lunedì 29 ottobre 2012
Sinodo. Il bilancio del card. Erdo: "Evangelizzare, un dovere di tutti i battezzati" (Radio Vaticana)
Sinodo. Il bilancio del card. Erdo: "Evangelizzare, un dovere di tutti i battezzati"
Testimoniare il Vangelo è un dovere per tutti i battezzati. Così il card. Péter Erdo, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali dell'Europa commenta i lavori del Sinodo sulla nuova evangelizzazione conclusi domenica scorsa in Vaticano. Ascoltiamo il porporato tracciare un bilancio dell’assise al microfono di Paolo Ondarza:
R. - Penso che questo sia stato un Sinodo molto ricco di contenuto. L’evangelizzazione non è soltanto la trasmissione di un contenuto intellettuale - questo sarebbe un’informazione - ma noi dobbiamo essere testimoni. Tutti i fedeli, tutti i singoli battezzati hanno questo dovere. Quindi, evangelizzare non è una cosa facoltativa, compito di una categoria di cristiani, ma è un dovere strettamente connesso con il battesimo stesso.
D. - Quali le frontiere della Chiesa in Europa, per fare nuova evangelizzazione?
R. - Prima di tutto, la nuova evangelizzazione non si riferisce soltanto a questi continenti di antica tradizione cristiana, però ha un significato speciale nel nostro mondo, dove la cultura cristiana, una volta, era quella dominante; oggi in seguito alla secolarizzazione, non è più così. All’interno dell’Europa ci sono delle differenze molto grandi, per esempio tra Paesi come l’Olanda e la Turchia, l’Italia e la Russia e così via. Tuttavia nelle diverse situazioni, troviamo elementi comuni ed uno di questi elementi è sicuramente la grande secolarizzazione.
D. - Il messaggio del Vangelo, lei ha detto, è scritto, inciso nelle pietre delle città del Vecchio Continente, disegnato e dipinto nelle opere d’arte che le rendono belle e attraenti per i tanti turisti che visitano i Paesi europei…
R. - L’eredità artistica, presente negli edifici che vediamo nelle nostre città, porta ancora il messaggio del Vangelo. Quindi, se noi non annunciamo il Vangelo, cominciano a “gridare le pietre”. Noi siamo chiamati a spiegare “la voce delle pietre”. Dobbiamo conoscere questa nostra eredità e apprezzarla: tante persone lontane dalla Chiesa sanno apprezzare la cultura cristiana pur non avendo una vita di fede. Siamo chiamati ad evangelizzare anche attraverso questi mezzi.
D. - L’evangelizzazione in Europa esce rinnovata da questo Sinodo?
R. - Ne sono convinto, sì. È per questo che preghiamo.
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Il Papa: misfatti come il traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini vanno decisamente condannati e puniti
BENEDETTO XVI: MESSAGGIO GIORNATA MIGRANTE, SERVONO “FLUSSI DI INGRESSO LEGALE”
“Misfatti” come il “traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini” vanno “decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici”.
Lo ricorda Benedetto XVI nel Messaggio per la 99ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio 2013) sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”, presentato oggi in Sala Stampa vaticana (clicca qui). Secondo il Papa sono “quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico”.
“Alle adeguate normative - precisa - deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali”.
“La Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano - scrive il Papa - sono chiamate, nei confronti di migranti e rifugiati, ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione”. “Coloro che emigrano - osserva - portano con sé sentimenti di fiducia e di speranza che animano e confortano la ricerca di migliori opportunità di vita”.
Tuttavia molti sono costretti a migrare a causa di “persecuzioni e violenze” con “il trauma dell’abbandono dei familiari e dei beni che, in qualche misura, assicuravano la sopravvivenza”.
Nonostante ciò “coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone” disposte “a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato”.
“Certo - sottolinea -, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”. Il Papa evidenzia, oltre al diritto ad emigrare, anche “il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Altrimenti, “invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un ‘calvario’ per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.
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“Misfatti” come il “traffico e lo sfruttamento di persone, con maggior rischio per donne e bambini” vanno “decisamente condannati e puniti, mentre una gestione regolata dei flussi migratori, che non si riduca alla chiusura ermetica delle frontiere, all’inasprimento delle sanzioni contro gli irregolari e all’adozione di misure che dovrebbero scoraggiare nuovi ingressi, potrebbe almeno limitare per molti migranti i pericoli di cadere vittime dei citati traffici”.
Lo ricorda Benedetto XVI nel Messaggio per la 99ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (13 gennaio 2013) sul tema “Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza”, presentato oggi in Sala Stampa vaticana (clicca qui). Secondo il Papa sono “quanto mai opportuni interventi organici e multilaterali per lo sviluppo dei Paesi di partenza, contromisure efficaci per debellare il traffico di persone, programmi organici dei flussi di ingresso legale, maggiore disponibilità a considerare i singoli casi che richiedono interventi di protezione umanitaria oltre che di asilo politico”.
“Alle adeguate normative - precisa - deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze. In tutto ciò è importante rafforzare e sviluppare i rapporti di intesa e di cooperazione tra realtà ecclesiali e istituzionali”.
“La Chiesa e le varie realtà che ad essa si ispirano - scrive il Papa - sono chiamate, nei confronti di migranti e rifugiati, ad evitare il rischio del mero assistenzialismo, per favorire l’autentica integrazione”. “Coloro che emigrano - osserva - portano con sé sentimenti di fiducia e di speranza che animano e confortano la ricerca di migliori opportunità di vita”.
Tuttavia molti sono costretti a migrare a causa di “persecuzioni e violenze” con “il trauma dell’abbandono dei familiari e dei beni che, in qualche misura, assicuravano la sopravvivenza”.
Nonostante ciò “coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone” disposte “a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato”.
“Certo - sottolinea -, ogni Stato ha il diritto di regolare i flussi migratori e di attuare politiche dettate dalle esigenze generali del bene comune, ma sempre assicurando il rispetto della dignità di ogni persona umana”. Il Papa evidenzia, oltre al diritto ad emigrare, anche “il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Altrimenti, “invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un ‘calvario’ per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.
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Cappella Sistina, il capolavoro Michelangelo ha 500 anni. La volta fu svelata da Giulio ii il 31 ottobre 1512 (Castagni)
Cappella Sistina, capolavoro Michelangelo ha 500 anni
La volta fu svelata da Giulio ii il 31 ottobre 1512
(di Nicoletta Castagni)
Capolavoro assoluto di tutti i tempi, "lucerna dell'arte nostra", come la definì Giorgio Vasari, ancora oggi meta (ogni anno) di 5 milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo (e che ne mettono a rischio l'integrità), la Cappella Sistina celebra il 31 ottobre i 500 anni dallo svelamento degli affreschi della volta. Il pontefice Giulio II della Rovere, che l'aveva commissionata a Michelangelo Buonarroti nel 1508, dovette aspettare ben 4 anni prima di ammirare quell'immane, insuperata opera popolata di centinaia di figure e scene delle Scritture, capaci di rivoluzionare la storia dell'arte influenzandola per secoli. Solo nell'agosto del 1511, il 'papa guerriero' era riuscito a compiere una parziale visione degli affreschi, che andavano a sostituire nella volta della Sistina il magnifico cielo stellato dipinto da Pier Matteo d'Amelia, di certo ispirato dalla padovana Cappella degli Scrovegni. Una meraviglia che perfettamente si armonizzava con le decorazioni volute Sisto IV, anche lui un della Rovere, che aveva fatto edificare tra il 1477 e il 1483 la Cappella. A tal scopo erano stati chiamati i maestri indiscussi del '400 italiano da Botticelli al Ghirlandaio, da Signorelli a Perugino, il quale coordino' il lavoro dei ponteggi e realizzò per la parete dell'altare 'La Nativita' di Cristò e 'Mose' salvato dalle acqué, nonché la pala dell'Assunta. La nuova commessa di Giulio II si rese necessaria per la grande crepa che si era prodotta sulla volta per un inclinamento della parete meridionale. Vasari racconta che fu proprio il Bramante, uno dei maggiori sostenitori di Raffaello Sanzio, a suggerire al pontefice il nome di Michelangelo, conosciuto soprattutto come scultore. Tra il Buonarroti e il genio urbinate si stava consumando un'aperta rivalità, e il primo architetto del papa, sicuro che Michelangelo non sarebbe stato in grado di eguagliare i capolavori di Raffaello, secondo l'autore delle Vite trovò questo espediente per "levarselo dinanzi". Anche per la soluzione di mettere a punto dei ponteggi idonei a quell'impresa (la volta è a 20 metri da terra), Bramante elargì consigli dubbi, tali da danneggiare lo stesso edificio. Capita l'antifona, prosegue il Vasari, l'artista fiorentino decise di costruirsi da solo l'impalcatura e affrontò quell'immane lavoro con pochi collaboratori fidatissimi. I problemi arrivarono subito con lo strato di intonaco steso sulla volta, che cominciò ad ammuffire perché troppo bagnato. Michelangelo dovette rimuoverlo e ricominciare da capo, ma provò una nuova miscela creata da uno dei suoi assistenti, Jacopo l'Indaco. Questa non solo resistette alla muffa, ma entrò anche nella tradizione costruttiva italiana. Inizialmente il Buonarroti era stato incaricato di dipingere solo dodici figure, gli Apostoli, ma presto l'impegno cambiò. Su sua richiesta, ritenendo il progetto iniziale "cosa povera", ricevette da Giulio II un secondo incarico che lasciava all'artista la piena ideazione del programma. In solitudine Michelangelo si mise all'opera e concepì una possente architettura in cui inserì nove Storie centrali, raffiguranti episodi della Genesi, con ai lati figure di Ignudi, a sostenere medaglioni con scene tratte dal Libro dei Re. Alla base della struttura architettonica, ecco i dodici Veggenti, Profeti e Sibille, assisi su troni monumentali contrapposti più in basso agli Antenati di Cristo, raffigurati nelle Vele e nelle Lunette. Nei quattro Pennacchi angolari, l'artista rappresentò infine alcuni episodi della salvazione miracolosa del popolo d'Israele. Durante l'impresa, Michelangelo pretese che nessuno vedesse il suo capolavoro, rifiutando regolarmente le richieste di Giulio II di ammirare, insieme alla sua corte, lo stato dei lavori. Il rivale Raffaello, che in realtà ne comprendeva il genio, riuscì nel 1510 a contemplare parzialmente la prima parte degli affreschi e ne rimase così colpito da inserire un ritratto di Michelangelo (l'Eraclito) nella Scuola d'Atene. E quando fu necessario smontare parte dei ponteggi, anche il papa e il suo seguito videro quello che il Buonarroti stava realizzando. L'artista stesso si rese conto che doveva portare delle modifiche al suo modo di dipingere. Nelle scene del Peccato originale e della Cacciata dal Paradiso Terrestre e nella Creazione di Eva la raffigurazione divenne quindi più spoglia, con corpi più grandi e massicci, accentuando la grandiosità delle immagini. Ma non cedette mai alle pressioni del pontefice per aggiungere più oro e decorazioni. Nel tardo pomeriggio del 31 ottobre 1512, Giulio II inaugurò la conclusione della volta della Cappella Sistina celebrando la liturgia dei Vespri alla vigilia di Ognissanti.
Lo stesso gesto che per omaggio al capolavoro assoluto di Michelangelo ripeterà a 500 anni di distanza esatti papa Benedetto XVI.
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Sinodo, simpatia per il mondo. Intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović (Sir)
Simpatia per il mondo
Intervista con il segretario generale, mons. Nikola Eterović
Si è conclusa ieri, con la messa celebrata dal Papa nella basilica vaticana, la XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla “nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (Vaticano, 7-28 ottobre 2012). Durante l’omelia, Benedetto XVI ha tracciato le tre linee pastorali emerse dall’Assise sinodale: la rinascita della vita sacramentale, la missione presso quanti ancora non conoscono il messaggio di salvezza di Gesù e il rinnovato annuncio ai battezzati che si sono allontanati dalla fede. Per un primo bilancio dei lavori sinodali Vincenzo Corrado, per il Sir, ha rivolto alcune domande a mons. Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei vescovi.
Eccellenza, è possibile tracciare un primo bilancio di quest’Assemblea?
“Il bilancio è del tutto positivo. In primo luogo i partecipanti all’Assemblea hanno sperimentato la cattolicità della Chiesa. All’Assise sinodale hanno partecipato vescovi, rappresentanti dell’episcopato di tutti e cinque i continenti. A essi occorre aggiungere anche i capi delle Chiese orientali cattoliche. Vi hanno preso parte anche vari uditori e uditrici, come pure esperti di varie nazionalità, lingue e culture. Essi hanno condiviso la loro esperienza personale e comunitaria della fede cristiana vissuta nelle rispettive Chiese particolari. Se ne percepiva in modo concreto l’unità della fede nella varietà arricchente delle sue espressioni. I partecipanti all’Assemblea hanno poi vissuto una squisita comunione ecclesiale. Sotto l’attenta presidenza di Benedetto XVI, capo del collegio episcopale e pastore della Chiesa universale, i vescovi e gli altri partecipanti si sentivano a casa loro, liberi di condividere le gioie e le preoccupazioni delle Chiese nei Paesi di provenienza. In un ambiente di preghiera, ascolto, dialogo e approfondita riflessione, si è sentita la presenza dello Spirito Santo, principale protagonista dell’Assemblea sinodale che ha, in definitiva, guidato i nostri lavori. Occorre tenere presente tale realtà anche per valutare in modo adeguato i documenti che i Padri sinodali hanno approvato. Pur essendo importanti, essi non esauriscono la ricca esperienza sinodale”.
La “nuova evangelizzazione” è stata “analizzata” da diversi punti di vista. Quali sono stati i temi maggiormente sottolineati?
“‘Il rinnovamento spirituale dei cristiani e della Chiesa’. Tutti siamo invitati alla santità. Tutti dobbiamo pertanto convertirci per diventare autentici discepoli del Signore. I veri evangelizzatori sono i santi. Essi sapranno trovare linguaggi adeguati per annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo all’uomo contemporaneo. I Padri sinodali hanno sottolineato il ruolo fondamentale della ‘famiglia cristiana’ nella trasmissione della fede. È stato poi messo in luce il ruolo essenziale della ‘parrocchia’ nella vita ecclesiale. Insieme con metodi tradizionali della pastorale, sempre validi, occorre promuovere anche una sana creatività per cercare di avvicinare a Gesù Cristo e alla sua Chiesa le persone battezzate che però non vivono le esigenze della loro fede. La vita autentica dei cristiani dovrebbe attirare anche loro alle rispettive comunità perché possano riscoprire la gioia di essere cristiani a livello personale, familiare e sociale”.
Che significato ha avuto la presenza di delegati fraterni al Sinodo?
“La loro presenza ha sottolineato la dimensione ecumenica dell’Assise. Per la prima volta a un Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica hanno partecipato due capi delle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono in piena unione con la Chiesa cattolica: Sua Santità Bartolomeo I, arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca ecumenico, e Sua Grazia Rowan Douglas Williams, arcivescovo di Canterbury e Primate di tutta l’Inghilterra e della Comunione anglicana. Inoltre hanno partecipato 15 delegati fraterni. L’evangelizzazione impegna tutti i cristiani. La loro maggiore fedeltà a Gesù Cristo e, dunque, la loro maggiore unità favorirà notevolmente l’impegno urgente della nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo”.
Al Sinodo ha partecipato anche Werner Arber, presidente della Pontificia Accademia delle scienze.
“Il dott. Werner Arber è anche professore di microbiologia nel Biozentrum dell’Università di Basilea (Svizzera) e vincitore del Premio Nobel per la medicina del 1978. Egli ha parlato del rapporto tra scienza e fede, indicando la complementarità tra la ragione e la fede, due campi distinti ma per niente in contraddizione, anzi essi si completano se intesi bene, secondo la specificità di ognuno. Il rapporto tra fede e ragione è un tema importante della nuova evangelizzazione”.
Si è parlato molto anche di globalizzazione, secolarizzazione, migrazioni, ateismo, crisi della politica...
“È il nostro mondo, l’ambiente in cui i cristiani vivono, con aspetti positivi e altri problematici e talvolta avversi. Nelle riflessioni sinodali è prevalso un senso positivo, di simpatia nei riguardi dell’uomo e del mondo contemporaneo, ovviamente senza nascondere aspetti non accettabili se sono contrari ai valori cristiani. I cristiani sono chiamati, soprattutto i laici, ad animare la società secondo le indicazioni del Vangelo e con la forza della grazia dello Spirito Santo, dono del Signore risorto. Per questo devono essere adeguatamente formati. Alla preparazione professionale, devono unire anche quella spirituale e in qualche modo teologica. Per impegnarsi nel campo sociale e politico devono inoltre conoscere sufficientemente la dottrina sociale della Chiesa”.
Nel “Messaggio al popolo di Dio”, sintesi dei lavori sinodali, viene sottolineato che “la Chiesa è viva e affronta con il coraggio della fede e la testimonianza di tanti suoi figli le sfide poste dalla storia”. Quali prospettive per il futuro?
“Il Messaggio rispecchia le riflessioni sinodali su vari aspetti della vita ecclesiale e sociale. Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori sinodali hanno tante ragioni per ringraziare il Signore per la vitalità della Chiesa nel mondo intero, percorrendo spiritualmente la ‘geografia ecclesiale’ dell’orbe. Il Santo Padre, per esempio, ha ricordato la rinascita della Chiesa in Cambogia e in Norvegia. Sono state poi presentate le situazioni in cui i cristiani, par vari motivi, si trovano in difficoltà: in Siria, in Nigeria, nel Mali, ad Haiti, nella Repubblica Democratica del Congo. Vari Padri sinodali hanno ricordato la testimonianza dei cristiani fino al martirio in diversi Paesi. Tale realtà, però, non deve indurre al pessimismo e alla passività. Sono al contrario segni della vitalità della Chiesa. Piena di fiducia nel Signore risorto, che ha promesso di accompagnarla durante il suo pellegrinaggio terreno – ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ –, essa continua con coraggio la sua missione di evangelizzazione in tutti i Paesi”.
Quest’anno, per la prima volta, si è deciso d’indirizzare l’ultima parte del “Messaggio” alle Chiese delle diverse regioni del mondo. Perché questa scelta e quali le principali “richieste”?
“La Chiesa cattolica abbraccia tutti i popoli in tutti i continenti. Tale unità, però, si esprime nella varietà delle culture e delle situazioni sociali. Per tale motivo, la parte finale del Messaggio è indirizzata ai fedeli di ognuno dei cinque continenti. Del resto, la nuova evangelizzazione e la trasmissione della fede cristiana hanno caratteristiche proprie in ogni continente. Le loro specificità, però, arricchiscono la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica. Si tratta, in qualche modo, di uno scambio di doni per il bene dell’intera Chiesa cattolica”.
I Padri sinodali hanno consegnato al Papa 58 “Propositiones” con preghiera di redigere un documento presentando a tutta la Chiesa i risultati del Sinodo. Nel frattempo, quali sono le attese e le scelte prioritarie per le comunità?
“I Padri sinodali sono chiamati a diffondere lo spirito dell’Assemblea sinodale in seno alle proprie Conferenze episcopali e ai Sinodi delle Chiese orientali cattoliche. Ovviamente, potranno fare ciò presentando in modo appropriato i documenti del Sinodo, soprattutto il ‘Messaggio al Popolo di Dio’ che è stato accolto unanimemente. Esso è stato tradotto nelle 5 lingue ufficiali del Sinodo dei vescovi. Molti Padri sinodali si sono impegnati per far tradurre tale documento in altre lingue, affinché i fedeli possano essere tempestivamente informati sulle riflessioni sinodali in attesa dell’Esortazione apostolica postsinodale che, a suo tempo, il Santo Padre pubblicherà. Per benevolenza del Sommo Pontefice è stata pubblicata anche una versione non ufficiale in lingua inglese delle Proposizioni approvate dai Padri sinodali. La versione originale in latino è destinata al Romano Pontefice e non sarà pubblicata”.
Un’ultima domanda: quali gli impegni futuri per la segreteria del Sinodo?
“Occorre raccogliere e ordinare l’abbondante documentazione dell’Assise sinodale appena terminata. Prossimamente, il 26 novembre si riunirà il Consiglio ordinario della segreteria generale del Sinodo dei vescovi per cominciare la riflessione in vista della redazione dell’Esortazione apostolica postsinodale. Fra qualche mese bisognerà incominciare la preparazione della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che dovrebbe avere luogo nel 2015, l’anno della conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II. Inoltre, la segreteria generale deve svolgere la sua attività regolare sotto la guida del Santo Padre per promuovere l’unità e la comunione all’interno del collegio episcopale”.
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Giornalisti iracheni in visita in Vaticano (Colagrande)
Giornalisti iracheni in visita in Vaticano
Venti giornalisti iracheni, in rappresentanza di 16 testate, tra agenzie, tv e carta stampata, sono in questi giorni a Roma per un corso di formazione promosso dal Ministero degli affari esteri italiano e organizzato dal Gruppo AdnKronos.
I giornalisti coinvolti, 3 donne e 17 uomini selezionati dall'Ambasciata italiana a Baghdad, attraverso visite e lezioni, hanno l'opportunità di confrontarsi con il mondo dei mass-media e delle istituzioni italiane. L'iniziativa si basa sulla consapevolezza del contributo che l'informazione libera può portare alla riconciliazione e alla ricostruzione del tessuto sociale in un Paese ancora innsanguinato dalla violenza a quasi dieci anni dalla caduta di Saddam.
Presso la Sala Stampa della Santa Sede i giornalisti iracheni hanno incontrato il direttore, p. Federico Lombardi sj, che ha illustrato loro il funzionamento della macchina informativa vaticana.
"La stampa irachena si sta evolevendo, diventando sempre più libera, meno governativa e più coraggiosa" ci spiega in un'intervista Muamal Majeed Hameed, giornalista della tv satellitare irachena.
"La visita alla Sala Stampa vaticana - aggiunge - è stata un'esperienza unica. Vedere come il Vaticano cura la comunicazione anche con i paesi non-cattolici è stato molto interessante".
"Il ruolo della stampa in questo momento della vita politica dell'Iraq è fondamentale.
Dal 2003 i giornalisti del nostro Paese hanno preso coscienza che non si può sempre restare imparziali, ma a volte bisogna prendere posizione.
Fotografare la realtà, raccontarla alle persone per permettere loro di formarsi una coscienza critica è molto difficile, ma sappiamo che è l'unica strada per ridare la pace a un Paese che ha sofferto molto in questi ultimi anni".
(A cura di Fabio Colagrande, traduzione interviste a cua di Mehdi Achour Bouakkaz)
http://it.radiovaticana.va/105/Articolo.asp?c=634105
Quattro chiacchiere con il pianista del Papa: io, Dio e la musica (Grana)
Clicca qui per leggere il commento.
Il Papa appoggia l'ingresso della Croazia in UE, verso la soluzione del caso di Dajla (Izzo)
PAPA: APPOGGIA INGRESSO CROAZIA IN UE, VERSO SOLUZIONE CONTENZIOSO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 set.
Benedetto XVI ha confermato oggi "l'appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea".
Lo ha fatto in una nota diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede al termine del colloquio con il premier croato Zoran Milanovic, che in Vaticano ha incontrato anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che era accompagnato dall'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.
"I cordiali colloqui - si legge nel testo - hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni sulle sfide che il Paese deve affrontare nell'attuale crisi economica, come pure sui temi di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali. E ci si e' soffermati sulla congiuntura regionale, con uno speciale riferimento alla situazione dei Croati nella Bosnia ed Erzegovina".
Il comunicato rende noto anche che il premier ha parlato con il Papa e Bertone anche sul caso di Dajla, la proprieta' lasciata in eredita' alla abbazia benedettina di Praglia, nazionalizzata e poi restituita alla diocesi di Pola dal Governo e che la Santa Sede ha chiesto di far tornare ai monaci italiani che ne sono i legittimi proprietari. La vicenda ha registrato il rifiuto del vescovo locale (poi dimissionato) ad obbedire al Papa e un pesante intervento dello Stato croato, che ha rinazionalizzato terreni e edifici contesi. In merito, si legge nella nota di oggi, "le due Parti hanno concordato di risolvere la questione il piu' presto possibile,
nello spirito della tradizionale amicizia fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia" che proprio oggi fesetggiano i 20 anni di relazioni diplomatiche (nel '92, con il riconoscimento concesso a Zagabria in anticipo rispetto alla comunita' internazionale, Giovanni Paolo II tento' di fermare la guerra nei Balcani.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 set.
Benedetto XVI ha confermato oggi "l'appoggio della Santa Sede alle legittime aspirazioni della Croazia alla piena integrazione europea".
Lo ha fatto in una nota diramata dalla Sala Stampa della Santa Sede al termine del colloquio con il premier croato Zoran Milanovic, che in Vaticano ha incontrato anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, che era accompagnato dall'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.
"I cordiali colloqui - si legge nel testo - hanno permesso un fruttuoso scambio di opinioni sulle sfide che il Paese deve affrontare nell'attuale crisi economica, come pure sui temi di comune interesse nel quadro dei rapporti bilaterali. E ci si e' soffermati sulla congiuntura regionale, con uno speciale riferimento alla situazione dei Croati nella Bosnia ed Erzegovina".
Il comunicato rende noto anche che il premier ha parlato con il Papa e Bertone anche sul caso di Dajla, la proprieta' lasciata in eredita' alla abbazia benedettina di Praglia, nazionalizzata e poi restituita alla diocesi di Pola dal Governo e che la Santa Sede ha chiesto di far tornare ai monaci italiani che ne sono i legittimi proprietari. La vicenda ha registrato il rifiuto del vescovo locale (poi dimissionato) ad obbedire al Papa e un pesante intervento dello Stato croato, che ha rinazionalizzato terreni e edifici contesi. In merito, si legge nella nota di oggi, "le due Parti hanno concordato di risolvere la questione il piu' presto possibile,
nello spirito della tradizionale amicizia fra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia" che proprio oggi fesetggiano i 20 anni di relazioni diplomatiche (nel '92, con il riconoscimento concesso a Zagabria in anticipo rispetto alla comunita' internazionale, Giovanni Paolo II tento' di fermare la guerra nei Balcani.
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Paesi di missione (Vian)
Paesi di missione
Era la fine di una tremenda estate di guerra quando, il 12 settembre 1943, a Lione uscì un piccolo libro il cui titolo -- La France, pays de mission? -- sarebbe divenuto famoso perché emblematico della situazione in cui si trovava la Chiesa. Ne erano del resto perfettamente coscienti gli autori, due cappellani della Jeunesse ouvrière catholique a cui l'arcivescovo di Parigi, il cardinale Emmanuel Suhard, aveva commissionato un rapporto sulla situazione religiosa degli ambienti operai parigini: «Non inganniamoci: domani non è più solo la nostra patria, è il mondo intero che rischia di essere “paese di missione”; quello che noi viviamo oggi, i popoli lo vivranno a loro volta» scrivevano infatti Henri Godin e Yvan Daniel.
Proprio a quell'analisi, lucida e appassionata, si è richiamato Benedetto XVI, sintetizzando con efficacia il senso dell'assemblea sinodale appena conclusa e sottolineando l'ininterrotto cammino della Chiesa nella contemporaneità. Sulla base di quella coscienza e dal convergere di diverse correnti maturate nel cattolicesimo del Novecento venne infatti alla luce l'intuizione di Giovanni XXIII di convocare un concilio su cui a lungo avevano pensato i suoi predecessori. E tra gli esiti più fecondi del Vaticano II -- di cui si è appena celebrato il cinquantesimo anniversario -- vi è senza dubbio l'istituzione, voluta da Paolo VI, del Sinodo dei vescovi, espressione reale di quella collegialità che è insita nella tradizione cristiana.
Attorno al successore dell'apostolo Pietro -- presente con assiduità al dibattito sinodale, dove «ho ascoltato e raccolto molti spunti di riflessione e molte proposte» ha detto Benedetto XVI -- tutta la comunità cattolica mondiale era «rappresentata e, dunque, coinvolta». Non si ricorderà mai abbastanza infatti che il termine greco sýnodos rimanda all'idea di un cammino percorso insieme; un concetto che il Papa ha esplicitato parlando della «bellezza di essere Chiesa, e di esserlo proprio oggi, in questo mondo così com'è, in mezzo a questa umanità con le sue fatiche e le sue speranze». Con un linguaggio che ha voluto con evidenza richiamarsi alla temperie conciliare il vescovo di Roma ha così confermato che il cammino dei cristiani non è solo caratterizzato e testimoniato dalla loro comunione, ma è un cammino compiuto, con apertura e amicizia, insieme alle donne e agli uomini del nostro tempo.
Nessuna chiusura, dunque, nessun pessimismo nelle parole di Benedetto XVI, ma la consapevolezza che l'umanità di oggi è come il cieco Bartimeo del Vangelo, che sant'Agostino ipotizza «decaduto da prosperità molto grande» e che secondo il Papa «potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio», divenendo così «mendicanti del senso dell'esistenza». L'assemblea sinodale ha così riflettuto e discusso la necessità di un annuncio del Vangelo che ha bisogno di metodi nuovi e di «nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo» e «creatività pastorale» ha sintetizzato Benedetto XVI. Che alla fine ha pregato con le parole di Clemente di Alessandria, rivolte a quella luce che ha brillato una volta per tutte, «più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù».
g.m.v.
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
Benedetto XVI conclude l’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi riaffermando l’urgenza della nuova evangelizzazione (O.R.)
Benedetto XVI conclude l’assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi riaffermando l’urgenza della nuova evangelizzazione
La luce che apre gli occhi dell’uomo
Appello per la solidarietà con le popolazioni di Cuba, Haiti, Giamaica e Bahamas colpite da un devastante uragano
«L’urgenza di annunciare nuovamente Cristo dove la luce della fede si è indebolita e il fuoco di Dio chiede di essere ravvivato» è stata ribadita dal Papa all’omelia della messa di chiusura del Sinodo dei vescovi, presieduta nella basilica di San Pietro domenica mattina, 28 ottobre.
Le tematiche affrontate durante le tre settimane di lavori della XIII assemblea generale hanno avuto eco nell’omelia di Benedetto XVI, incentrata sulla figura del cieco Bartimeo. Commentando la pagina evangelica di Marco, riguardante l’ultima guarigione miracolosa compiuta da Gesù prima della passione, il Papa ha spiegato come non sia casuale che si parli di una persona «i cui occhi hanno perso la luce.
Sappiamo — ha aggiunto — che la condizione di cecità rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita». Allora diventa «essenziale riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre». Dunque Bartimeo è un modello: «rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato». Tanto che «nell’incontro con Cristo, vissuto con fede», egli «riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità».
Per questo per Benedetto XVI «è significativo che mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla nuova evangelizzazione, la liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo». E poiché «la nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa», il Pontefice ha riproposto le tre linee pastorali emerse dal Sinodo: catechesi appropriate per la preparazione ai sacramenti dell’iniziazione e della penitenza; rilancio della missione dove l’annuncio non è ancora giunto e nei Paesi di antica tradizione cristiana; dialogo, attraverso metodi e linguaggi nuovi, con le persone battezzate che però si sono allontanate dalla Chiesa.
Di sinodo il Papa ha parlato poi all’Angelus, definendolo «un momento forte di comunione ecclesiale». Dopo la preghiera mariana, il Pontefice ha anche ricordato il devastante uragano abbattutosi su Cuba, Haiti, Giamaica e Bahamas e il terremoto in Calabria e Basilicata.
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
Immigrati, Santa Sede: nessuno Stato ha il diritto di respingerli (Izzo)
IMMIGRATI: SANTA SEDE, NESSUNO STATO HA DIRITTO DI RESPINGERLI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 ott.
"Ci sono leggi e lo Stato deve difendere l'identita' culturale, di benessere, dei suoi propri cittadini. Questo non significa, pero', cacciare i migranti".
Il cardinale Antonio Maria Veglio' commenta cosi' le parole del Papa che nel Messaggio per la Giornata delle migrazioni ribadisce due diritti che sono apparentemente in contraddizione: quello delle persone all'emigrazione e quello degli Stati a regolare i flussi.
"Ci sono leggi e lo Stato - spiega il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti - deve difendere l'identita' culturale, di benessere, dei suoi propri cittadini. Questo non significa pero' - chiarisce il poporato - cacciare i migranti".
Secondo Veglio', "di fronte al processo migratorio, non e' che uno lo incoraggia o lo scoraggia. Si cerca di risolvere i problemi che questo processo comporta".
"Io credo - spiega - che nessuno Stato al mondo abbia il diritto di cacciare i migranti, ma nessuno Stato al mondo deve essere cosi' 'naif' che tutti quelli che vogliono entrare nel suo Stato possano farlo".
Per il capo dicastero, "la Chiesa ha un ruolo importante nel processo della integrazione" in quanto pone l'accento sulla centralita' e sulla dignita' della persona con la raccomandazione a tutelare le minoranze, valorizzando le loro culture, il contributo delle migrazioni alla pacificazione universale, la dimensione ecclesiale e missionaria del fenomeno migratorio, l'importanza del dialogo e del confronto all’interno della societa' civile, della comunita' ecclesiale e tra le diverse confessioni e religioni".
Nella conferenza stampa, il segretario del Pontificio Consiglio, monsignor Joseph Kalathiparambil, ha richiamato l'attenzione sui rifugiati e richiedenti asilo, e su quello che ha definito il loro "calvario per la sopravvivenza", fatto spesso di abbandono, di abusi, e di camion e carrette del mare come mezzi di una fuga verso la speranza".
"Alcuni ad esempio - racconta il prelato indiano - devono camminare per settimane intere prima di varcare la frontiera di un Paese africano orientale. Purtroppo, durante questi esodi, non raro che una madre perda uno o piu' figli, a causa di privazioni o stremati dalle fatiche, come e' successo in Sudan”.
Ci sono poi, conclude il segretario, "gli sciacalli che sfruttano la miseria di queste persone".
© Copyright (AGI)
Lo spirito di Assisi e i fondamenti del dialogo. Bussando alla porta delle religioni (Gerhard L. Müller)
Lo spirito di Assisi e i fondamenti del dialogo
Bussando alla porta delle religioni
Nella mattina di lunedì 29 ottobre si è svolto ad Assisi un incontro promosso dai Frati minori per ricordare la giornata di preghiera per la pace tenutasi ventisei anni fa nella città umbra alla presenza di Giovanni Paolo II e quella convocata un anno fa da Benedetto XVI. «Lo spirito di Assisi: pellegrini della verità, pellegrini della pace. La consegna del 27 ottobre» è il tema sul quale ha parlato il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
S.E. Mons. Gerhard L. Müller,
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Assisi, 29 ottobre 2012
1. Vi è un profondo legame fra la città di Assisi e la figura di San Francesco: perciò si scelse nel 1986 questo luogo per il primo incontro fra i rappresentanti delle principali religioni. Francesco d’Assisi è stato uomo di pace e la città – che ha dato i suoi natali a questo grande Santo e ne custodisce le spoglie mortali – in qualche modo, grazie a lui è divenuta un luogo simbolico per la pace. Francesco è stato maestro della pace. Egli poteva parlare con autorevolezza della “pace”, perché la portava nel cuore e la diffondeva intorno a sé, con parole ed opere. La pace che Francesco aveva dentro di sé nasceva da un’intima comunione in Gesù Cristo, di cui Francesco era divenuto, nello stesso tempo, testimone e mendicante.
Così il beato Giovanni Paolo II ha voluto che proprio Assisi rendesse testimonianza al fatto che il dono della pace è profondamente connesso con la domanda religiosa che sgorga dal cuore di ogni uomo e che gli uomini, nella loro ricerca religiosa, devono impegnarsi fattivamente per la pace, offrendo un contributo prezioso per la causa della pace. Egli aprì quel primo storico incontro con una accorata invocazione che risuona ancora oggi in mezzo a noi: “Possa la pace venire a noi e riempire i nostri cuori!”.
Spesso il Santo di Assisi è ricordato anche per il Cantico delle creature, per quel poema con cui, dal riconoscimento commosso della bontà delle creature, egli s’innalza alla bontà ancor più grande del loro Creatore. Ma non sempre si ricorda anche che Francesco compose quel Cantico, solo dopo aver ricevuto il dono tremendo delle “stimmate”. Ciò significa che la limpida gratitudine di quella lirica è sorta in cuore a San Francesco soltanto dopo che egli ha talmente fissato il suo sguardo e immerso il suo cuore nel Crocifisso da esserne anche fisicamente segnato, cioè “stigmatizzato”.
Strada maestra per la pace, per Francesco, è stata dunque la via della Croce di Gesù Cristo. La Croce, non a caso, segna l’inizio e il compimento della sua vocazione: egli si converte davanti al Crocifisso e muore totalmente immedesimato con lui. È stata dunque la Croce che ha deposto nel cuore di Francesco un seme di pace e lo ha fatto fiorire in un canto di gratitudine a Dio.
La vita di San Francesco documenta efficacemente come la contemplazione e l’immedesimazione col mistero dell’Incarnazione e della Redenzione – che culminano nella Croce – siano la sorgente di quella luce che permette all’uomo di cogliere la ricchezza del creato e del suo stesso destino. Da qui sgorga anche la vera pace, che inondava il cuore di Francesco. Questa è la profondità a cui ci conduce Francesco e che rimane come un orizzonte luminoso per la riflessione attorno allo “spirito di Assisi”.
Lo “spirito di Assisi” non può non riprendere il carisma di San Francesco e la spiritualità di quel cantore della creazione e ammiratore attraverso il creato di quel Dio, che si è definitivamente rivelato nell’Incarnazione del Verbo. La spiritualità del più illustre figlio di Assisi è cristica e incarnatoria nel senso che si nutre continuamente della contemplazione del mistero del Natale di Gesù e della passione e morte del Salvatore.
2. Nell’incontro di Assisi, tenutosi il 27 ottobre del 2011, il Santo Padre Benedetto XVI si propose di fare il punto sulla “causa della pace” a partire dal raduno del 1986. Egli disse: “che cosa è avvenuto in seguito? Purtroppo non possiamo dire che da allora la situazione sia caratterizzata da libertà e pace…”. E, annoverando fra i principali nemici della pace anche “il terrorismo motivato religiosamente”, ribadì con forza che la violenza “non è la vera natura della religione”. Quindi aggiunse: “qui si colloca un compito fondamentale del dialogo interreligioso”, e pose a tema un interrogativo radicale: qual è “la vera natura della religione?”(1). La riflessione su questa rinnovato messaggio consegnatoci il 27 ottobre scorso non può dunque prescindere dal rispondere a questa domanda fondamentale.
3. Che cosa è la religione? Anzitutto cerchiamo di comprendere a quale livello nasce il senso religioso nell’uomo. Guardando, con animo aperto, la realtà creata, l’uomo può riconoscere l’esistenza di Dio, come “principio e fine di tutte le cose”(2). Egli inoltre desidera vedere quel Dio di cui riconosce l’esistenza e da cui, come creatura, dipende. Insita nella religiosità vi è quindi anche una certa qual dichiarazione dell’identità metafisica dell’uomo. Per natura, l’uomo è religioso e, scoprendo l’esistenza di Dio, scopre che il suo ultimo destino trascende questo mondo. Proprio per questo egli si indirizza verso Colui che è il Creatore di tutta la realtà e cerca di entrare in rapporto con Lui. Questa prospettiva – ampliata, custodita e coltivata attraverso gli atti religiosi – esprime la naturale apertura dell’uomo all’Assoluto e gli offre un’asse morale che lo spinge a superare continuamente i suoi limiti.
Nella religiosità vi è poi anche un’altra percezione: la percezione di una dimensione “provvidenziale” presente nel cosmo. Tale riconoscimento, quando diviene consapevole, inclina l’uomo ad un atteggiamento di fiducia nei confronti del suo Creatore, specie nei momenti di difficoltà. Vi è qui dunque un punto di appoggio e di equilibrio che la religiosità naturale offre alla psiche umana immersa nel travaglio degli eventi. Perciò la religiosità può essere anche un elemento importante per la maturazione di un autentico umanesimo.
La ragione umana – o l’intellectus, come direbbe San Tommaso – scopre di essere aperta ed attratta dalla verità, e che la volontà s’indirizza naturalmente verso il bene. L’uomo desidera, anzi, in pienezza la verità e il bene, per un impulso inestirpabile che cova nel suo cuore. A tal livello, la ricerca dell’ultimo e sommo verum et bonum rivela che la religiosità è un fenomeno strutturante della persona umana.
4. Proprio a partire da questo sguardo sull’uomo – ponendosi sul piano di una mera antropologia filosofica – il beato Giovanni Paolo II ha impostato il primo incontro di Assisi, dove pronunciò le seguenti parole: “Con le religioni mondiali condividiamo un comune rispetto e obbedienza alla coscienza, la quale insegna a noi tutti a cercare la verità, ad amare e servire tutti gli individui e tutti i popoli … Noi tutti siamo sensibili e obbedienti alla voce della coscienza … Potrebbe essere diversamente, giacché tutti gli uomini e le donne in questo mondo hanno una natura comune, un’origine comune e un comune destino?”(3). “Due cose sembrano avere suprema importanza e l’una e l’altra sono comuni a noi. La prima … è l’imperativo interiore della coscienza morale, che ci ingiunge di rispettare, proteggere e promuovere la vita umana, dal seno materno fino al letto di morte, … l’imperativo di superare l’egoismo, la cupidigia e lo spirito di vendetta. La seconda cosa comune è la convinzione che la pace va ben oltre gli sforzi umani”(4).
Queste asserzioni attirano l’attenzione sulla universale dignità umana e sulla coscienza personale, nella quale è custodito il nucleo della responsabilità morale dell’uomo e della sua dignità. La scoperta del carattere contingente delle creature infatti può condurre all’affermazione che Dio è distinto dal mondo. Il carattere teleologico del creato permette inoltre di parlare con ragione di un destino per l’uomo, inscritto nel suo stesso essere “creatura”. In quanto creatura di Dio ed a Lui somigliante, l’uomo beneficia di una natura spirituale, che reca in sé – come abbiamo accennato sopra – un anelito alla pienezza della verità e del bene, al rispetto dell’altro ed alla pace. Nello stesso tempo, però, lasciando spazio a questo anelito, l’uomo può scoprire dolorosamente che la pienezza della verità, del bene e della pace si trova fuori delle sue risorse naturali. Proprio su questo sentiero “interrotto” verso la plenitudo veri et boni fiorisce nell’uomo il riconoscimento della necessità di un “oltre” che va ben aldilà delle sue possibilità.
Affermare tutto ciò significa che una filosofia leale nel guardare alla condizione umana permette già di attingere ad alcune verità fondamentali per l’uomo. L’uomo, infatti, rivela in sé una dimensione religiosa, che è condizione per la ricerca di una base comune nel dialogo con i rappresentanti delle religioni non-cristiane. Giovanni Paolo II era cosciente di questo fatto ed era proteso a evidenziare tutto ciò. Contemporaneamente è possibile però notare che non tutte le religioni condividono gli stessi punti di partenza di questa riflessione. Ad esempio, una religione che non afferma la creazione e, al suo posto, insegna l’emanazione della realtà da Dio, non possiede lo stesso contesto culturale e le medesime categorie concettuali per affermare l’universalità della dignità umana. Così, se i diversi gradi sociali sono intesi come “caste”, la cui importanza dipende dal livello della loro emanazione dalla stessa divinità – alcune originarie ed altre più tardive e dunque peggiori – la scoperta e la difesa della dignità di ogni uomo e del suo destino saranno molto più difficili. Ancora, possiamo osservare che il panteismo e il manicheismo non generano quello stesso clima intellettuale da cui il Cristianesimo è condotto a credere che il mondo è creato, è buono, ed è dotato di un destino proveniente da un Dio personale e buono.
Similmente il riferimento alla coscienza è differente nelle diverse religioni. La coscienza, definita come atto della ragione pratica, appartiene alla natura spirituale dell’uomo. Nella prospettiva cristiana, dove si rispetta la coscienza personale che cerca la verità, le si attribuisce un locus etico primario e la dignità della persona eccelle. Invece, in una religione che dà prevalenza in modo indiscusso alla lettera dei propri testi sacri e in cui non vi è spazio per un intellectum quaerens, la stima della coscienza personale non potrà che risultare diminuita. E laddove la difesa contro il male non proviene da un giudizio della coscienza personale, ma solamente da un ambito estrinseco ad essa – magari imposta anche con violenza – per affermare uno specifico modello di vita, sarà indebolito, insieme alla coscienza, anche lo sviluppo della dignità personale e di una vita sociale libera.
Pur cosciente di queste differenze e di questi limiti, Giovanni Paolo II, confidando in una comune ed indelebile natura umana, non ha temuto di bussare alla porta delle religioni e degli uomini religiosi, chiedendo il rispetto della coscienza personale, dell’universale dignità umana, nonché della vita e della pace.
5. Bussare alla porta dell’umanità che esiste in ogni uomo e che si esprime nella sua religiosità, non significa che tutte le religioni sviluppatesi storicamente possano essere trattate come un’indistinta espressione della stessa esperienza umana. La Rivelazione di Dio non è la descrizione della universale esperienza religiosa umana. Le teorie pluralistiche delle religioni che si dirigono in questa direzione non sono dunque teologie fondate sulla Parola di Dio, e spesso cominciano con un a priori ingiustificato, secondo cui tutte le religioni in fondo sarebbero simili, negando o dubitando della possibilità di una reale comunicazione fra Dio e l’uomo. Vi è chi nega la possibilità stessa della Incarnazione, dell’assunzione della natura umana da parte di una Persona divina. Così, l’Incarnazione del Figlio di Dio, che è il cuore della fede cristiana, sarebbe ridotta ad una metafora poetica, bella ma irreale. Coloro che ragionano in questi termini negano l’a posteriori del fatto della Rivelazione storica e dell’Incarnazione stessa, in nome di un a priori metafisico che non consente di considerare la kenosi di Dio verso l’uomo come una realtà(5). Così, dopo aver parlato di un “Dio ignoto”, l’apostolo di Cristo compie il proprio annuncio: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (At 17,23).
Perciò una teologia autenticamente cristiana delle religioni non può accettare simili posizioni. Il riconoscimento del Dio Creatore, il fatto della Rivelazione storica e dell’Incarnazione, che culmina nel Mistero Pasquale di Gesù Cristo, non cancella le verità sull’uomo che la ragione può conoscere anche senza l’aiuto diretto della grazia e non impedisce che le religioni possano esprimere un senso morale ed una religiosità naturali. Il rispetto di questa religiosità può essere mantenuto insieme con la fede cristiana, perché la fede non è contro la ragione e lascia dunque spazio anche alla morale e alla religione naturali, riconoscendo però i limiti della natura laddove non è illuminata ed elevata dalla fede. Rispettare la coscienza religiosa dell’umanità non significa infatti dimenticare che le religioni storiche presentano anche ostacoli, come pure forme malate e disturbate di religione.
6. Dopo aver rilevato il valore e l’universalità della religiosità naturale, insieme ai suoi limiti, occorre poi notare anche la relazione e la differenza fondamentale tra questa e la fede. La fede è distinta dalla religiosità naturale(6). Essa è un dono, una virtù teologale ricevuta da Dio. Non è un prodotto della natura umana e anche se permette il perfezionamento della natura umana. La fede è una realtà soprannaturale, cioè un dono della grazia che viene da Dio ed ha per oggetto Dio che si rivela, il quale è l’origine e il compimento della stessa fede. Oggetto della religiosità naturale sono gli atti di culto a Dio, compiuti nel rispetto dovuto a Dio Creatore, che la ragione naturale può conoscere. Essenzialmente, il contenuto della fede è ricevuto attraverso la Rivelazione di Dio ed è trasmesso mediante l’insegnamento della Chiesa (cf. Ef 3,10). Gli atti di fede aprono alla potenza salvatrice di Dio (cf. Mc 5,30) e introducono alla vita soprannaturale, alla “vita eterna”(7).
Dio si nasconde nel mistero e può essere conosciuto solamente con la fede, non perché Egli sminuisca il valore dell’intelletto naturale umano, bensì perché la fede, con la forza della grazia, offre alla ragione maggiori certezze su Dio e la aiuta a riconoscerLo, ad avere fiducia in Lui, ad aprirsi alla Sua presenza. Nella fede Dio si rivela come un Dio personale, che ama come un Padre. Egli non si lascia confinare nel solo concetto di un Assoluto astratto, che la ragione magari percepisce, rispetta o teme. Da ciò si comprende quanto sia scorretto confondere la fede cristiana con la religiosità naturale e usare il termine “fede” per il credo delle religioni non-bibliche(8). Con ciò non si vuol negare la possibilità che Dio conceda di credere a coloro che non conoscono la Parola rivelata, né conoscono Cristo e la Chiesa, ma credono che Egli “esiste e ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11,6). In questo caso, bisogna però sottolineare che il credere, se non è nutrito dalla Parola di Dio e dai sacramenti della Chiesa, vive in una situazione di pericolo e rischia di essere deformata.
La fede illumina il valore della religiosità naturale, la quale offre l’humus adeguato alla prima, anche se soltanto la vita teologale donata da Dio attribuisce agli atti religiosi una profondità spirituale e un valore inattingibili con le sole forze e progresso umani. Dunque da quel centro interiore che è la religiosità, la religione può e deve essere valutata e purificata. Non bisogna allora giustapporre la religiosità alla fede. La fede, come dono di grazia, si innesta sulle naturali facoltà umane e produce un cambiamento noetico ed etico. Essa cambia la religiosità dal di dentro, assicurandole una fecondità sopranaturale, ed ex parte sua, la religiosità naturale offre alla fede un contesto che l’accoglie, la indirizza e le permette di esprimersi a tutti i livelli della natura umana.
7. La Chiesa cattolica e il Cristianesimo non rifiutano, pertanto, il dialogo con le religioni, proprio perché dalla fede cristiana proviene un rispetto verso la naturale sensibilità religiosa degli uomini(9). Il rispetto dovuto alla coscienza – anche nel caso in cui questa sembra essere nascosta in una religiosità incapace di discernere i valori morali e di esserne responsabile – esige un dialogo da compiere con passi lenti, nella paziente attesa dall’apertura della ragione alla pienezza della verità. La Chiesa, pur nutrendo fiducia nella grandezza della ratio – che invita a non chiudersi in limiti troppo riduttivi(10) e ad aprirsi alla ricerca della verità – nello stesso tempo sa che la sola ratio raramente può arrivare a scoprire le verità fondamentali. Solitamente solo pensatori, onesti e profondi, di acume non comune, giungevano, sulla base della ragione naturale, alla piena e rispettosa scoperta della dignità e del destino umani, del valore della pace e della solidarietà. È tuttavia da rimarcare che, ben conoscendo i limiti della ragione naturale, la Chiesa non perde la fiducia nella ragione e non accetta il pessimismo veritativo, che distingue gli ambienti nichilisti o relativisti. Proprio in nome della fiducia nelle capacità naturali della ragione, e confidando in esse, la Chiesa può impegnarsi nel dialogo interreligioso.
In secondo luogo, occorre ribadire che lo scopo del dialogo non è il dialogo in sé stesso. Lo scopo del dialogo è la conoscenza della verità. Il dialogo è un metodo che aiuta nel cammino verso la verità. Già il dialogo socratico serviva in questo senso, come strada per la ricerca filosofica della verità e per liberare la mente così da non allontanarsi dalla verità. Talvolta questi allontanamenti, benché nascosti ed incoscienti, sono motivati dal fatto che la verità conosciuta si rivela esigente. Avendo scoperto la verità occorre accettarne l’autorità, e, proprio perché è vera, occorre seguirla, anche se non tutti sono pronti ad accettare il necessario sforzo. A volte, l’uomo si chiude in posizioni relativistiche o in una semplificante religiosità naturale per sentirsi libero dalle esigenze della verità. Il relativismo preferisce il dubbio permanente per non lasciarsi obbligare dalla certezza della verità. Così, le religioni naturali possono offrire qualche risposta alle domande fondamentali dell’uomo, placare qualche inquietudine intellettuale e spirituale ed offrire un certo orizzonte di vita, sebbene talvolta esonerino dall’obbligo di cercare la verità nella sua pienezza e di informare la coscienza ad essa. Il dialogo interreligioso serve dunque a provocare l’uomo, perché si incammini con coraggio nella ricerca della verità e si apra con fiducia alle sue esigenze.
Inoltre, nel dialogo interreligioso si crea un contesto dove è possibile anche testimoniare la fede in Gesù Cristo. La Chiesa è obbligata dal perenne impegno missionario, che viene da Cristo stesso (Mc 16,15-16), proclamare il buon annuncio di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. Per un cristiano, pertanto, il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio. Tale rispetto e il dialogo non significano il dissolvimento del proprio credo in una religiosità generica, fondata sull’assioma della inconoscibilità di Dio, né la riduzione della fede cristiana al livello di un’espressione generica, comune ad altre forme di religiosità. Anzi, la Chiesa può proporre un dialogo vero solo a partire della verità su se stessa. Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica ed abbandonare l’unicità della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct. È giustificato e corretto solamente un dialogo condotto nella verità e nell’amore. Perciò la nostra fede, indirizzata verso Cristo, e la verità su noi stessi devono sempre avere un posto privilegiato in ogni occasione di dialogo dei cristiani con coloro che non lo sono.
A tal proposito, la fede è diversa da una posizione ideologica, che cerca di imporre sé stessa agli altri con la forza, ed esige un atteggiamento di apertura verso il prossimo, simile all’apertura verso Dio, nella fede e nella carità. La fede è un dono di Dio, che esige una libera e personale adesione. L’insegnamento sul carattere personale della fede, che sottende una libera disposizione e collaborazione è una costante nell’insegnamento della Chiesa – dal Concilio di Trento(11) fino al Concilio Vaticano II – e proprio qui trova il suo fondamento la libertà religiosa(12). Per tal motivo, nella trasmissione della fede, nella evangelizzazione e nel dialogo interreligioso la Chiesa esclude ogni forma di proselitismo che si basi su manipolazioni e falsità, perché mancherebbe di rispetto all’altro e al suo cammino personale. D’altronde, è da respingere anche la posizione di coloro che negano a Dio il diritto di offrire il dono della fede secondo la Sua divina generosità e rifiutano qualsiasi dialogo e collaborazione con i seguaci di religioni non-cristiane, come di coloro che – sul lato opposto – cadono nel relativismo religioso, oscurando la verità della Rivelazione cristiana(13) e il ruolo unico di Cristo nei confronti delle altre religioni.
Il dialogo con i seguaci delle religioni non-cristiane è una forma di testimonianza della fede, che dev’essere sempre rispettosa verso l’altro e la dignità della sua coscienza. È un dialogo da praticare sempre nella verità, che include ed accetta la missione, ricevuta da Gesù Cristo, di predicare il Vangelo fino alla fine dei tempi e agli estremi confini della terra. La dimensione missionaria della Chiesa non può essere sospesa nel dialogo interreligioso. In questo dialogo, come in ogni predicazione, vanno sempre ricordati due elementi. Ogni predicazione, dialogo e conversazione sulla fede saranno fruttuosi solamente se basati sulla grazia dello Spirito Santo. Questa grazia, quando è ricevuta da una fede viva(14), precede l’opera del predicatore, del missionario o del dialogante, ed agisce sia in colui che parla, sia in colui che ascolta. La fede è un dono di Dio, che permette un contatto con Dio. Essa introduce perciò alla vita soprannaturale e può “provocare” la fecondità di Dio stesso. È così che il dialogo diviene fruttuoso. Da qui deriva anche – ed è il secondo elemento – che, nel dialogo, il cristiano è chiamato a testimoniare Cristo e non se stesso. Ogni cristiano coinvolto in una qualsiasi conversazione attinente alla fede, deve “nascondersi” spiritualmente dietro Cristo, appoggiandosi alla sua grazia e non a se stesso: non promuovendo se stesso, ma Lui solo.
Il cristiano è dunque un testimone e non un possessore della verità. Come recentemente ha detto il Santo Padre: “Nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, [essa] è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi”(15). Il cristiano è allora un pellegrino, un viator che cammina nella verità, ed è ben cosciente del fatto che essa è un dono in cui egli deve inoltrarsi sempre più. Si tratta di un cammino personale, che vive in un preciso contesto comunitario, vale a dire nel contesto più ampio della Chiesa, donata agli uomini come “colonna e fondamento della verità” (1 Tm 3,15)(16).
8. Vivendo nella verità la sua fede, il cristiano non è autorizzato a modificarla per rendere il suo discorso più accettabile da parte di coloro che non credono, magari adattandola secondo criteri soggettivi. Il punto di partenza di una corretta teologia cristiana delle religioni è l’Incarnazione del Logos eterno di Dio: Egli si è fatto “carne”, “kai o logos sarx egeneto” (Gv 1,14), offrendosi per la salvezza dell’uomo nel Mistero Pasquale. “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1,16). Egli ci ha offerto “un nuovo regno di pace”(17). Infatti, l’Incarnazione del Verbo non è un’idea, uno schema, una categoria, ma un evento unico e concreto nella storia (cf. Eb 1,1-2).
Il principio ermeneutico che Cristo stesso offre ai due discepoli sulla strada di Emmaus si riferisce al progetto eterno del Padre: “Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26). Solamente quando si accetta nella fede il mistero di Cristo Crocifisso e Risorto, tale quale Egli è, questo rapporto vivo con Cristo diventa una luce nella quale si può interpretare tutto. La saggezza ultima è un dono dello Spirito Santo ed è data a chi crede in Cristo. Ogni dialogo, e soprattutto il dialogo interreligioso non deve dunque nascondere questo principio fondamentale.
Vale la pena ricordare il fatto che questo principio è stato alla base degli incontri di Assisi. La preghiera dei rappresentanti delle diverse religioni, riuniti nel 1986 non era una preghiera “comune” – che sarebbe una manifestazione di sincretismo – ma una preghiera pronunciata simultaneamente. Giovanni Paolo II, in quell’occasione, disse: “Andremo … ai nostri separati luoghi di preghiera … Poi … ciascuna religione avrà di nuovo la possibilità di presentare la propria preghiera, l’una dopo l’altra. Dopo aver così pregato separatamente, mediteremo in silenzio sulla nostra responsabilità di operare per la pace”(18).
9. La pace è un bene stimato da tutti. Tutta l’umanità aspira alla pace. Tuttavia “la pace, [essendo] così cagionevole di salute, richiede una cura costante e intensiva”(19). Essa, come ci insegna la tradizione della fede, è frutto della giustizia ed ancor più della carità. Le negoziazioni politiche per la pace, pur necessarie, possono solo risolvere alcuni problemi, stabilendo accordi e convenzioni. La pace autentica, che supera l’ingiustizia, che ama la verità e si apre all’universale solidarietà, è un dono che viene dall’alto(20) ed esige un’apertura a Dio. Essa si nutre di un rapporto vivo con Dio e di un rapporto con un Dio vivo e presente in mezzo a noi. Per noi cristiani la pace “porta il nome di Gesù Cristo”(21), di un Dio che è morto sulla Croce per noi. “La Croce di Cristo è per noi il segno del Dio che, al posto della violenza, pone il soffrire con l’altro e l’amare con l’altro. Il suo nome è ‘Dio dell’amore e della pace’ (2 Cor 13,11)”, ci ha ricordato Benedetto XVI proprio qui, ad Assisi, il 29 ottobre 2011.
In questa prospettiva – riconsegnataci dal Santo Padre – ritroviamo il nostro punto di partenza, vale a dire quel messaggio che sta al cuore della testimonianza e della vita di Francesco, il poverello di Assisi: nella Croce di Cristo vi è l’origine e il compimento della pace, di una pace autentica. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà mondo io la dò a voi” (Gv 14,27): così Gesù ci ha insegnato la strada verso la pace vera, offrendo la sua vita per noi, con amore. “Egli infatti è la nostra pace” (Ef 2,14). Seguendo Lui, anche noi diveniamo operatori efficaci di pace e di unità fra gli uomini. In Cristo, Crocifisso e Risorto, dimora in pienezza il dono dello Spirito Santo, che è lo Spirito di pace. A questo Spirito si attinge e si vuole attingere, a piene mani, quando ci si richiama allo “spirito di Assisi”. Proprio questo Spirito di Dio ci invita a guardare con fiducia alla Croce di Cristo, perché là si trovano la testimonianza e l’ermeneutica più eloquenti della pace.
(1) - Benedetto XVI, Discorso, Assisi, Basilica di Santa Maria degli Angeli, 27 ottobre 2011, cfr Lettera in occasione del XX anniversario dell’Incontro Interreligioso di Preghiera per la Pace, 2 settembre 2006.
(2) - Concilio Vaticano I, Cost. Dei Filius, 2; DH 3004.
(3) - Giovanni Paolo II, «Operatori di pace nel pensiero e nell’azione, con la mente e con il cuore rivolti all’unità dell’intera famiglia umana», Assisi, 27 ottobre 1986, n. 2: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 (1986), p. 1266. Cfr Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, 22 dicembre 1986.
(4) - Ibid., n. 4, p. 1267.
(5) - Cf. G.L. Müller, «Le basi epistemologiche di una teologia delle religioni», Unicità e universalità di Gesù Cristo, ed. M. Serretti, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 35-64.
(6) - Cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 81, a. 5.
(7) - Cf. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 4, a. 1: «Fides est habitus mentis, qua inchoatur vita aeterna in nobis, faciens intellectum assentire non apparentibus».
(8) - Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, n. 7.
(9) - Concilio Vaticano II, Dichiarazione Nostra aetate, n. 2; cfr Benedetto XVI, Esortazione Apostolica Post-sinodale Verbum Domini sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, n. 117; Discorso per l’Incontro con le Organizzazione per il Dialogo Interreligioso, Gerusalemme, 11 maggio 2009.
(10) - Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Fides et ratio, n. 56.
(11) - Decreto sulla giustificazione, c. 7, DS 1528-1531.
(12) - Dichiarazione Dignitatis humanae, n. 2, 9-10.
(13) - Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 2-6.
(14) - Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 106, a. 2: «Unde etiam littera Evangelii occideret, nisi adesset interius gratia fidei sanans».
(15) - Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa a conclusione dell’incontro con il “Ratzinger Schülerkreis”, 2 settembre 2012.
(16) - Cf. G.L. Müller, op. cit., pp. 60-61.
(17) - Cf. Benedetto XVI, Udienza generale per la preparazione dell’Incontro di Assisi, 26 ottobre 2011.
(18) - Giovanni Paolo II, «Nel nostro comune impegno di preghiera rendiamo questa giornata anticipazione di un mondo pacifico», Assisi, 27 ottobre 1986, n. 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX, 2 (1986), p. 1253.
(19) - Ibid., n. 8, p. 1269.
(20) - Cf. Ibid., n. 10, p. 1270.
(21) - Ibid., n. 4, p. 1267.
(©L'Osservatore Romano 29-30 ottobre 2012)
Dialogo nella verità. Intervento di mons. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (Sir)
LO SPIRITO DI ASSISI
Dialogo nella verità
Intervento di mons. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede
Ad un anno dallo storico pellegrinaggio di Benedetto XVI e di numerosi fratelli cristiani e rappresentanti delle Religioni mondiali, nella città di Assisi, la diocesi e le famiglie francescane si sono ritrovate di nuovo oggi nella città del Santo per fare memoria di quell’evento con una conferenza dal titolo: “Lo spirito di Assisi: Pellegrini della verità - pellegrini della Pace. La consegna del 27 ottobre”. “Siamo qui riuniti - ha detto padre Giuseppe Piemontese, custode del Sacro Convento - non solo a rendere grazie al Signore per quanto vissuto lo scorso anno, ma per interrogarci nuovamente sulla consegna dello “spirito di Assisi” che è stato affidato alla Chiesa di Assisi e alle Famiglie Francescane”. Alla conferenza è intervenuto anche mons. Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che a 26 anni dallo storico incontro ad Assisi delle religioni per la pace indetto da Giovanni Paolo II ha fatto il punto sul dialogo interreligioso chiarendone obiettivi e modalità.
Il dialogo nella verità. “Per un cristiano - ha detto il prefetto - il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio”. “Anzi - ha aggiunto -, la Chiesa può proporre un dialogo vero solo a partire della verità su se stessa. Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica ed abbandonare l’unicità della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct. È giustificato e corretto solamente un dialogo condotto nella verità e nell’amore. Perciò la nostra fede, indirizzata verso Cristo, e la verità su noi stessi devono sempre avere un posto privilegiato in ogni occasione di dialogo dei cristiani con coloro che non lo sono”.
Testimoni della fede. Pertanto, “il dialogo con i seguaci delle religioni non-cristiane - ha osservato il prefetto - è una forma di testimonianza della fede, che dev’essere sempre rispettosa verso l’altro e la dignità della sua coscienza. È un dialogo da praticare sempre nella verità, che include ed accetta la missione, ricevuta da Gesù Cristo, di predicare il Vangelo fino alla fine dei tempi e agli estremi confini della terra. La dimensione missionaria della Chiesa non può essere sospesa nel dialogo interreligioso”. “È così - ha incalzato mons. Müller - che il dialogo diviene fruttuoso”. Ciò, ovviamente, non significa che il cristiano è “un possessore della verità”. Ne è piuttosto un “testimone”.
Lo scopo del dialogo. Nel suo lungo e articolato intervento, mons. Müller ha delineato anche lo “scopo” del dialogo che “non è il dialogo in sé stesso” quanto “la conoscenza della verità. Il dialogo - ha detto - è un metodo che aiuta nel cammino verso la verità”. Ed ha aggiunto: “A volte, l’uomo si chiude in posizioni relativistiche o in una semplificante religiosità naturale per sentirsi libero dalle esigenze della verità. Il relativismo preferisce il dubbio permanente per non lasciarsi obbligare dalla certezza della verità. Così, le religioni naturali possono offrire qualche risposta alle domande fondamentali dell’uomo, placare qualche inquietudine intellettuale e spirituale ed offrire un certo orizzonte di vita, sebbene talvolta esonerino dall’obbligo di cercare la verità nella sua pienezza e di informare la coscienza ad essa. Il dialogo interreligioso serve dunque a provocare l’uomo, perché si incammini con coraggio nella ricerca della verità e si apra con fiducia alle sue esigenze”.
Le religioni e la pace. Ad Assisi, i leader delle religioni mondiali si erano ritrovati su invito di Giovanni Paolo II per pregare per la pace. Non fu – ha ricordato mons. Muller - una preghiera comune che sarebbe manifestazione di sincretismo, ma una preghiera pronunciata simultaneamente”. “La pace - ha quindi proseguito il prefetto - è un bene stimato da tutti. Tutta l’umanità aspira alla pace. Tuttavia la pace, essendo così cagionevole di salute, richiede una cura costante e intensiva . Essa, come ci insegna la tradizione della fede, è frutto della giustizia ed ancor più della carità. Le negoziazioni politiche per la pace, pur necessarie, possono solo risolvere alcuni problemi, stabilendo accordi e convenzioni. La pace autentica, che supera l’ingiustizia, che ama la verità e si apre all’universale solidarietà, è un dono che viene dall’alto ed esige un’apertura a Dio. Essa si nutre di un rapporto vivo con Dio e di un rapporto con un Dio vivo e presente in mezzo a noi”.
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Immigrati, il Papa: possono contribuire ai valori del Paese ospitante. Card. Vegliò: sono 214 milioni e la crisi non li ferma (Izzo)
IMMIGRATI: PAPA, POSSONO CONTRIBUIRE AI VALORI DEL PAESE OSPITANTE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 ott.
"Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perche' abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la societa' in cui si inseriscono".
Lo scrive il Papa nel Messaggio per la Giornata delle Migrazioni che si celebrera' il prossimo 13 gennaio.
Nel testo, Benedetto XVI osserva che "il viaggio migratorio spesso inizia con la paura, soprattutto quando persecuzioni e violenze costringono alla fuga, con il trauma dell'abbandono dei familiari e dei beni che, in qualche misura, assicuravano la sopravvivenza" ma auspica che in concreto "la sofferenza, l'enorme perdita e, a volte, un senso di alienazione di fronte al futuro incerto" non distruggano "il sogno di ricostruire, con speranza e coraggio, l'esistenza in un Paese straniero".
"In verita' - rileva - coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanita' e risorse materiali con chi e' bisognoso e svantaggiato".
"Occorre ribadire - afferma citando la sua enciclica Caritas in veritate - che la solidarieta' universale, e' un dovere".
"Migranti e rifugiati, insieme alle difficolta' possono sperimentare - assicura Papa Ratzinger - anche relazioni nuove e ospitali, che li incoraggiano a contribuire al benessere dei Paesi di arrivo con le loro competenze professionali, il loro patrimonio socio-culturale e, spesso, anche con la loro testimonianza di fede, che dona impulso alle comunita' di antica tradizione cristiana".
Benedetto XVI rileva pero' anche che nei paesi d'arrivo, "mentre vi sono migranti che raggiungono una buona posizione e vivono dignitosamente, con giusta integrazione nell'ambiente d’accoglienza, ve ne sono molti che vivono in condizioni di marginalita' e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la societa' in cui vivono".
E ricorda che "la materna sollecitudine della Chiesa si esplica anche nel soccorso "della poverta' e della sofferenza, che non di rado produce drammi e tragedie".
"Qui si concretizzano interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze, con generosa dedizione di singoli e di gruppi, associazioni di volontariato e movimenti, organismi parrocchiali e diocesani in collaborazione con tutte le persone di buona volonta".
In proposito, il Pontefice teologo raccomanda che "la Chiesa e le varie realta' che ad essa si ispirano" evitino nella loro azione a favore dei migranti di cadere nel rischio "del mero assistenzialismo, per favorire - invece - l'autentica integrazione, in una societa' dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell'altro, generosi nell'assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri".
Accanto a questa azione che e' di supplenza ma anche di autentica promozione umana, la Chiesa, sottolinea il Pontefice, "non trascura di evidenziare gli aspetti positivi, le buone potenzialita' e le risorse di cui le migrazioni sono portatrici".
Ed e' "in questa direttrice che prendono corpo gli interventi di accoglienza che favoriscono e accompagnano
un inserimento integrale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nel nuovo contesto socio-culturale, senza trascurare la dimensione religiosa, essenziale per la vita di ogni persona".
"A questa dimensione - ribadisce Joseph Ratzinger - la Chiesa e' chiamata, per la stessa missione affidatale da Cristo, a prestare particolare attenzione e cura: questo e' il suo compito piu' importante e specifico".
Un capitolo intero del suo Messaggio il Papa teologo lo dedica poi ai fedeli cristiani provenienti da varie zone del mondo verso i quali l'attenzione deve "comprende anche il dialogo ecumenico e la cura delle nuove comunita', mentre verso i fedeli cattolici si esprime, tra l'altro, nel realizzare nuove strutture pastorali e valorizzare i diversi riti, fino alla piena partecipazione alla vita della comunita' ecclesiale locale". "La promozione umana - infatti - va di pari passo con la comunione spirituale". "Nella visione cristiana - ricorda Papa Ratzinger - l'impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedelta' al Vangelo".
"Cari fratelli e sorelle migranti, - conclude infine il Papa nel suo Messaggio citando il tema scelto da lui stesso - questa Giornata Mondiale vi aiuti a rinnovare la fiducia e la speranza nel Signore che sta sempre accanto a noi.
Non perdete l’occasione di incontrarLo e di riconoscere il suo volto nei gesti di bonta' che ricevete nel vostro pellegrinaggio migratorio.
Rallegratevi poiche' il Signore vi e' vicino e, insieme con Lui, potrete superare ostacoli e difficolta', facendo tesoro delle testimonianze di apertura e di accoglienza che molti vi offrono".
© Copyright (AGI)
IMMIGRATI: CARDINALE VEGLIO', SONO 214 MILIONI E CRISI NON LI FERMA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 ott.
"Sono 214 milioni i migranti internazionali, cioe' il 3 per cento della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 2005 (nonostante gli effetti della crisi mondiale), quando il calcolo raggiungeva i 191 milioni".
Lo ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, cardinale Antonio Maria Veglio', che ha presentato ai giornalisti il Messaggio del Papa per la Guiornata delle migrazioni che sara' celebrata il prossimo 13 gennaio. Citando i dati dell'Organizzazione Internazionale per le migrazioni, il porporato ha aggiunto che il numero dei migranti interni nel 2010 raggiunse i circa 740 milioni di persone.
"Se sommiamo le due cifre - ha detto - Veglio' - rileviamo che circa un miliardo di esseri umani, cioe' un settimo della popolazione globale, sperimenta oggi la sorte migratoria". Si tratta, ha rilevato, di "una vasta moltitudine di gente che, trovandosi in una situazione di disperazione di un futuro impossibile da costruire e di desiderio di una vita migliore, si sente spinta a cominciare il suo viaggio, anzi, il suo pellegrinaggio di fede e di speranza, cosi' spesso alimentato dalla profonda fiducia che Dio non abbandona le sue creature". "Fede e speranza - ha concluso infine - riempiono spesso il bagaglio di coloro che emigrano".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 ott.
"Il cammino di integrazione comprende diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perche' abbiano una vita decorosa, ma anche attenzione da parte dei migranti verso i valori che offre la societa' in cui si inseriscono".
Lo scrive il Papa nel Messaggio per la Giornata delle Migrazioni che si celebrera' il prossimo 13 gennaio.
Nel testo, Benedetto XVI osserva che "il viaggio migratorio spesso inizia con la paura, soprattutto quando persecuzioni e violenze costringono alla fuga, con il trauma dell'abbandono dei familiari e dei beni che, in qualche misura, assicuravano la sopravvivenza" ma auspica che in concreto "la sofferenza, l'enorme perdita e, a volte, un senso di alienazione di fronte al futuro incerto" non distruggano "il sogno di ricostruire, con speranza e coraggio, l'esistenza in un Paese straniero".
"In verita' - rileva - coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanita' e risorse materiali con chi e' bisognoso e svantaggiato".
"Occorre ribadire - afferma citando la sua enciclica Caritas in veritate - che la solidarieta' universale, e' un dovere".
"Migranti e rifugiati, insieme alle difficolta' possono sperimentare - assicura Papa Ratzinger - anche relazioni nuove e ospitali, che li incoraggiano a contribuire al benessere dei Paesi di arrivo con le loro competenze professionali, il loro patrimonio socio-culturale e, spesso, anche con la loro testimonianza di fede, che dona impulso alle comunita' di antica tradizione cristiana".
Benedetto XVI rileva pero' anche che nei paesi d'arrivo, "mentre vi sono migranti che raggiungono una buona posizione e vivono dignitosamente, con giusta integrazione nell'ambiente d’accoglienza, ve ne sono molti che vivono in condizioni di marginalita' e, talvolta, di sfruttamento e di privazione dei fondamentali diritti umani, oppure che adottano comportamenti dannosi per la societa' in cui vivono".
E ricorda che "la materna sollecitudine della Chiesa si esplica anche nel soccorso "della poverta' e della sofferenza, che non di rado produce drammi e tragedie".
"Qui si concretizzano interventi di soccorso per risolvere le numerose emergenze, con generosa dedizione di singoli e di gruppi, associazioni di volontariato e movimenti, organismi parrocchiali e diocesani in collaborazione con tutte le persone di buona volonta".
In proposito, il Pontefice teologo raccomanda che "la Chiesa e le varie realta' che ad essa si ispirano" evitino nella loro azione a favore dei migranti di cadere nel rischio "del mero assistenzialismo, per favorire - invece - l'autentica integrazione, in una societa' dove tutti siano membri attivi e responsabili ciascuno del benessere dell'altro, generosi nell'assicurare apporti originali, con pieno diritto di cittadinanza e partecipazione ai medesimi diritti e doveri".
Accanto a questa azione che e' di supplenza ma anche di autentica promozione umana, la Chiesa, sottolinea il Pontefice, "non trascura di evidenziare gli aspetti positivi, le buone potenzialita' e le risorse di cui le migrazioni sono portatrici".
Ed e' "in questa direttrice che prendono corpo gli interventi di accoglienza che favoriscono e accompagnano
un inserimento integrale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nel nuovo contesto socio-culturale, senza trascurare la dimensione religiosa, essenziale per la vita di ogni persona".
"A questa dimensione - ribadisce Joseph Ratzinger - la Chiesa e' chiamata, per la stessa missione affidatale da Cristo, a prestare particolare attenzione e cura: questo e' il suo compito piu' importante e specifico".
Un capitolo intero del suo Messaggio il Papa teologo lo dedica poi ai fedeli cristiani provenienti da varie zone del mondo verso i quali l'attenzione deve "comprende anche il dialogo ecumenico e la cura delle nuove comunita', mentre verso i fedeli cattolici si esprime, tra l'altro, nel realizzare nuove strutture pastorali e valorizzare i diversi riti, fino alla piena partecipazione alla vita della comunita' ecclesiale locale". "La promozione umana - infatti - va di pari passo con la comunione spirituale". "Nella visione cristiana - ricorda Papa Ratzinger - l'impegno sociale e umanitario trae forza dalla fedelta' al Vangelo".
"Cari fratelli e sorelle migranti, - conclude infine il Papa nel suo Messaggio citando il tema scelto da lui stesso - questa Giornata Mondiale vi aiuti a rinnovare la fiducia e la speranza nel Signore che sta sempre accanto a noi.
Non perdete l’occasione di incontrarLo e di riconoscere il suo volto nei gesti di bonta' che ricevete nel vostro pellegrinaggio migratorio.
Rallegratevi poiche' il Signore vi e' vicino e, insieme con Lui, potrete superare ostacoli e difficolta', facendo tesoro delle testimonianze di apertura e di accoglienza che molti vi offrono".
© Copyright (AGI)
IMMIGRATI: CARDINALE VEGLIO', SONO 214 MILIONI E CRISI NON LI FERMA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 ott.
"Sono 214 milioni i migranti internazionali, cioe' il 3 per cento della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 2005 (nonostante gli effetti della crisi mondiale), quando il calcolo raggiungeva i 191 milioni".
Lo ha affermato il presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, cardinale Antonio Maria Veglio', che ha presentato ai giornalisti il Messaggio del Papa per la Guiornata delle migrazioni che sara' celebrata il prossimo 13 gennaio. Citando i dati dell'Organizzazione Internazionale per le migrazioni, il porporato ha aggiunto che il numero dei migranti interni nel 2010 raggiunse i circa 740 milioni di persone.
"Se sommiamo le due cifre - ha detto - Veglio' - rileviamo che circa un miliardo di esseri umani, cioe' un settimo della popolazione globale, sperimenta oggi la sorte migratoria". Si tratta, ha rilevato, di "una vasta moltitudine di gente che, trovandosi in una situazione di disperazione di un futuro impossibile da costruire e di desiderio di una vita migliore, si sente spinta a cominciare il suo viaggio, anzi, il suo pellegrinaggio di fede e di speranza, cosi' spesso alimentato dalla profonda fiducia che Dio non abbandona le sue creature". "Fede e speranza - ha concluso infine - riempiono spesso il bagaglio di coloro che emigrano".
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