mercoledì 31 ottobre 2012

Il cielo tra le pareti. La Cappella Sistina, le sue storie e la Storia (Gagliarducci)

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Terra Santa. Aperto l'Anno della Fede nel giorno dedicato alla Regina della Palestina


Terra Santa. Aperto l'Anno della Fede nel giorno dedicato alla Regina della Palestina 

Con una Messa solenne, in arabo, domenica scorsa si è aperto in Terra Santa, al Santuario di Deir Rafat, l’Anno della Fede
Centinaia i fedeli che si sono radunati per pregare la Regina della Palestina, la Vergine del Santuario, quest’anno celebrata il 28 ottobre. La liturgia per l’apertura dell’Anno della Fede, arricchita dai differenti riti cattolici, simboli di tante tradizioni, gesti dai diversi significati, si è svolta nel giorno dedicato alla Regina della Palestina per affidare alla Madre di Dio l’iniziativa di Benedetto XVI. 
Hanno animato la celebrazione, presieduta dal patriarca emerito di Gerusalemme Michel Sabbah e concelebrata da molti vescovi, melchiti, siro-cattolici e maroniti. Il Santuario della Regina di Terra Santa di Deir Rafat, riferisce il portale www.custodia.org, sorge a 35 chilometri da Gerusalemme, in una zona di antichissimi richiami biblici: ai limiti dell’antica Filistea teatro delle imprese di Sansone; a pochi chilometri da Beit Shemesh, famosa per il passaggio dell’arca dell’Alleanza e da Abu Gosh luogo che, secondo la tradizione, corrisponde all’antico villaggio di Emmaus. Costruito nel 1927, il Santuario è stato voluto dal patriarca di Gerusalemme, mons. Luigi Barlassina, in un momento storico assai difficile. Lo stesso patriarca ha istituito la festa dedicata alla Regina della Palestina, per chiedere la Sua protezione, scegliendo come data per la celebrazione la domenica successiva al 25 ottobre. Nel 1933, la Santa Sede ha riconosciuto ufficialmente la festa, individuando nel suo significato una speciale intercessione di Maria per la sua terra natale. 
Fino al 1948 parrocchia, il complesso di Deir Rafat è diventato un centro di opere d’assistenza ed educative. Oggi accoglie gruppi di pellegrini e ospita incontri per i cristiani locali. 
La cura spirituale del Santuario è affidata all’ordine dei Servi di Maria, coadiuvati dalle suore dell’Assunzione e di San Bruno di Betlemme. 
All’interno della chiesa sono custodite preziose decorazioni. Il saluto dell’Arcangelo Gabriele alla Vergine di Nazareth, riprodotto in 280 lingue diverse, ad esempio, è un coro all’unisono, composto dalle voci di tutti i popoli del mondo uniti per lodare Colei, che della Terra Santa è stata la figlia più illustre. 
(A cura di Tiziana Campisi)

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Il Papa e il cammino futuro dell'Africa. All'università Lateranense la presentazione di due volumi curati dall'ambasciata del Benin presso la Santa Sede

All'università Lateranense la presentazione di due volumi curati dall'ambasciata del Benin presso la Santa Sede

Il Papa e il cammino futuro dell'Africa


Il Papa in Benin ha lasciato un segno indelebile. Lo testimoniano i volumi Le Pape Benoît XVI au Bénin (Città del Vaticano, 2012, pp. 182, euro 37) e Le Bénin e le Saint Siège (Città del Vaticano, 2011, pp. 192, euro 25), curati dall'ambasciata del Benin presso la Santa Sede per i tipi della Libreria Editrice Vaticana, presentati lunedì pomeriggio, 29 ottobre, alla Pontificia Università Lateranense.

Benedetto XVI si è recato nel Paese subsahariano nel novembre dello scorso anno. Furono giornate indimenticabili per il calore dell'accoglienza. A ricordarlo, durante l'incontro di ieri, oltre all'ambasciatore presso la Santa Sede Théodore C. Loko, due porporati che ebbero il privilegio di seguire da vicino il pellegrinaggio: i cardinali Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e Robert Sarah, presidente del Pontifico Consiglio Cor Unum.
Il cardinale Bertello ha iniziato la sua analisi a partire dalle motivazioni che hanno ispirato il viaggio. «Il Pontefice -- ha ricordato -- è andato in Benin a firmare e, potremmo dire, a lanciare il messaggio contenuto nell'esortazione post-sinodale Africae munus, nella quale egli ha raccolto i frutti dell'assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi del 2009». Un documento, ha aggiunto, nel quale «è riassunto tutto ciò che l'Africa è stata e ha fatto, tutto il suo presente, ma soprattutto sono indicate le linee da seguire per il cammino futuro». Pregio del libro presentato alla Lateranense «è proprio la raccolta dei discorsi pronunciati dal Papa in quelle intense giornate -- ha sottolineato il cardinale Bertello -- i quali contengono le indicazioni da seguire per il futuro».
«Sono rimasto impressionato -- ha aggiunto -- dal discorso che Benedetto XVI pronunciò nella cattedrale di Ouidah per la firma dell'esortazione. Egli insistette molto sul concetto di missionarietà. Rivolto alla Chiesa in Africa la esortò a sentirsi aperta e ormai pronta per annunciare il Vangelo agli altri popoli. In quel momento mi tornò in mente l'esperienza vissuta proprio in Benin negli anni Ottanta, quando dalle Chiese locali nel sud del Paese partivano giovani sacerdoti per andare a portare il Vangelo nelle zone più povere del nord. Già allora si viveva questo spirito di missionarietà».
Quanto alla scelta del Benin come «porta d'ingresso del messaggio post-sinodale», il porporato ha ricordato che il Papa stesso l'ha spiegata ai giornalisti a bordo dell'aereo durante il viaggio verso Cotonou. «Il Benin, disse il Pontefice, è un Paese in cui si vive in un clima di pace, nel quale la transizione verso la democrazia è avvenuta in modo assolutamente pacifico», senza alcun spargimento di sangue. «E io -- ha aggiunto il cardinale -- ne sono stato testimone. È inoltre un Paese nel quale il dialogo tra le religioni è una realtà concreta che coinvolge anche le religioni tradizionaliste». Infine un ricordo personale, legato al rapporto di amicizia tra il cardinale Bertello e il professore della Lateranense Albert Tévoédjrè, presente all'incontro. «Un amico speciale -- lo ha definito il porporato -- autore di un libro fantastico intitolato Le certezze della mia speranza. Lo conobbi a Ginevra, durante una riunione dell'organismo del lavoro. Era mediatore della Repubblica del Benin. Mi ha aiutato a penetrare a fondo l'anima del popolo beninese» ed è stato uno dei protagonisti della diffusione nel Paese della dottrina sociale della Chiesa.
Per il cardinale Sarah, invece, ripercorrere l'itinerario del Papa in Benin è stata occasione per porre l'accento sulla situazione attuale del continente africano, che rischia -- a giudizio del porporato -- di uscire ancor più penalizzato dalla situazione critica che sta attraversando il mondo contemporaneo. Infatti in un'epoca caratterizzata dalla repentina mutevolezza dei fenomeni, dalla complessità e dalla interconnessione dei processi socio-culturali, a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i poveri, «coloro che lo erano e coloro che lo sono diventati, per la perdita del lavoro o per altre dinamiche collegate». Sia la crisi finanziaria che quella economica «sono legate a una crisi più generale -- ha notato il cardinale -- che va dalla crisi demografica, a quella ecologica, a quella sociale, a quella culturale»; ed è ciò che ha rallentato pesantemente le prospettive di sviluppo occidentali. «Questa spirale negativa -- ha aggiunto -- ha un impatto sui livelli di crescita economica del mondo intero. L'Africa, da sempre ai margini dei circuiti economico-finanziari internazionali, ha subìto forse di meno le conseguenze dirette di tale crisi, ma più pesantemente quelle indirette. Si incrementano, infatti, fenomeni di accaparramento delle risorse, esercitati in modi anche nuovi come il land grabbing, la predazione dei beni comuni, come la sottrazione dell'acqua, della terra, della natura stessa». Dunque, se è vero che al giorno d'oggi «non mancano dal punto di vista economico e sociale elementi di conforto», non vanno tuttavia «dimenticati né sottaciuti i grandi problemi africani, che purtroppo permangono irrisolti da troppo tempo».
A livello religioso la Chiesa continua ad avere uno sviluppo notevole, grazie anche alla spinta missionaria. «Non mancano i martiri -- ha evidenziato il porporato -- e la cosa si è intensificata nel corso dell'ultimo anno. Basti pensare ai recenti casi della Nigeria e del Kenya, che purtroppo non sono i soli». Ma se ci si vanta di camminare speditamente verso un vero sviluppo democratico in tutto il continente, «questa è una situazione inaccettabile» e non solo per le comunità cristiane e cattoliche «ma per tutte le espressioni religiose». È doloroso constatare che «esistono derive, per cui alcune volte la religione è usata per fomentare la violenza».
Il cardinale si è riferito poi al recente Sinodo dei vescovi per sottolineare che «una nuova evangelizzazione è necessaria anche in Africa, perché, senza rinnovamento delle persone, non potranno rinnovare il nostro continente. Indubbiamente anche l'Anno della fede è quanto mai necessario anche per l'Africa».
Al Sinodo continentale aveva fatto cenno l'ambasciatore Loko durante l'incontro, moderato dal gesuita Jean Pierre Bodjoko e aperto dai saluti del rettore, il vescovo Enrico Dal Covolo, del direttore della Libreria Editrice Vaticana, don Giuseppe Costa, dal direttore del dipartimento di scienze umane e sociali dell'area di ricerca studi interdisciplinari per lo sviluppo della cultura africana, Martin Nkafu Nkemnkia, e dal pro rettore Patrick Valdrini. Dopo essersi soffermato sull'iniziativa editoriale e aver parlato del tessuto storico e sociale del Benin, il diplomatico ha così concluso: «Con la sua capacità di riconoscere il viso di Cristo in quello del bambino, del malato, del sofferente o del bisognoso, la Chiesa contribuisce a forgiare la nuova Africa. I tre concetti principali del tema sinodale, cioè la riconciliazione, la giustizia e la pace, hanno messo il Sinodo di fronte alla sua “responsabilità teologica e sociale”, e hanno permesso di interrogarsi anche sul ruolo pubblico della Chiesa e sul suo posto nello spazio africano di oggi. Come hanno voluto dire i padri sinodali, la nuova evangelizzazione è “un'urgenza” che non non si fonda su delle strategie ma poggia sulla conversione dei cuori e sulla predicazione».

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

La Cappella Sistina compie 500 anni. Non ci sarà il numero chiuso

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Il Papa presiede i Vespri nella Cappella Sistina a 500 anni dall'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo (Radio Vaticana)

Il Papa presiede i Vespri nella Cappella Sistina a 500 anni dall'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo 

Oggi alle 18.00 il Papa presiederà nella Cappella Sistina la celebrazione dei Vespri in occasione del 500.mo anniversario dell'inaugurazione, da parte di Giulio II, era il 31 ottobre 1512, della volta dipinta da Michelangelo. Il grande artista con una impresa immane, in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, affrescò una superficie di più di mille metri quadrati. Oggi cinque milioni di visitatori all'anno, ventimila al giorno nei periodi di punta, visitano la Cappella Sistina. Si tratta di “un ben arduo problema” – sottolinea il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci sull’Osservatore Romano, che aggiunge: “La pressione antropica con le polveri indotte, con l'umidità che i corpi portano con sé, con l'anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture. Potremmo contingentare l'accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema”. Tuttavia, Paolucci ritiene che, contrariamente a quanto apparso su alcuni media, “nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria”. E’ però necessario – conclude il direttore dei Musei Vaticani – “mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidità” in modo da garantire la conservazione degli affreschi di Michelangelo “per il tempo più lungo possibile”.

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Mons. Moraglia: Albino Luciani, pastore “senza timori né calcoli umani”

Mons. Moraglia: Albino Luciani, pastore “senza timori né calcoli umani” 

Non “un ingenuo e un semplice, un intransigente e una persona non all’altezza, non in grado di dire no ad un peso per lui eccessivo”, bensì un uomo e un pastore “impegnato in un annuncio evangelico compiuto nella Chiesa e a nome della Chiesa, senza timori e calcoli umani”, secondo la “fortezza degli umili”. A delineare, sfatando alcuni stereotipi, la figura di Albino Luciani, già patriarca di Venezia e per 33 giorni Papa Giovanni Paolo I, è mons. Francesco Moraglia, attuale patriarca della diocesi lagunare, nell’omelia della Messa presieduta ieri sera nella Basilica di San Marco con i vescovi del Triveneto nel centenario della nascita del Pontefice di Canale d’Agordo. Sottolineando la “libertà dell’uomo e del pastore anche di fronte al rischio dell’impopolarità”, mons. Moraglia – riferisce l’Agenzia Sir - ha descritto Luciani come “un sincero e onesto lavoratore della vigna del Signore, uomo profondamente obbediente a Dio e al Suo progetto, chiamato a compiti e decisioni davvero ardue”. Di qui il richiamo al Messaggio Urbi et Orbi del 27 agosto 1978, appello “all’effettiva comunione ecclesiale costruita attorno a Gesù Cristo e al suo Vangelo”, alla responsabilità e alla “volontà di conversione, superando le tensioni interne alla Chiesa e, attraverso la vigilanza, l’impegno a resistere alla tentazione di uniformarsi al mondo”.


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Il Papa: Il vero diritto è di non emigrare per scampare a povertà e guerre (Alboretti)

«Il vero diritto è di non emigrare per scampare a povertà e guerre»

Carmine Alboretti

L’appello di Benedetto XVI nel messaggio per la 99esima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

Serve una gestione regolare dei flussi migratori «che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi». Questo l’appello contenuto nel Messaggio per la 99esima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio 2013) sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza” del Santo Padre che ha condannato «misfatti come il traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini».
Sono ancora indelebilmente impresse nella mente e nel cuore di tutti le immagini delle tante tragedie del mare che si sono consumate nell’indifferenza della comunità internazionale mentre il nostro Paese cercava di tenere a freno un fenomeno che non può e non deve essere trattato come una emergenza nazionale. Quei tanti disperati che hanno perso la vita in mare mentre cercavano di raggiungere le nostre coste nel tentativo di costruire per sé, ma soprattutto per i loro figli, un futuro migliore gridano non vendetta ma giustizia. Per questo occorre prendere consapevolezza del problema e studiare soluzioni che siano in grado di contemperare i diversi interessi in campo.
Una cosa è certa: voltare lo sguardo dall’altra parte costituisce la soluzione peggiore possibile. l’indifferenza, del resto, è il peccato più grave. Citando la Gaudium et spes il Pontefice ha ricordato che «sono quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico» e che «alle adeguate normative deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze».
Il documento pontificio, ricco di spunti di interesse è stato presentato nella Sala Stampa vaticana. Secondo Ratzinger «alle adeguate normative - precisa - deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali». «La Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano – scrive il Successore di Pietro - sono chiamate, nei confronti di migranti e rifugiati, ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione in una società dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell’altro, generosi nell’assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri». E ancora: «Coloro che emigrano portano con sé sentimenti di fiducia e di speranza che animano e confortano la ricerca di migliori opportunità di vita. Tuttavia, essi non cercano solamente un miglioramento della loro condizione economica, sociale o politica. In verità, coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato».
Il Papa non si è limitato a delle considerazioni di carattere umanitario («ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana») ma ha evidenziato che, oltre al diritto ad emigrare, anche «il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». Altrimenti, «invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un ‘calvario’ per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria». Non poteva mancare un riferimento alla questione dell’immigrazione irregolare, «tema tanto più scottante nei casi in cui essa si configura come traffico e sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini». Nel condannare «tali misfatti» il capo della Chiesa universale invita i singoli ordinamenti a non limitarsi alla fredda gestione amministrativa del problema, ossia alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi». «In tutto ciò - conclude il Messaggio - è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali che sono a servizio dello sviluppo integrale della persona umana. Nella visione cristiana, l’impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedeltà al Vangelo, con la consapevolezza che «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo».
“Nessuno Stato al mondo ha il diritto di cacciare i migranti, né essere così naif da far venire tutti.
Lo Stato deve difendere l’identità culturale e il benessere dei propri cittadini, ma questo non significa cacciare i migranti”: lo ha detto il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, rispondendo alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa di presentazione del messaggio del Papa per la 99esima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Un messaggio, ha spiegato il cardinale Vegliò nel suo intervento, che «mette in luce la realtà delle migrazioni economiche e di quelle forzate»: 214 milioni di migranti internazionali più 740 milioni di sfollati interni, ossia «circa un miliardo di esseri umani, un settimo della popolazione globale che sperimenta oggi la sorte migratoria». «Non è solo questione di accettazione della presenza straniera da parte della società di accoglienza - ha osservato - ma è soprattutto un processo (spesso lungo e delicato), che richiede anche mutua comprensione». Citando un rapporto del Pew research centre, il porporato ha elencato i Paesi che hanno accolto il maggior numero di migranti negli ultimi anni: Stati Uniti (43 milioni, di cui 32 milioni cristiani), Federazione Russa, Germania, Arabia Saudita, Canada, Francia, Regno Unito, Spagna, India, Ucraina.

© Copyright La Discussione, 30 ottobre 2012

Cattolici da record in Irlanda. Secondo il censimento del Central Statistics Office (O.R.)

Secondo il censimento del Central Statistics Office

Cattolici da record in Irlanda


Dublino, 30. Mai così tanti cattolici in Irlanda. È quanto emerge dall'ultimo censimento ufficiale che ha contato oltre 3 milioni e 860 mila battezzati in comunione con Roma, la cifra più alta di tutti i tempi. Un dato certamente lusinghiero per la Chiesa locale che, come è noto, ha vissuto recentemente anni assai difficili. Nel contempo, si tratta di dati solo apparentemente in contrasto con altre rilevazioni statistiche che, inseriscono l'isola di san Patrizio, fino a non molto tempo or sono considerata il bastione del cattolicesimo occidentale, addirittura nella schiera dei Paesi più atei del mondo. Confermando l'urgenza di una nuova evangelizzazione.

Lo studio realizzato dal Central Statistics Office analizza il profilo religioso, etnico e culturale dei cittadini irlandesi. E, secondo questa fonte, i cattolici hanno appunto raggiunto, con quasi quattro milioni di appartenenti, la quota più alta di tutti i tempi, da quando, cioè, nel 1881, viene condotta una simile ricerca. Tuttavia -- ed è questo il rovescio della medaglia -- la stessa indagine rileva come contemporaneamente la percentuale dei cattolici tra la popolazione sia diminuita sensibilmente: dal 96 per cento del 1961 all'84 per cento attuale. Negli ultimi cinquant'anni, infatti, sono molto cresciuti numericamente gli aderenti ad altre confessioni e tradizioni religiose. Soprattutto, è aumentato in maniera impressionante -- il 400 per cento negli ultimi venti anni -- il numero di coloro -- oggi sono oltre 227.000 -- che non professano alcuna religione. Così, coloro che si considerano atei o agnostici sono diventati statisticamente il secondo gruppo più rilevante dell'Irlanda.
Come si spiega, dunque, la particolare performance numerica dei cattolici? È presto detto: con l'aumento complessivo della popolazione irlandese avvenuto negli ultimi anni soprattutto in seguito all'arrivo di massicce ondate migratorie. In particolare, secondo la ricerca, l'incremento dei cattolici ha anche una data d'inizio, il 2004, allorquando l'Irlanda, insieme al Regno Unito e alla Svezia, fu tra i primi Paesi dell'Unione europea a consentire la libera circolazione delle persone. Da allora decine di migliaia di immigrati polacchi sono sbarcati nell'isola in cerca di un futuro migliore. Un flusso tanto considerevole da rendere la comunità polacca -- di tradizione ovviamente prevalentemente cattolica -- come il secondo più grande gruppo etnico presente oggi in Irlanda. Tanto numeroso che da qualche tempo sul sito in rete dell'episcopato cattolico alcuni testi sono pubblicati anche in lingua polacca.
Soprattutto grazie all'immigrazione polacca si deve, dunque, il considerevole incremento numerico complessivo della popolazione cattolica. «Nonostante tutto quello che è accaduto negli ultimi decenni, con gli scandali che hanno coinvolto uomini di Chiesa», ha osservato, riferendosi alla piaga degli abusi compiuti su minori, David Quinn, giornalista e fondatore dell'Iona institute for religion e society, «ancora tante persone sono disposte a farsi chiamare cattolici. E anche se alcune persone non praticano regolarmente c'è ancora un forte legame culturale». Tuttavia, ha evidenziato Deirdre Cullen del Central Statistics Office, la ricerca sottolinea anche che «l'Irlanda ha una popolazione sempre più diversificata, dove il cambiamento delle culture e delle credenze religiose svolge un ruolo importante». Il censimento segnala, infatti, anche la rapida crescita degli aderenti ad altre religioni. In particolare si registrano 49.000 musulmani, il cui numero è raddoppiato nel breve giro di un decennio. Gli indù, invece, sono oltre 10.000. Tra i cristiani, non cattolici, gli ortodossi sono circa 45.000, mentre gli aderenti alle comunità apostoliche e pentecostali sono quadruplicati e oggi sono oltre 14.000.
Il censimento realizzato dal Central Statistics Office è solo l'ultimo riguardante la religiosità degli irlandesi. Soltanto lo scorso agosto aveva suscitato un certo clamore un sondaggio realizzato dal Win-Callup International che ha posto l'Irlanda tra i Paesi più avanzati nel processo di secolarizzione e addirittura tra i primi dieci più atei del mondo. In base a quello studio, soltanto il 47 per cento della popolazione irlandese oggi si definisce religiosa, mentre in un precedente sondaggio relativo al 2005 la percentuale era stata superiore di 22 punti, pari al 69 per cento. In quella circostanza, di fronte cioè a uno scenario non certo incoraggiante, l'arcivescovo di Dublino e primate d'Irlanda, Diarmuid Martin, aveva esortato la comunità dei fedeli a un nuovo slancio di evangelizzazione, cogliendo nell'Anno della fede, indetto da Benedetto XVI «un'altra occasione» -- dopo il Congresso eucaristico internazionale, svoltosi nel giugno scorso -- «per contribuire a una rinnovata conversione a Cristo e alla riscoperta della fede». Per il presule, infatti, ancora «sono tanti in Irlanda a essere disposti a raccogliere la sfida del rinnovamento con la speranza che giunge loro attraverso la fede in Gesù Cristo».

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

L'Anno della fede e l'educazione. Relazione di mons. Lorenzo Leuzzi

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"Possiamo evangelizzare solo se lasciamo evangelizzare noi stessi". Intervista con il card. Schönborn (Zenit)

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Vaticano, i tradimenti del passato (Roberto Rotondo)


Su segnalazione di Laura leggiamo:

Vaticano, i tradimenti del passato

Roberto Rotondo

Non sarebbe la prima volta nella storia recente della Chiesa che un caso di tradimento del Papa e della Santa Sede, per quanto grave e doloroso, si chiude con il perdono del reo. 
Così se Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo del Papa in carcere per furto aggravato, ottenesse la grazia da Benedetto XVI, non costituirebbe un precedente. Il perdono è arrivato anche in altri casi, tra cui due particolarmente clamorosi, scoppiati a breve distanza uno dall’altro, durante il pontificato di Pio XII. Casi diversi, ma con molte analogie, sia per l’eco mediatica, sia per l’immagine distorta del Vaticano che suscitarono. Il primo fu quello di un monsignore della Segreteria di Stato, Edward Prettner Cippico, che nel 1948 fu condannato dal Vaticano per aver falsificato lettere e firme dei suoi superiori ai fini della truffa e, quasi contemporaneamente, per appropriazione indebita dallo Stato italiano. Cippico, che divenne l’epicentro della campagna elettorale del Fronte Popolare contro la Dc nelle elezioni del 1948, le prime della neonata Repubblica, scontò due anni nelle carceri italiane, fu ridotto allo stato laicale e ci mise quasi dieci anni per riabilitarsi ed essere perdonato da Giovanni XXIII.
Cippico, triestino, era entrato in Segreteria di Stato nel 1935, come minutante con incarico di archivista nella prima sezione della Congregazione Affari Ecclesiastici Straordinari. Aveva ottenuto anche l’incarico di Cameriere Segreto soprannumerario. Si era distinto durante la guerra per l’assistenza clandestina agli ebrei perseguitati e, negli anni della ricostruzione, sembrò adatto per fare da tramite tra imprenditori italiani, che dovevano acquistare macchinari negli Usa e istituti religiosi americani che potevano agevolarli. Ma nel 1947 cominciarono ad arrivare in Segreteria di Stato diverse segnalazioni su irregolarità riscontrate in un giro di operazioni valutarie con l’estero in cui erano coinvolti ecclesiastici della Santa Sede. E, a un mese dalle elezioni dell’aprile 1948, L’Osservatore Romano rese noto che Prettner Cippico era stato espulso dalla Segreteria di Stato in quanto imputato di falsi e truffe, aggiungendo che era stato sottoposto a istruttoria e arresto preventivo, che aveva confessato i suoi delitti, ma che si era reso latitante e che per questo era stato ridotto alla stato laicale. Secondo l’accusa aveva utilizzato illecitamente carta intestata, timbri della Segreteria di Stato e falsificato le firme dei suoi superiori per realizzare false lettere della Segreteria di Stato, che garantivano la copertura finanziaria delle sue operazioni con l’estero. Ma non finisce lì, perché Cippico viene arrestato dalla polizia italiana per appropriazione indebita di gioielli che gli erano stati affidati e di cui aveva denunciato il furto. Risultato: la foto di don Cippico in manette tra i carabinieri va su tutti i giornali e lo slogan "Don Cippico=Dc" risuona in ogni piazza d’Italia. Il sacerdote uscito dal carcere riesce con molta fatica a dimostrare la sua buonafede e su alcuni fatti anche la sua innocenza. Nel 1957 ottiene una riabilitazione ecclesiastica e, grazie anche al perdono di papa Giovanni XXIII, riottiene anche l’abito talare. Morirà in povertà, ma il suo nome restò per anni sinonimo di truffatore.
Il secondo caso scoppia nell’aprile del 1952, in piena campagna per le elezioni del comune di Roma. Un gesuita della Pontificia Università Gregoriana, Alighiero Tondi, abbandona platealmente la Compagnia di Gesù per aderire al Partito comunista italiano, annunciando di voler rivelare presunti segreti scomodi della Compagnia di Gesù e del Vaticano. Tondi affermava che il suo scopo era purificare il cristianesimo: «Il comunismo non è un persecutore della Chiesa in quanto la libera dai suoi mascalzoni», diceva nei comizi. Ma anche per lui, apostata, ridotto allo stato laicale, sposato, arrivò il perdono e il reintegro nel sacerdozio, attraverso un cammino durato quasi trent’anni. Eppure nel 1952 fu un caso drammatico: scoppiò in concomitanza con l’Operazione Sturzo, il progetto di un’alleanza tra la Dc e le destre per impedire la vittoria dei comunisti nelle elezioni amministrative del comune di Roma.
All’operazione, che avrebbe creato enormi difficoltà al Governo nazionale presieduto da De Gasperi e che fu bloccata in extremis da Pio XII, partecipava anche Tondi, allora vicedirettore e segretario dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi della Gregoriana: secondo un’informativa arrivata sulla scrivania dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti (conservata nel suo archivio all’Istituto Sturzo), aveva ricevuto da parte dei suoi superiori della Gregoriana il compito di tenere contatti con esponenti dei partiti politici, di raccogliere informazioni, di esercitare una qualche influenza sui direttivi dei partiti. Ma Tondi, che ebbe contatti autorizzati anche con correnti di estrema destra e di estrema sinistra (formazioni clandestine comprese), si spinse ben oltre la diplomazia parallela dei gesuiti. Diplomazia che in quegli anni era entrata più volte in rotta di collisione con la politica di De Gasperi, ma che si giustificava con la grande considerazione che aveva Pio XII (e prima di lui Pio XI) della Gregoriana e della Civiltà Cattolica. Anche per questo, la conversione al comunismo del gesuita romano, a cui fece seguito il suo matrimonio con Carmen Zanti, un’attivista comunista, riempì pagine di giornali in Italia e all’estero e preoccupò una sponda e l’altra del Tevere. Anche perché Tondi faceva intendere di essere in possesso di «parecchi documenti concernenti particolari posizioni e fatti di personalità di Governo e di eminenti figure in Vaticano e della compagnia di Gesù» e di essere pronto a usarli, come riporta un altro documento conservato nell’archivio Andreotti. Ma nei suoi libri, Vaticano e neofascismo e La potenza segreta dei Gesuiti, c’è solo la vulgata comunista in voga al tempo, a cui il doppiogiochista Tondi (così lo definiva l’Osservatore Romano) aveva aggiunto solo il livore dell’ex.
Come in un articolo del 22 maggio 1952 sull’Unità, in cui Tondi riporta uno dei suoi colloqui riservati con Giovanni Battista Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, nel quale mette in bocca al futuro Paolo VI una sequela di frasi ciniche e sprezzanti su De Gasperi e Fanfani. Calmate le acque, di Tondi non si parlò più, anche perché fu mandato dal Pci a insegnare nella Germania dell’Est. Lì iniziò per lui un lento cammino di ripensamento, che lo portò a chiedere, già nel 1965, sinceramente perdono alle autorità ecclesiastiche. Tondi ottenne proprio da papa Montini, che aveva in un certo senso diffamato, la sanatio in radice del suo matrimonio e, nel 1980, rimasto vedovo, fu reintegrato nel clero di Reggio Emilia. Ma la riconciliazione e il perdono non hanno impedito la nascita di alcune leggende nere che continuano a seguire sia lui che monsignor Cippico. Quest’ultimo, infatti, fu anche tacciato di essere una spia al servizio dei sovietici fin dagli anni Trenta. Il monsignore negò, ma dal momento che non perseguì legalmente chi lo accusava, l’etichetta di spia gli restò appiccicata, così come quella di potente faccendiere implicato in fantomatici traffici.
Non è andata meglio a Tondi, accusato non solo di essere un agente provocatore ma, cosa ancor più grave, una spia comunista che causò l’arresto di vescovi e sacerdoti che operavano in clandestinità nell’Est Europeo. Solo una leggenda nera, ma gli slogan dei comizi di Tondi come quello: «Le carceri cecoslovacche sono bellissime» non hanno giovato a riabilitarne la figura. In questi casi, che il papa perdoni può essere un’ipotesi concreta e verosimile, ma dal frullatore dei veleni e dei sospetti non se ne esce quasi mai definitivamente.

© Copyright Avvenire, 30 ottobre 2012 consultabile online anche qui.

Zig zag vaticano (Iacopo Scaramuzzi)

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Cappella Sistina. I disegni preparatori in mostra alla Camera dei deputati (O.R.)

I disegni preparatori in mostra alla Camera dei deputati

Nel cinquecentesimo anniversario del giorno in cui si riaprì la Cappella Sistina, il 31 ottobre, si inaugura a Roma, a Palazzo San Macuto presso la Biblioteca della Camera dei deputati, la mostra «Michelangelo e la Cappella Sistina nei disegni della casa Buonarroti». Curata da Pina Ragionieri e visitabile gratuitamente fino al 7 dicembre, l'esposizione presenta disegni autografi del grande maestro, affiancati da pregevoli stampe d'epoca, in un percorso che va dalla Volta Sistina fino al Giudizio finale. I disegni che riguardano la volta vengono confrontati, nell'apparato didattico dell'esposizione, con le corrispondenti immagini della Sistina. L'intento è quello di offrire al visitatore la scoperta del momento progettuale dello straordinario capolavoro, per il quale Michelangelo si sottopose anche a notevoli sforzi fisici, come egli stesso racconta in un sonetto esposto alla mostra, accanto al quale si è ritratto nell'atto di dipingere la volta. Da sottolineare la presenza dell'unico progetto complessivo per il Giudizio finale sopravvissuto al rogo nel quale il Buonarroti, negli ultimi anni della vita, distrusse gran parte dei suoi disegni romani, affinché -- come racconta Vasari -- «nessuno vedesse le fatiche durate da lui et i modi di tentare l'ingegno suo, per non apparire se non perfetto». Tutti i disegni esposti alla Camera dei Deputati provengono dalla Casa Buonarroti, di cui Ragionieri è la direttrice.

Alla cerimonia inaugurale della mostra, dopo il saluto del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, intervengono Pietro Folena, presidente dell'Associazione MetaMorfosi che, con la Camera, ha organizzato la mostra; il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci; e Pina Ragionieri, che ha anche curato il catalogo dell'esposizione (Palombi editore). «Quando, il primo di novembre del 1541, l'opera venne inaugurata, fu enorme lo sconcerto e innumerevoli le critiche, rivolte soprattutto alle anomalie iconografiche -- racconta Ragionieri -- al grande numero di figure nude. L'opera rischiò la distruzione totale, ma la fama ormai sovrumana di Michelangelo fece sì che il danno si limitasse alla copertura delle nudità e alla distruzione e rifacimento di qualche figura». Il capolavoro venne salvato: «Si era nel 1565, un anno appena dopo la morte dell'artista».

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

Celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina con Benedetto XVI

Celebrazione dei vespri con Benedetto XVI

Così come fece Papa Giulio ii quel 31 ottobre 1512, sarà Benedetto XVI a presiedere, mercoledì 31 ottobre, la celebrazione dei vespri in Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario dell'inaugurazione della volta dipinta da Michelangelo. Il grande artista con una impresa immane, in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, affrescò una superficie di più di mille metri quadrati.


(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

Cappella Sistina: immagini, descrizioni e storia

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Cappella Sistina. Quando si recuperarono i colori del genio (O.R.)

Quando si recuperarono i colori del genio

Il 25 marzo 1990 nel Braccio di Carlo Magno veniva inaugurata dal Papa la mostra «Michelangelo e la Sistina. La tecnica, il restauro, il mito », organizzata in stretta collaborazione dai Musei e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana; e il giorno successivo si apriva a Palazzo della Cancelleria un convegno internazionale sullo stesso tema. Entrambe le iniziative nascevano dalla stessa esigenza: mettere a disposizione del pubblico tutte le informazioni raccolte così da consentire una prima compiuta analisi delle problematiche e dei risultati del lavoro svolto. La mostra si rivolgeva ovviamente al grande pubblico, il convegno a quello più ristretto degli specialisti, ai quali proponeva tra l'altro la visione dei primi test di pulitura eseguiti sul Giudizio universale creando una sorta di ponte tra le problematiche del passato e quelle del presente, e un'occasione per ripercorrere le tappe della straordinaria operazione che ha portato alla riscoperta del colore originale del capolavoro michelangiolesco.

Tra il 1964 e il 1974, con la supervisione di Deodecio Redig de Campos che dal 1971 al 1978 ha anche diretto i Musei Vaticani, si era affrontata, con i mezzi di cui in quel tempo si disponeva, la pulitura della serie quattrocentesca delle Storie di Cristo e di Mosè. Essa era stata preceduta tra il 1935 e il 1938 dal consolidamento degli intonaci di metà della volta e delle lunette. Montato il ponte sulla parete d'ingresso della cappella si era giunti quasi a toccare le lunette dipinte da Michelangelo con gli Antenati di Cristo. Il restauratore capo Gianluigi Colalucci colse allora l'occasione per effettuare un minuscolo saggio di pulitura della grandezza di un francobollo sulla lunetta rappresentante Mathan ed Eleazar; il saggio fu poi allargato fino a comprendere l'intera lunetta. Riapparvero allora, perfettamente conservati sotto lo spesso strato di polvere, di fumo e di colle alterate, i colori originali della pittura michelangiolesca, «quei colori -- ricorda Carlo Pietrangeli, l'allora direttore generale dei monumenti, Musei e Gallerie Pontificie -- che eravamo abituati a vedere nelle opere della prima generazione dei manieristi fiorentini e che Michelangelo stesso aveva usato nel Tondo Doni».
«Fu necessaria a questo punto -- continua Pietrangeli -- una pausa di riflessione per decidere il da farsi; si presentava infatti davanti a noi la possibilità di realizzare un'operazione di altissima responsabilità il cui risultato si rivelava estremamente importante per la stessa storia dell'arte. Ma una considerazione ci spinse a dare inizio senza indugi a questa opera: in più punti della superficie pittorica la pittura di Michelangelo veniva “strappata”, a causa delle variazioni di umidità e temperatura, dagli strati di colla spalmati nei secoli passati sugli affreschi per migliorarne la leggibilità e per mascherare gli sbiancamenti delle salificazioni prodotte dalle infiltrazioni d'acqua piovana».
«La pulitura degli affreschi -- continua Pietrangeli -- si rivelava quindi non solo auspicabile per recuperare il colore originario, ma urgente e non dilazionabile per assicurare la conservazione stessa degli affreschi». Per compiere il restauro della volta era stato costruito un apposito carro-ponte in leghe metalliche leggere che utilizzava per l'appoggio i fori dei “sorgozzoni” del ponte michelangiolesco, venuti alla luce nel corso della pulitura ai piedi delle lunette delle pareti lunghe della cappella.

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

Il 31 ottobre 1512 Giulio II inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo (Paolucci)

Il 31 ottobre 1512 Giulio ii inaugurava la volta della Cappella Sistina completata da Michelangelo

di Antonio Paolucci


Ogni giorno almeno diecimila persone con punte di ventimila nei periodi di massima affluenza turistica, entrano in Cappella Sistina. È gente di ogni provenienza, lingua e cultura. Di ogni religione o di nessuna religione. La Cappella Sistina è l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale.

Tuttavia la Cappella Sistina, pur facendo parte del percorso dei Musei Vaticani, non è un museo. È uno spazio religioso, è una cappella consacrata. Di più, essa è il vero e proprio luogo identitario della Chiesa romano-cattolica. Perché qui si celebrano le grandi liturgie, qui i cardinali riuniti in conclave eleggono il pontefice. La Sistina è allo stesso tempo la sintesi in figura della teologia cattolica.
La storia del mondo (dalla Creazione all'Ultimo Giudizio) vi è qui rappresentata insieme al destino dell'uomo redento da Cristo. La Sistina è la storia della salvezza per tutti e per ognuno, è l'affermazione del primato del Papa di Roma, è il tempo sub gratia della Chiesa che assorbe, trasfigura e fa proprio il tempo sub lege dell'Antico Testamento. È l'arca della nuova e definitiva alleanza che Dio ha stabilito col popolo cristiano. Non a caso l'architetto Baccio Pontelli che operò fra il 1477 e il 1481 modificando e innalzando le preesistenti strutture volle dare alla Cappella Magna del Papa di Roma, le misure del perduto Tempio di Gerusalemme così come ci sono indicate dalla Bibbia.
Chi entra nella Cappella Sistina entra di fatto in una immane sciarada teologico-scritturale che è arduo comprendere al primo sguardo. Ci sono immagini (la Creazione dell'uomo, il Peccato originale) che nella memoria di chi guarda (sempre che chi guarda provenga da Paesi di cultura cattolica) riaffiorano in disarticolati frammenti dal catechismo dell'infanzia. Ce ne sono altre (i Profeti, le Sibille, certi episodi dell'Antico Testamento) che il visitatore comune non conosce affatto. Chi, anche fra i visitatori credenti e praticanti, sa qualcosa della Punizione di Aman o dell'Innalzamento del serpente di bronzo o saprebbe spiegare, con un minimo di correttezza, chi erano la Sibilla Cumana o il profeta Giona?
E poi c'è Michelangelo il quale, come una luce troppo forte che acceca tutto ciò che sta intorno, assorbe con la sua notorietà clamorosa l'attenzione di ognuno rendendo difficile l'ordinata comprensione del sistema simbolico all'interno del quale Michelangelo è inserito.
Ci sono vari modi per entrare nel sistema Sistina, tutti necessari. C'è prima di tutto quello della comprensione iconografica, della decodificazione simbolica. Occorre guardare e riguardare a lungo e poi tornare a guardare le scene affrescate cercando di collocarle nel tempo, nella storia, nella dottrina che ha dato loro immagine e significato.
C'è poi la comprensione del messaggio stilistico, operazione ardua per chi non è provvisto di una attrezzatura storico critica adeguata.
Quel 31 Ottobre del 1512 quando Giulio ii inaugurava con la liturgia dei vespri la volta da Michelangelo conclusa dopo una immane fatica durata quattro anni (1508-1512), il Papa non poteva immaginare che da quei più di mille metri affrescati sarebbe precipitato sulla storia dell'arte un violento torrente montano portatore di felicità ma anche di devastazione, come scrisse il Woelfflin nel 1899 con una bella metafora.
Di fatto, dopo la volta, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambia radicalmente. Niente sarà più come prima. Con la volta ha inizio quella stagione delle arti che i manuali chiamano “del manierismo”. La volta -- scrive Giorgio Vasari -- diventerà la lucerna destinata a illuminare la storia degli stili per molte prossime generazioni di artisti.
Per capire la radicalità della rivoluzione operata da Michelangelo, bisogna confrontare la volta con gli affreschi che trent'anni prima lo zio di Giulio ii, Papa Sisto iv della Rovere aveva fatto affrescare dai massimi pittori dell'epoca: da Ghirlandaio, da Perugino, da Botticelli, da Luca Signorelli. Il visitatore che guarda prima gli affreschi della volta poi quelli delle pareti, avrà l'impressione che fra gli uni e gli altri ci siano non trenta ma trecento anni di distanza. Basterà questo confronto a far intendere anche al visitatore della prima volta e di una sola ora la profondità e le dimensioni di una mutazione, quella messa in opera dal Buonarroti, che è filosofica, spirituale, religiosa prima di essere stilistica.
C'è poi (al sapere dell'iconografo e alle competenze dello storico dell'arte si sovrappone e si mescola la sensibilità del conservatore) un tipo di approccio alla Sistina che riguarda l'uso che ai nostri giorni pesa su questo documento supremo della umana civilizzazione. È l'approccio che conosco bene perché tocca direttamente le mie responsabilità di direttore dei Musei Vaticani.
Cinque milioni di visitatori all'anno all'interno della Cappella Sistina, ventimila al giorno nei periodi di punta, fanno un ben arduo problema. La pressione antropica con le polveri indotte, con l'umidità che i corpi portano con sé, con l'anidride carbonica prodotta dalla traspirazione, comporta disagio per i visitatori e, nel lungo periodo, possibili danni per le pitture.
Potremmo contingentare l'accesso, introdurre il numero chiuso. Lo faremo se la pressione turistica dovesse aumentare oltre i limiti di una ragionevole tollerabilità e se non riuscissimo a contrastare con adeguata efficacia il problema. Io ritengo però che nel breve medio periodo l'adozione del numero chiuso non sarà necessaria. Intanto (è l'obiettivo che sta impegnando in questi mesi le nostre energie) è necessario mettere in opera tutte le più avanzate provvidenze tecnologiche in grado di garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidità. Se ne sta occupando, con un progetto di altissima tecnologia, radicalmente innovativa, la multinazionale Carrier, azienda leader nel mondo nel settore della climatizzazione. Io confido che, entro un anno, il nuovo impianto potrà entrare in funzione.
Diceva Giovanni Urbani, grande maestro dei nostri studi, che alla nostra epoca non è dato avere un nuovo Michelangelo. A noi è dato però il dominio della tecnica la quale ci permetterà, se correttamente applicata, di conservare il Michelangelo che la storia ci ha consegnato nelle condizioni migliori, per il tempo più lungo possibile.


(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2012)

martedì 30 ottobre 2012

Card. Cañizares: «Celebro in rito antico per far comprendere che è normale usarlo» (Tornielli)

Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Laura.

Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina (Izzo)


PAPA: IN SISTINA PER AFFRESCHI MICHELANGELO, NO NUMERO CHIUSO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 30 ott. 

Papa Ratzinger ha voluto che non si limitassero gli accessi alla Cappella Sistina, dove domani pomeriggio egli stesso celebrera' i 500 anni degli affreschi michelangioleschi. 
Cosi' come fece Papa Giulio II il 31 ottobre 1512, per l'inaugurazione della volta, infatti, domani sara' Benedetto XVI a presiedere la celebrazione dei vespri nella Cappella Sistina per il cinquecentesimo anniversario di quel rito che ringraziava Dio per la  impresa immane di Michelangelo che  in soli quattro anni tra il 1508 e il 1512, aveva affrescato una superficie di piu' di mille metri quadrati. 
"La Cappella Sistina - scrive oggi sull'Osservatore Romano il professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani - resta  "l'attrazione fatale, l'oggetto del desiderio, l'obiettivo irrinunciabile per l'internazionale popolo dei musei, per i migranti del cosiddetto turismo culturale". 
"Dal giorno in cui, esattamente cinquecento anni fa, fu inaugurata la volta affrescata da Michelangelo, la storia dell'arte in Italia e in Europa cambio' radicalmente. 
Niente fu piu' come prima", sottolinea l'ex ministro italiano dei beni culturali ed ex sovrintendente degli Uffizi, che oggi e' uno dei piu' apprezzati collaboratori di Benedetto XVI. 
E proprio il Papa ha chiesto a Paolucci di non limitare in alcun modo gli accessi alla Sistina.
"Cinque milioni di visitatori all'anno, con punte di ventimila al giorno, costituiscono - rivela il direttore dei Musei nel suo articolo - un ben arduo problema per la corretta conservazione di questo capolavoro, ma l'adozione del numero chiuso nel breve e medio periodo non sara' necessaria: gli ausili della tecnica vengono in aiuto e concreti interventi per garantire l'abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il veloce ed efficace ricambio dell'aria, il controllo della temperatura e dell'umidita' sono gia' stati avviati".

© Copyright (AGI)

"Fede e teologia: necessità, fecondità e prospettive di un rapporto". Lectio Magistralis del card. Piacenza (Zenit)

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