che si era prodotta sulla volta per un inclinamento della parete meridionale. Vasari racconta che fu proprio il Bramante, uno dei maggiori sostenitori di Raffaello Sanzio, a suggerire al pontefice il nome di Michelangelo, conosciuto soprattutto come scultore. Tra il Buonarroti e il genio urbinate si stava consumando un'aperta rivalità, e il primo architetto del papa, sicuro che Michelangelo non sarebbe stato in grado di eguagliare i capolavori di Raffaello, secondo l'autore delle Vite trovò questo espediente per "levarselo dinanzi". Anche per la soluzione di mettere a punto dei ponteggi idonei a quell'impresa (la volta è a 20 metri da terra), Bramante elargì consigli dubbi, tali da danneggiare lo stesso edificio. Capita l'antifona, prosegue il Vasari, l'artista fiorentino decise di costruirsi da solo l'impalcatura e affrontò quell'immane lavoro con pochi collaboratori fidatissimi. I problemi arrivarono subito con lo strato di intonaco steso sulla volta, che cominciò ad ammuffire perché troppo bagnato. Michelangelo dovette rimuoverlo e ricominciare da capo, ma provò una nuova miscela creata da uno dei suoi assistenti, Jacopo l'Indaco. Questa non solo resistette alla muffa, ma entrò anche nella tradizione costruttiva italiana. Inizialmente il Buonarroti era stato incaricato di dipingere solo dodici figure, gli Apostoli, ma presto l'impegno cambiò. Su sua richiesta, ritenendo il progetto iniziale "cosa povera", ricevette da Giulio II un secondo incarico che lasciava all'artista la piena ideazione del programma. In solitudine Michelangelo si mise all'opera e concepì una possente architettura in cui inserì nove Storie centrali, raffiguranti episodi della Genesi, con ai lati figure di Ignudi, a sostenere medaglioni con scene tratte dal Libro dei Re. Alla base della struttura architettonica, ecco i dodici Veggenti, Profeti e Sibille, assisi su troni monumentali contrapposti più in basso agli Antenati di Cristo, raffigurati nelle Vele e nelle Lunette. Nei quattro Pennacchi angolari, l'artista rappresentò infine alcuni episodi della salvazione miracolosa del popolo d'Israele. Durante l'impresa, Michelangelo pretese che nessuno vedesse il suo capolavoro, rifiutando regolarmente le richieste di Giulio II di ammirare, insieme alla sua corte, lo stato dei lavori. Il rivale Raffaello, che in realtà ne comprendeva il genio, riuscì nel 1510 a contemplare parzialmente la prima parte degli affreschi e ne rimase così colpito da inserire un ritratto di Michelangelo (l'Eraclito) nella Scuola d'Atene. E quando fu necessario smontare parte dei ponteggi, anche il papa e il suo seguito videro quello che il Buonarroti stava realizzando. L'artista stesso si rese conto che doveva portare delle modifiche al suo modo di dipingere. Nelle scene del Peccato originale e della Cacciata dal Paradiso Terrestre e nella Creazione di Eva la raffigurazione divenne quindi più spoglia, con corpi più grandi e massicci, accentuando la grandiosità delle immagini. Ma non cedette mai alle pressioni del pontefice per aggiungere più oro e decorazioni. Nel tardo pomeriggio del 31 ottobre 1512, Giulio II inaugurò la conclusione della volta della Cappella Sistina celebrando la liturgia dei Vespri alla vigilia di Ognissanti. 
Lo stesso gesto che per omaggio al capolavoro assoluto di Michelangelo ripeterà a 500 anni di distanza esatti papa Benedetto XVI.

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Sinodo, simpatia per il mondo. Intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović (Sir)


Simpatia per il mondo

Intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović

Si è conclusa ieri, con la messa celebrata dal Papa nella basilica vaticana, la XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla “nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (Vaticano, 7-28 ottobre 2012). Durante l’omelia, Benedetto XVI ha tracciato le tre linee pastorali emerse dall’Assise sinodale: la rinascita della vita sacramentale, la missione presso quanti ancora non conoscono il messaggio di salvezza di Gesù e il rinnovato annuncio ai battezzati che si sono allontanati dalla fede. Per un primo bilancio dei lavori sinodali Vincenzo Corrado, per il Sir, ha rivolto alcune domande a mons. Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei vescovi.

Eccellenza, è possibile tracciare un primo bilancio di quest’Assemblea?

“Il bilancio è del tutto positivo. In primo luogo i partecipanti all’Assemblea hanno sperimentato la cattolicità della Chiesa. All’Assise sinodale hanno partecipato vescovi, rappresentanti dell’episcopato di tutti e cinque i continenti. A essi occorre aggiungere anche i capi delle Chiese orientali cattoliche. Vi hanno preso parte anche vari uditori e uditrici, come pure esperti di varie nazionalità, lingue e culture. Essi hanno condiviso la loro esperienza personale e comunitaria della fede cristiana vissuta nelle rispettive Chiese particolari. Se ne percepiva in modo concreto l’unità della fede nella varietà arricchente delle sue espressioni. I partecipanti all’Assemblea hanno poi vissuto una squisita comunione ecclesiale. Sotto l’attenta presidenza di Benedetto XVI, capo del collegio episcopale e pastore della Chiesa universale, i vescovi e gli altri partecipanti si sentivano a casa loro, liberi di condividere le gioie e le preoccupazioni delle Chiese nei Paesi di provenienza. In un ambiente di preghiera, ascolto, dialogo e approfondita riflessione, si è sentita la presenza dello Spirito Santo, principale protagonista dell’Assemblea sinodale che ha, in definitiva, guidato i nostri lavori. Occorre tenere presente tale realtà anche per valutare in modo adeguato i documenti che i Padri sinodali hanno approvato. Pur essendo importanti, essi non esauriscono la ricca esperienza sinodale”. 

La “nuova evangelizzazione” è stata “analizzata” da diversi punti di vista. Quali sono stati i temi maggiormente sottolineati?

“‘Il rinnovamento spirituale dei cristiani e della Chiesa’. Tutti siamo invitati alla santità. Tutti dobbiamo pertanto convertirci per diventare autentici discepoli del Signore. I veri evangelizzatori sono i santi. Essi sapranno trovare linguaggi adeguati per annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo all’uomo contemporaneo. I Padri sinodali hanno sottolineato il ruolo fondamentale della ‘famiglia cristiana’ nella trasmissione della fede. È stato poi messo in luce il ruolo essenziale della ‘parrocchia’ nella vita ecclesiale. Insieme con metodi tradizionali della pastorale, sempre validi, occorre promuovere anche una sana creatività per cercare di avvicinare a Gesù Cristo e alla sua Chiesa le persone battezzate che però non vivono le esigenze della loro fede. La vita autentica dei cristiani dovrebbe attirare anche loro alle rispettive comunità perché possano riscoprire la gioia di essere cristiani a livello personale, familiare e sociale”. 

Che significato ha avuto la presenza di delegati fraterni al Sinodo?

“La loro presenza ha sottolineato la dimensione ecumenica dell’Assise. Per la prima volta a un Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica hanno partecipato due capi delle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono in piena unione con la Chiesa cattolica: Sua Santità Bartolomeo I, arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca ecumenico, e Sua Grazia Rowan Douglas Williams, arcivescovo di Canterbury e Primate di tutta l’Inghilterra e della Comunione anglicana. Inoltre hanno partecipato 15 delegati fraterni. L’evangelizzazione impegna tutti i cristiani. La loro maggiore fedeltà a Gesù Cristo e, dunque, la loro maggiore unità favorirà notevolmente l’impegno urgente della nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo”. 

Al Sinodo ha partecipato anche Werner Arber, presidente della Pontificia Accademia delle scienze.
“Il dott. Werner Arber è anche professore di microbiologia nel Biozentrum dell’Università di Basilea (Svizzera) e vincitore del Premio Nobel per la medicina del 1978. Egli ha parlato del rapporto tra scienza e fede, indicando la complementarità tra la ragione e la fede, due campi distinti ma per niente in contraddizione, anzi essi si completano se intesi bene, secondo la specificità di ognuno. Il rapporto tra fede e ragione è un tema importante della nuova evangelizzazione”. 

Si è parlato molto anche di globalizzazione, secolarizzazione, migrazioni, ateismo, crisi della politica...

“È il nostro mondo, l’ambiente in cui i cristiani vivono, con aspetti positivi e altri problematici e talvolta avversi. Nelle riflessioni sinodali è prevalso un senso positivo, di simpatia nei riguardi dell’uomo e del mondo contemporaneo, ovviamente senza nascondere aspetti non accettabili se sono contrari ai valori cristiani. I cristiani sono chiamati, soprattutto i laici, ad animare la società secondo le indicazioni del Vangelo e con la forza della grazia dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Per questo devono essere adeguatamente formati. Alla preparazione professionale, devono unire anche quella spirituale e in qualche modo teologica. Per impegnarsi nel campo sociale e politico devono inoltre conoscere sufficientemente la dottrina sociale della Chiesa”. 

Nel “Messaggio al popolo di Dio”, sintesi dei lavori sinodali, viene sottolineato che “la Chiesa è viva e affronta con il coraggio della fede e la testimonianza di tanti suoi figli le sfide poste dalla storia”. Quali prospettive per il futuro? 

“Il Messaggio rispecchia le riflessioni sinodali su vari aspetti della vita ecclesiale e sociale. Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori sinodali hanno tante ragioni per ringraziare il Signore per la vitalità della Chiesa nel mondo intero, percorrendo spiritualmente la ‘geografia ecclesiale’ dell’orbe. Il Santo Padre, per esempio, ha ricordato la rinascita della Chiesa in Cambogia e in Norvegia. Sono state poi presentate le situazioni in cui i cristiani, par vari motivi, si trovano in difficoltà: in Siria, in Nigeria, nel Mali, ad Haiti, nella Repubblica Democratica del Congo. Vari Padri sinodali hanno ricordato la testimonianza dei cristiani fino al martirio in diversi Paesi. Tale realtà, però, non deve indurre al pessimismo e alla passività. Sono al contrario segni della vitalità della Chiesa. Piena di fiducia nel Signore risorto, che ha promesso di accompagnarla durante il suo pellegrinaggio terreno – ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ –, essa continua con coraggio la sua missione di evangelizzazione in tutti i Paesi”.

Quest’anno, per la prima volta, si è deciso d’indirizzare l’ultima parte del “Messaggio” alle Chiese delle diverse regioni del mondo. Perché questa scelta e quali le principali “richieste”?

“La Chiesa cattolica abbraccia tutti i popoli in tutti i continenti. Tale unità, però, si esprime nella varietà delle culture e delle situazioni sociali. Per tale motivo, la parte finale del Messaggio è indirizzata ai fedeli di ognuno dei cinque continenti. Del resto, la nuova evangelizzazione e la trasmissione della fede cristiana hanno caratteristiche proprie in ogni continente. Le loro specificità, però, arricchiscono la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Si tratta, in qualche modo, di uno scambio di doni per il bene dell’intera Chiesa cattolica”.

I Padri sinodali hanno consegnato al Papa 58 “Propositiones” con preghiera di redigere un documento presentando a tutta la Chiesa i risultati del Sinodo. Nel frattempo, quali sono le attese e le scelte prioritarie per le comunità?

“I Padri sinodali sono chiamati a diffondere lo spirito dell’Assemblea sinodale in seno alle proprie Conferenze episcopali e ai Sinodi delle Chiese orientali cattoliche. Ovviamente, potranno fare ciò presentando in modo appropriato i documenti del Sinodo, soprattutto il ‘Messaggio al Popolo di Dio’ che è stato accolto unanimemente. Esso è stato tradotto nelle 5 lingue ufficiali del Sinodo dei vescovi. Molti Padri sinodali si sono impegnati per far tradurre tale documento in altre lingue, affinché i fedeli possano essere tempestivamente informati sulle riflessioni sinodali in attesa dell’Esortazione apostolica postsinodale che, a suo tempo, il Santo Padre pubblicherà. Per benevolenza del Sommo Pontefice è stata pubblicata anche una versione non ufficiale in lingua inglese delle Proposizioni approvate dai Padri sinodali. La versione originale in latino è destinata al Romano Pontefice e non sarà pubblicata”.

Un’ultima domanda: quali gli impegni futuri per la segreteria del Sinodo? 

“Occorre raccogliere e ordinare l’abbondante documentazione dell’Assise sinodale appena terminata. Prossimamente, il 26 novembre si riunirà il Consiglio ordinario della segreteria generale del Sinodo dei vescovi per cominciare la riflessione in vista della redazione dell’Esortazione apostolica postsinodale. Fra qualche mese bisognerà incominciare la preparazione della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che dovrebbe avere luogo nel 2015, l’anno della conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II. Inoltre, la segreteria generale deve svolgere la sua attività regolare sotto la guida del Santo Padre per promuovere l’unità e la comunione all’interno del collegio episcopale”.

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