mercoledì 26 settembre 2012

A confronto con le culture contemporanee. Intervista a suor Nicla Spezzati, direttore del nuovo Studium del Dicastero per i religiosi (Gori)

Intervista a suor Nicla Spezzati, direttore del nuovo Studium del Dicastero per i religiosi

A confronto con le culture contemporanee

di Nicola Gori

Ritorno al Vangelo, riscoperta del carisma originario e adesione al magistero della Chiesa con l'assunzione delle proprie responsabilità apostoliche e missionarie. Sono alcune delle indicazioni che il concilio Vaticano II raccomandava ai religiosi e che la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ripropone in questi giorni con una edizione ampiamente aggiornata e riformata dello Studium. A cinquant'anni di distanza dall'inizio del concilio, infatti, viene ampliata la proposta formativa, con la fondazione del corso di studi del magistero ecclesiale, di quella che agli esordi era chiamata scuola pratica del dicastero e che adesso si è trasformata in Studium: Scuola interdisciplinare per la formazione al magistero ecclesiale e alla normativa canonica sulla vita consacrata nella Chiesa, dedicata a Benedetto XVI. Ne parla in questa intervista al nostro giornale, suor Nicla Spezzati che, insieme all'altro sotto-segretario del dicastero, padre Sebastiano Paciolla, dirige lo Studium.

Quali sono le principali novità portate dallo Studium?

L'attuale proposta della Scuola interdisciplinare è innanzitutto espressione ferma del nostro dicastero nel voler accompagnare la vita consacrata nelle culture contemporanee affinché maturi nella fede la sua cifra evangelica ed ecclesiale, così da saper vivere la propria vocazione e missione in modo adeguato, persuasivo ed efficace nel nostro tempo. Le novità presentate dallo Studium sono innanzitutto riferite a una ricezione più strutturata della «storia degli effetti» del concilio Vaticano II sulla vita consacrata, a cinquant'anni dalla sua indizione. Si deve sottolineare in particolare la metodologia interdisciplinare della scuola, la quale in tal modo intende coniugare efficacemente ricerca e prassi; inoltre si intende relazionare la Traditio della Chiesa, con tutta la sua immensa ricchezza di esperienza di santità vissuta, al flusso potente, a volte anche impetuoso, delle istanze culturali contemporanee, introducendo a vivere, con percorsi mirati, l'ecclesiologia di comunione. Tale ecclesiologia infatti è la chiave e il paradigma fondamentale per rileggere l'intera vita consacrata e la sua missione. Essa non rappresenta solo un tema tra altri ma in qualche modo costituisce l'orizzonte che il nostro dicastero intende organicamente proporre.

Gli obiettivi formativi della scuola interdisciplinare non potrebbero essere inseriti nella formazione ordinaria degli aspiranti alla vita consacrata di ogni famiglia religiosa semplificando così le proposte formative?

È vero che molti istituti di vita consacrata, come anche organismi nazionali e regionali offrono ausili validi per la formazione iniziale. Nei decenni successivi al concilio molte realtà di vita consacrata hanno dato origine a percorsi interessanti sia dal punto di vista pratico che teorico. Gli obiettivi dello Studium così ripensato dopo oltre sessant'anni di esperienza costituiscono indubbiamente una sintesi significativa a cui si deve poter guardare, trovando in essa un punto di riferimento chiaro e sicuro. Non si deve dimenticare che nel periodo successivo al concilio Vaticano II nelle iniziative lodevoli che sono state messe in atto dai vari istituti e organismi c'è stato anche un certo carattere ad experimentum, dato dal fatto che il rinnovamento conciliare e le mutate condizioni della vita, imponevano una ricerca di moduli nuovi. Insieme alla ricchezza che questo ha suscitato, si è introdotta anche una certa dispersione nei diversi programmi. Soprattutto è molto difficile trovare equilibri sapienti tra le diverse istanze che la vita consacrata deve fronteggiare in questo inizio del terzo millennio. Se è indubbiamente vero che nell'ambito della ricerca teologica e delle scienze di formazione si deve continuare a scrutare quanto continuamente emerge di nuovo all'orizzonte, dal punto di vista culturale e antropologico per saper trovare risposte adeguate, dal punto di vista del percorso per coloro che aspirano alla vita consacrata occorre preoccuparsi di comunicare loro innanzitutto gli elementi costitutivi. In tal modo, posti i punti di riferimento sostanziali intorno alla Parola di Dio, alla Tradizione viva della Chiesa e del Magistero sulla sequela di Cristo in castità, povertà e obbedienza, le persone saranno in grado di affrontare in modo consapevole anche le tappe successive della formazione. In tal senso l'auspicio è che gli obiettivi formativi evidenziati dalla Scuola interdisciplinare aiutino a comprendere quali siano gli elementi essenziali di fronte ai quali gli aspiranti devono essere posti per la verità della propria verifica e del proprio discernimento. La semplificazione degli obiettivi formativi, senza voler cancellare la complessità del tempo che stiamo attraversando, può in effetti facilitare anche la libertà degli aspiranti nella sincera adesione al cammino proposto.

Con tanti perfezionamenti teorici a cui attendere, non si corre il rischio che la vita consacrata diventi complicata, formalmente perfetta e fatichi, in realtà, a praticare nella vita quotidiana l'essenziale, ossia la fedeltà agli impegni propri della sequela?

È proprio del nostro tempo correre questo rischio, il rischio della complessità. Non è difficile comprendere la situazione in cui si trova la vita consacrata oggi se pensiamo al cambiamenti epocali che stiamo vivendo negli ultimi decenni, dal punto di vista sociale, culturale, economico, politico e religioso. Inoltre una certa interazione delle diverse discipline nella ricerca è oggi un dato di fatto; anche se questo può comportare una certa fluttuazione delle epistemologie proprie di ogni disciplina. Da una parte, pertanto, occorre accettare la sfida della complessità nella formazione alla vita consacrata, ma è fondamentale che questa complessità trovi sempre la sua reductio ad unum. In questo senso è vero che l'essenza della vita consacrata è semplice e come tale va proposta e vissuta. Tuttavia occorre che questa semplicità sia in grado di rispondere alle domande che la cultura di oggi solleva nei confronti delle forme di radicalismo evangelico, che poi sono ancora le domande che i giovani si portano dentro quando chiedono di iniziare un percorso di consacrazione totale in cui sia evidente il primato di Dio nella vita. Ciò che bisogna evitare è la inutile dispersione nelle cose secondarie e in sofismi che rendono astratta la percezione della vocazione. Bisogna saper indicare sempre il percorso che riporta tutte le cose all'essenziale, che è e rimane sempre il mistero della vocazione a seguire il Cristo nello stile radicale del Vangelo.

L'anniversario del concilio Vaticano II interpella la vita consacrata a riflettere sull'aggiornamento e sul rinnovamento. È stato fatto e completato quanto raccomandato dal concilio?

Si deve ricordare innanzitutto il contributo fondamentale del sesto capitolo della Lumen gentium e il decreto sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis. Sinteticamente possiamo dire che le indicazioni conciliari furono le seguenti: il necessario ritorno alle fonti evangeliche: ossia alla radicale «sequela di Cristo», riprendendo la regola fondamentale del Vangelo; il vitale ricupero dell'ispirazione carismatica originaria, e delle sane tradizioni di ogni singolo istituto; una adesione affettiva ed effettiva alla Chiesa con l'assunzione in essa delle proprie responsabilità apostoliche e missionarie; un rinnovato dialogo con il mondo e le condizioni reali in cui vivono e soffrono gli uomini così da dare risposte concrete di evangelizzazione; una più limpida testimonianza di adesione a Cristo per mezzo dei consigli evangelici, partendo dalla conversione del cuore; uno stile di vita capace di riprodurre lo stesso modo di vivere che Gesù ha scelto per sé e per la Madre sua. Al richiamo di questi elementi il concilio aggiunse insieme l'invito deciso circa l'adattamento delle forme di vita religiosa alle mutate situazioni. Si deve riconoscere che l'indicazione di un deciso ritorno al carisma originario e al contempo di una apertura alle situazioni del mondo contemporaneo, fin dall'inizio rappresentava un compito non facile. Soprattutto perché le condizioni sociali dalla conclusione del concilio in avanti non si sono stabilizzate, ma hanno piuttosto conosciuto continui cambiamenti ed evoluzioni. È nota a tutti l'esperienza della “accelerazione del tempo” che caratterizza gli ultimi decenni soprattutto in occidente a causa delle continue scoperte scientifiche e alla diffusione degli strumenti della comunicazione di massa.

Si guarda con fiducia al rinnovamento conciliare della vita consacrata o, invece, è a questo rinnovamento che si attribuisce l'origine della crisi registrata tra gli istituti sia maschili che femminili?

Occorre ricordare che, se vi fu una primissima fase di grande entusiasmo nell'immediato post-concilio, successivamente la vita consacrata ha dovuto affrontare fatiche notevoli nel saper temperare in modo equilibrato tutti i fattori in gioco. Ci si deve riferire in particolare alle spinte tese a ricuperare le forme originarie del carisma, alle quali si contrapponevano tentativi di aggiornamento alle nuove situazioni. Tuttavia attraverso un cammino paziente, non privo di tensioni a volte dolorose, si deve riconoscere un grande passo di tutta la vita consacrata nel rendere feconde le indicazioni conciliari. Molte realtà decisive sono state messe in atto: dallo studio effettivo delle proprie fonti carismatiche e della storia del proprio istituto fino alla revisione completa dei codici fondamentali, come ad esempio le costituzioni e gli statuti. Con ciò non si può certo dire che la ricezione del concilio per la vita consacrata si sia esaurita. Questo per due motivi: da una parte l'eredità conciliare si deve paragonare con alcune situazioni nuove, non previste al tempo dell'assise vaticana, come ad esempio i processi di globalizzazione, delle nuove ondate di migrazioni, nuove forme di secolarizzazione che si incontrano con l'emergere di una nuova domanda di spiritualità, insieme a un calo di vocazioni che in alcune parti del mondo rimane assai preoccupante. Inoltre, a ciò si unisce il problema relativo alle due interpretazioni fondamentali sul concilio: quelle che Benedetto XVI ha chiamato l'ermeneutica della rottura ed ermeneutica della riforma e della continuità (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). Esse valgono allo stesso modo applicandole alla vita consacrata. All'interno delle realtà di vita consacrata dove è prevalsa una ermeneutica della rottura si sono avuti i problemi più gravi di rapporto tra le generazioni e di effettiva identità della propria realtà carismatica. Là dove invece si è avuta una ermeneutica imperniata sulla riforma e continuità si sono avuti i frutti migliori. Probabilmente in futuro, se sarà effettuata una migliore ermeneutica della riforma, la ricezione del concilio potrà dare frutti ulteriori e assai significativi. Un aiuto decisivo a questo proposito rimane il documento post-sinodale Vita consacrata frutto del sinodo del 1994 sulla vita consacrata, ma pure i puntuali interventi successivi del magistero.

Quali sono i punti fondamentali dell'ecclesialità della vita consacrata?

L'ecclesialità della vita consacrata è una delle sue dimensioni costitutive che coloro i quali sono chiamati alla sequela di Cristo nella forma dei consigli evangelici sono invitati ad approfondire. Esiste un rapporto fondamentale della vita consacrata con la vita battesimale. Qui si gioca l'ecclesialità nel suo punto sacramentale sorgivo. Del resto il Vaticano II ha riproposto con forza e determinazione la riscoperta della vocazione battesimale come vocazione alla santità (Lumen gentium, 5). In questo senso la vita consacrata è chiamata a vivere con autenticità la propria forma di vita in relazione al battesimo che accomuna tutti i membri della Chiesa. La costituzione dogmatica sulla Chiesa a questo proposito ha affermato che la vita consacrata come tale è un dono dato per portare più frutti dalla grazia battesimale (Lumen gentium, 44). È bene evitare due rischi: quello di separare troppo la vocazione battesimale da quella specifica dei consacrati, che li rende in qualche modo appartati rispetto alla vita della Chiesa nella sua quotidianità; quello di intendere la vocazione alla sequela di Cristo, casto povero e obbediente, come una sorta di variabile facoltativa della vocazione battesimale, perdendo così il suo carattere peculiare e dunque il suo contributo specifico alla vita della Chiesa. In tal senso lo stesso concilio ha affermato la cosa essenziale al numero 44 della Lumen gentium per cui la stessa vocazione dei consacrati deve essere sempre considerata come un carisma fondamentale che aiuta la Chiesa a vivere con più autenticità la sua missione santificatrice. L'ecclesialità della vita consacrata, altresì, esige la capacità di relazionarsi con gli altri stati di vita del cristiano, sacerdotale e laicale. Una adeguata ecclesiologia di comunione in relazione con la missione fondamentale della Chiesa non postula il superamento della diversità delle vocazioni, ma esige la reciprocità nella consapevolezza che ogni forma vocazionale nella Chiesa esprime un valore essenziale per l'altra.

Una scuola che si rinnova a cinquant'anni dal Vaticano II

La Scuola pratica della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, si rinnova e diventa Studium, Scuola interdisciplinare per la formazione al magistero ecclesiale e alla normativa canonica sulla vita consacrata nella Chiesa. La novità arriva dopo più di sessant'anni di attività e coincide con il cinquantesimo anniversario del Vaticano II. Nelle intenzioni di suor Nicla Spezzati e padre Sebastiano Paciolla, sottosegretari del dicastero, coordinati dal prefetto, il cardinale João Braz de Aviz, e dal segretario, l'arcivescovo Joseph W. Tobin, la scuola apre la proposta formativa al magistero ecclesiale. In questo senso, la dedicazione a Benedetto XVI dello Studium, si inserisce in un contesto di maggior attenzione all'insegnamento dei Papi e all'apertura all'universalità della Chiesa. Dopo il concilio sorse l'esigenza di approfondire sempre più, non solo gli aspetti strettamente giuridici, ma anche temi teologici che riguardavano i problemi della vita consacrata, alla luce dei documenti pontifici, conciliari e del dicastero. Proseguendo su questa linea, dal programma di studi 2012-2013 si è voluto rinnovare la riflessione sull'identità della vita consacrata a cinquant'anni dal concilio e accompagnarla nelle culture contemporanee, perché cresca nella fede e manifesti la sua natura evangelica ed ecclesiale. Si è cercato così di rispondere all'appello di Benedetto XVI lanciato durante la Giornata mondiale della vita consacrata del 2 febbraio 2012, quando invitò i consacrati a «verificare e rivitalizzare» la loro presenza e forma di apostolato all'interno del popolo di Dio. Su questa linea, il piano di studi della scuola vuole far acquisire agli studenti una visione identitaria integrata-ecclesiale della vocazione alla vita consacrata. La metodologia interdisciplinare della scuola, per mezzo di ricerca e di riflessione della Traditio della Chiesa in dialogo con la cultura contemporanea, tende a guidare lo studente verso una comprensione ampia dell'ecclesiologia di comunione. Scopo fondamentale dello Studium, infatti, è quello di sentire in Ecclesia e cum Ecclesia per vivere la Chiesa come «scuola di comunione», per riscoprire l'identità universale della vita consacrata e la sua relazione con le altre vocazioni all'interno della Chiesa. Lo Studium si articola in due sezioni complementari: interdisciplinare e pratica. La durata dei corsi è biennale. Sono previste 200 ore di lezioni per la sezione interdisciplinare e 120 ore per la sezione pratica tra seminari e laboratori. Le lezioni si terranno presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. La scuola rilascia il diploma di perito in magistero ecclesiale e normativa canonica della vita consacrata. Per conseguire il diploma, oltre al superamento degli esami delle discipline della sezione interdisciplinare e la frequenza ai seminari della sezione pratica, gli iscritti dovranno elaborare una tesi in materia didattica o pratica.

(©L'Osservatore Romano 26 settembre 2012)

Padre Samir: Il film e le vignette su Maometto: per occidente e islam è tempo di una laicità sana (AsiaNews)

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Da Ratisbona a Roma per annunciare il Vangelo in pienezza. Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si è congedato dalla diocesi bavarese (O.R.)

Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede si è congedato dalla diocesi bavarese

Da Ratisbona a Roma per annunciare il Vangelo in pienezza

«Gioiosa fiducia in Dio, amore attivo per il prossimo e serena pacatezza»: sono i tre pilastri spirituali che hanno sorretto, e continuano a farlo, la vita e il ministero dell'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Lo ha confidato egli stesso domenica 23 settembre, durante la celebrazione con cui si è congedato dalla diocesi di Ratisbona, dopo averla guidata per dieci anni.
Vescovo nella diocesi bavarese dalla fine del 2002, il presule -- che il 1° ottobre prossimo celebrerà il decennale di episcopato -- è stato infatti chiamato, il 2 luglio scorso, a sostituire il cardinale statunitense William Joseph Levada, immediato successore di Joseph Ratzinger all'ex Sant'Uffizio.
Alla vigilia del commiato, la sera di sabato 22, monsignor Müller ha inaugurato a Pentling, sobborgo di Ratisbona, l'ex residenza di Joseph Ratzinger, sottoposta di recente a lavori di ristrutturazione. Donata due anni fa alla fondazione diocesana Papst Benedikt XVI., è stata trasformata in centro di documentazione e di incontro con la vita e l'opera del Pontefice. Tra i presenti alla cerimonia, anche il nunzio in Germania, l'arcivescovo Jean-Claude Périsset, il fratello di Benedetto XVI, monsignor Georg Ratzinger, e il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. La casa-museo -- che conserva anche oggetti appartenuti ai due fratelli sacerdoti e alla sorella Maria -- sarà aperta ai visitatori su prenotazione a partire dal prossimo mese di ottobre.
L'indomani, presiedendo l'Eucaristia domenicale nel duomo di Ratisbona, il presule tedesco ha offerto ai numerosi presenti e concelebranti un'omelia sul significato salvifico dell'amore di Cristo, che offre all'umanità «un orientamento nel tempo e una prospettiva nell'eternità. Per questo non ci rassegniamo e non ci lasciamo togliere la gioia di vivere e la vita stessa»; e per questo «non ci rifugiamo nemmeno nell'ebbrezza del piacere e del consumismo, che sovrasta la paura del nulla e banalizza la vita». Perché -- ha aggiunto -- «chi crede in Cristo comprende le proprie capacità come dono di Dio, svolge i propri compiti e doveri quotidiani verso Dio e il prossimo e sopporta le asperità del cammino terreno e le cattiverie dei contemporanei».
Bussola per orientarsi in questo itinerario è per monsignor Müller il Vangelo, «anche in una situazione resa più difficile dalla secolarizzazione e da un modo di pensare e di comportarsi come se Dio non esistesse, che caratterizza anche molti cristiani, i quali non comprendono più con chiarezza l'importanza della fede in Dio e nel suo amore».
Un Vangelo -- ha subito chiarito -- che va «annunciato e vissuto in tutta la sua pienezza. Non possiamo seguire il consiglio scaltro di mettere in vendita la parola di Dio, che è eterna, nella fiera annuale delle opinioni e delle ideologie, e di consegnarla come un programma di partito alle preferenze degli elettori o di farla trascinare qua e là, come una foglia appassita, dal vento delle opinioni». Infatti -- ha proseguito -- «chi si confronta con serietà e dignità con la verità sull'uomo nella vita e nella morte è immune alle promesse dell'auto-redenzione e dal canto delle sirene di tutto ciò che gira intorno al wellness. Il creato non può che essere il cammino dell'uomo verso Dio, e non la sua meta».
Ricorrendo a una metafora, il presule ha evidenziato come «da dietro le quinte del “mondo senza Dio”, che si presenta in modo tenue o anche stridulo», spunti il «fantasma» del «nichilismo», che vaga in un'Europa stanca della vita. «Come un suggeritore dalla sua buca, ci sussurra che tutto è teatro, tanta apparenza e niente sostanza». Grazie a Dio, però, ci sono i credenti, che sono aperti al mondo, «poiché la creazione manifesta la bontà di Dio nei nostri confronti. La bellezza della natura, l'emozione della storia, il fascino di ogni biografia non sono la falsa apparenza del nulla, bensì lo splendore dell'universo, del mondo ordinato dal logos della ragione della Parola di Dio, che rispecchia la sua gloria e la sua potenza. La ragione, della quale Dio ha dotato l'uomo, non si lascia impressionare dagli spettri del nichilismo e della disperazione. Chi riflette sulla propria situazione, nella fede in Dio sperimenta che dietro il mondo dell'apparenza ci sono l'esistenza di Dio, la sua verità e la sua bontà».
Testimonianza della sua volontà salvifica -- ha continuato il presule -- sono «il susseguirsi delle generazioni e l'intera creazione. Da lui abbiamo ricevuto tutto ciò che siamo e che possediamo». Perciò «l'uomo non è sospeso sopra un precipizio, che alla fine lo inghiotte o che lo deruba. Dio non si esaurisce nella sua creazione, sicché tra lui e noi potrebbe nascere una rivalità. Più ci avviciniamo a lui nella fede e nella speranza, più sperimentiamo il Dio dell'amore trinitario come garante della nostra libertà e come nostro perfezionatore nella sua vita».
Da qui la conclusione, che è un inno alla speranza cristiana: «nel grande confronto spirituale universale, oggi -- come in ogni tempo -- non si tratta di cose secondarie, di liti tra redentori dell'umanità autoproclamatisi tali, che alla fine si rivelano sempre truffatori truffati. Nel confronto tra la morte e la vita esiste sempre un solo vincitore. È questo il messaggio del cristianesimo che sostiene la Chiesa e che ogni giorno dà forza e fiducia anche ai suoi Pastori e servitori della Parola divina: il Vangelo della vittoria di Cristo sulla morte e il compimento della nostra speranza di risurrezione e di vita eterna».
Al termine del rito, sulla piazza del duomo si è svolta una caratteristica festa bavarese, durante la quale molti fedeli hanno potuto salutare personalmente l'arcivescovo Müller, testimoniando il loro affetto.

(©L'Osservatore Romano 26 settembre 2012)

Islam, Introvigne: il presidente Usa sul dialogo impari dal Papa (Sussidiario)

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Perplessità del blog sugli invitati al "Cortile dei gentili" di Assisi (Raffaella)

Cari amici, lasciatemi dire che l'elenco degli invitati al Cortile dei gentili mi lascia alquanto perplessa e, nel caso di alcune persone, anche fortemente irritata se non arrabbiata.
In tanti avete espresso dubbi (clicca qui) ed io non posso che essere d'accordo.
Non so se il Cortile strutturato come e' ora corrisponda davvero all'idea espressa da Papa Benedetto nel discorso alla curia del 2009. Va bene il dialogo, va bene la mano tesa ma non si dovrebbe dimenticare il "passato" di alcuni illustri ospiti. La presenza, in particolare, di un giornalista che nel 2010 ne ha dette e scritte di cotte e di crude nei confronti del Santo Padre mi lascia un "tantino" allibita cosi' come l'invito esteso a giornalisti, giuristi o intellettuali che non hanno mai provato stima per Benedetto XVI.
Il blog seguira' l'evento ma con un pizzico di scetticismo condito con una spolveratina di antipatia verso alcuni invitati. Nell'Anno della Fede, forse, si potevano fare scelte diverse. 
Lo dico con tutto il rispetto ma non posso accettare che una iniziativa di Papa Benedetto ospiti chi nel 2010 (per me, come sapete, si tratta dell'anno-spartiacque) lo ha attaccato impunemente senza alcuna prova o motivazione.
R.

L'accusa: il Vaticano emargina i media di lingua spagnola nel processo contro Gabriele

Clicca qui per leggere la giusta critica, qui una traduzione sommaria.
"Curiosa" anche la scelta di iniziare il processo di sabato. Spero che nessuno si illuda: i media non molleranno la presa. Prometeo, Vaticano, non Epimeteo! Ragionare prima non dopo...

Il cardinale Bertone spiega la diplomazia vaticana, forma privilegiata di comunicazione (Ambrogetti)

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La diplomazia del Papa tra realismo e profezia. Intervento del card. Tarcisio Bertone

Al cardinale segretario di Stato il Premio internazionale Conde de Barcelona

La diplomazia del Papa tra realismo e profezia

Si è svolta nella serata di martedì 25 settembre, nel monastero di Pedralbes, a Barcellona, la cerimonia di conferimento del Premio internazionale Conde de Barcelona al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. A consegnargli il prestigioso riconoscimento -- istituito dalla fondazione Conde de Barcelona del quotidiano spagnolo «La Vanguardia» e destinato a personalità o istituzioni distintesi nel campo della comunicazione -- è stato il re di Spagna Juan Carlos i. Giunto in mattinata nella città catalana, dove si trattiene fino a mercoledì 26, il porporato era accompagnato, tra gli altri, dai monsignori Lech Piechota, Roberto Lucchini, Guillermo Javier Karcher e Francisco Javier Froján Madero, e dal direttore del nostro giornale. Alla cerimonia hanno partecipato numerose autorità religiose e civili, tra le quali i cardinali Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, e Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, l'arcivescovo Renzo Fratini, nunzio apostolico in Spagna, il ministro dell'Interno, Jorge Fernández Díaz, e l'ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, Eduardo Gutiérrez Sáenz de Buruaga. Dopo l'intervento del cardinale Lluís Martínez Sistach, arcivescovo di Barcellona, e prima che prendesse la parola il re Juan Carlos, il segretario di Stato ha pronunciato in spagnolo un discorso introdotto da un breve saluto in catalano. Ne pubblichiamo quasi per intero il testo.

di Tarcisio Bertone

Non sono poche le questioni che riguardano la cosiddetta “diplomazia vaticana”, che storicamente ha ricevuto diversi appellativi, alcuni dei quali dettati con una certa precipitazione.
Per alcuni è come una reliquia del passato destinata a scomparire.
Altri vedono in essa un riflesso di una Chiesa contrassegnata da scelte che non risponderebbero alla realtà o alle esigenze del nostro tempo. A volte, la si contempla più con l'immaginazione che con un'autentica conoscenza della Chiesa e del ruolo fondamentale che, al suo centro, svolge il Santo Padre, e anche i suoi collaboratori nella Segreteria di Stato e nelle Nunziature Apostoliche, per farsi interpreti e portavoce di quelle cause che salvaguardano la dignità umana, la concordia tra le nazioni e il giusto progresso di un ordine mondiale che ha le sue basi più solide nella pace, nella giustizia e nella solidarietà internazionale.
In realtà, la diplomazia della Santa Sede è una ricerca incessante di vie giuste e umane, tenendo allo stesso tempo conto dei diritti e delle responsabilità delle persone e degli Stati, il bene di ogni uomo che si ottiene solo salvaguardando il bene comune.
L'azione diplomatica svolta dal Papa e dai suoi collaboratori dovrebbe essere considerata come una forma privilegiata di comunicazione, il cui fine è di favorire nel modo migliore possibile questo bene comune e l'intesa della comunità internazionale.
Di solito accade che, nel parlare dei rappresentanti pontifici, non si tiene sufficientemente conto della poliedricità del loro operato. Spesso le opinioni si limitano a quel che riguarda la loro attività presso i governi, senza pensare che hanno altri incarichi. Per esempio, una delle loro missioni più importanti è di essere araldi della parola e della vicinanza del Sommo Pontefice, rendendo presente in tutto il mondo la sua paterna sollecitudine e rafforzando i vincoli tra il Vescovo di Roma, Successore di san Pietro, e le Chiese particolari che peregrinano nel mondo, senza dimenticare il compito, sempre più urgente e decisivo, del dialogo ecumenico e interreligioso.
A tale proposito, vorrei citare un giornalista. Mi riferisco a Joseph Vandrisse, religioso dei Padri Bianchi, presenti soprattutto in Africa, il quale per molti anni è stato corrispondente a Roma del giornale «Le Figaro». In una delle sue cronache diceva che la diplomazia del Papa è semplicemente una necessità, di modo che -- cito testualmente -- «se non esistesse, bisognerebbe inventarla».
In effetti, il servizio diplomatico della Santa Sede, frutto di una prassi antica e consolidata, si è gradualmente strutturato nel corso dei secoli per essere uno strumento che opera a favore della libertas Ecclesiae, come pure per la difesa della dignità della persona umana e di una società che ne rifletta i valori più nobili. In tal senso, ricordo qui con piacere che la Spagna è la nazione la cui ambasciata presso la Santa Sede costituisce la missione diplomatica permanente più antica del mondo e che il suo Palazzo nella romana Piazza di Spagna, situato di fronte alla colonna dell'Immacolata (verità che questa nazione contribuì tanto a definire) è, nella Città Eterna, un emblema permanente di questa realtà storica.
Per comprendere in modo autentico la funzione dei nunzi apostolici, ben definita negli ultimi tempi dai Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II, è necessario sottolineare che non è quella propria dei tecnocrati, né si deve confondere con quella dei politici. I nunzi o i delegati apostolici -- in Paesi che non hanno relazioni diplomatiche piene con la Santa Sede -- sono pastori, uomini di Chiesa, formati dal punto di vista umano, accademico e sacerdotale, per poter realizzare, con alti obiettivi, il proprio compito su tutti i fronti che la loro missione comprende.
Il numero dei Paesi rappresentati si è duplicato durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, visto che nel 1978 -- all'inizio del ministero petrino di questo amato Pontefice -- erano solo ottantaquattro le nazioni che mantenevano relazioni con la Santa Sede, mentre ora sono centosettantanove. Pertanto la diplomazia del Papa ha raggiunto, nelle relazioni internazionali, una posizione di autentica universalità.
In questo ambito, la funzione della Segreteria di Stato, prima istituzione a collaborare con il Papa, per assisterlo nella sua suprema missione, ha un duplice aspetto. Da una parte, il suo lavoro tende a occuparsi di quel che si riferisce al servizio quotidiano del Santo Padre, a esaminare anche le questioni che trascendono la competenza ordinaria dei Dicasteri della Curia Romana, promuovendo le relazioni con essi e coordinandoli, e a guidare l'attività dei Legati della Santa Sede, in particolare per quel che concerne le Chiese particolari.
Dall'altra parte, è accanto al Romano Pontefice nel suo compito di continuare, sviluppare e intensificare le relazioni della Sede di Pietro con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali «per il bene della Chiesa e della società civile», come precisa la Costituzione apostolica Pastor bonus, di Giovanni Paolo II, nel suo articolo 46. Perciò la Santa Sede si sforza ogni giorno di offrire il suo sostegno alla vita internazionale, secondo la propria specificità, affinché, ovunque, si rispetti la dignità dell'uomo e s'intensifichino il dialogo, la solidarietà, la libertà, la giustizia e la fraternità, sia all'interno delle nazioni sia nella sua proiezione esteriore.
Vi posso assicurare che la diplomazia del Papa lavora, in modo discreto ma costante, al servizio di molte realtà, e per salvare vite e rendere più umana e sostenibile la situazione di molte persone. Ciò si fa senza discriminazione alcuna, come un servizio per il bene di tutti coloro che sollecitano l'intervento -- o persino a volte la mediazione -- del Papa e dei suoi diplomatici. Vi confesso inoltre che il contatto assiduo con i Rappresentanti pontifici e i loro collaboratori, molti di essi giovani sacerdoti, mi ha portato ad ammirare il generoso dono di sé, l'abnegazione e la dedizione a quanto viene affidato loro, come pure la ferma volontà di costruire ponti e facilitare soluzioni, a volte a problematiche ardue e in situazioni tremendamente complesse.
Ribadisco qui quel che ho detto ai diplomatici all'inizio del mio servizio nella Segreteria di Stato: «Abbiamo bisogno di un impegno universale a favore dei più diseredati del pianeta, dei più poveri, delle persone che cercano, spesso invano, quello di cui hanno bisogno per vivere loro e le loro famiglie. La dignità, la libertà e il rispetto incondizionato di ogni essere umano nei suoi diritti fondamentali, in particolare la libertà di coscienza e di religione, devono essere tra queste preoccupazioni fondamentali, poiché non possiamo in alcun modo disinteressarci della sorte e del futuro dei nostri fratelli di tutta l'umanità, né restare impassibili di fronte alle sofferenze che sfigurano la persona umana e che ogni giorno abbiamo dinanzi ai nostri occhi».
Si tratta di edificare un mondo ogni giorno più umano e fraterno, com'è proprio dello spirito evangelico. Bisogna costruire un mondo in cui si rifletta meglio la compassione verso le persone deboli e indifese, secondo la tradizione cristiana e le migliori tradizioni religiose e umanistiche delle diverse culture. Per questo Papa Benedetto XVI non esita a sottolineare che «la vita, che è opera di Dio, non va negata ad alcuno, neppure al più piccolo e indifeso nascituro, tanto meno quando presenta gravi disabilità». Perciò non possiamo «cadere nell'inganno di pensare di poter disporre della vita fino a “legittimarne l'interruzione, magari mascherandola con un velo di umana pietà. Occorre pertanto difenderla, aiutarla, tutelarla e valorizzarla nella sua unicità irripetibile» (Angelus nella Giornata per la vita, 4 febbraio 2007).
In questo contesto, l'altra faccia della medaglia è più dolorosa. Si tratta di mettere in evidenza tutto ciò che è contrario alla vita, di far sì che scompaiano quei flagelli che colpiscono l'umanità, come la povertà, il narcotraffico, il terrorismo, l'estorsione, l'insicurezza civile o qualsiasi altro tipo di violenza. In questi ambiti, gli interventi della Santa Sede sono stati e sono copiosi e chiari. Si vuole gettar luce su piaghe che feriscono la parte più profonda della condizione umana, di fronte alle quali non si può tacere.
L'elenco è variegato. A quelle che ho appena menzionato potremmo aggiungere il maltrattamento che la donna subisce sotto molti aspetti; e non ignoro neppure le sofferenze di tanti bambini o l'abbandono che prostra molti anziani. Sono parecchie le regioni del mondo con carenze sanitarie enormi, dove la miseria, la disoccupazione, la fame e l'analfabetismo provocano a loro volta stragi. Non sarà mai abbastanza quello che si fa affinché la vita degli esseri umani si sviluppi in modo sereno e integrale, in focolari domestici dove famiglie fondate sul matrimonio tra un uomo e una donna la custodiscano, la educhino correttamente e le schiudano prospettive luminose di futuro. Se tutte queste radici si trascurano, se vengono tacciate di essere antiquate o non si alimentano con vigore, l'uomo e la sua armoniosa convivenza perderanno la loro reale consistenza.
E vorrei qui menzionare un'obiezione che generalmente si fa quando il Magistero della Chiesa affronta questioni non negoziabili come la tutela della vita umana, la famiglia fondata sul matrimonio o il diritto inalienabile dei genitori a offrire un'educazione religiosa ai propri figli. Si screditano rapidamente le sue proposte, come se si pretendesse d'imporre la percezione ecclesiale a tutti i cittadini di società pluraliste. Lungi dal fare ciò, nella Chiesa desideriamo rispettare tutte le persone e non abbiamo la pretesa di giudicare chi non condivide la nostra visione. Siamo aperti al dialogo, ma il nostro servizio alla società e alla verità ci chiede proprio di esporre le ragioni delle nostre convinzioni. E in tal senso, la Chiesa -- come ricorda costantemente Benedetto XVI -- non esita a ricorrere agli argomenti “di ragione” nel dialogo con la società. Così ha sempre fatto la tradizione migliore della Chiesa che, oltre ai contenuti della fede, è sempre ricorsa ad argomenti cosiddetti «di ragione», fondati sull'ordine naturale e iscritti nel cuore umano.
A quanto detto bisogna aggiungere l'impegno dei rappresentanti pontifici per promuovere la pace, che continua a essere un obiettivo prioritario della Santa Sede. Questo campo specifico si colloca tra il realismo e la profezia. Il realismo c'invita a prendere coscienza della crescente complessità delle situazioni sociali e dei loro conflitti. E la profezia ci spinge a non rinunciare a quello che, in un primo momento, potrebbe talvolta essere definito come utopico, ma che, con sguardo attento e speranzoso, può essere visto come possibilità reale. Malgrado le tante esperienze frustranti, dobbiamo credere in una lenta ma irreversibile maturazione etica dell'umanità. A essa contribuisce il rispetto per la libertà religiosa, che è la via fondamentale per la costruzione della pace, poiché -- con le parole del Papa -- «la pace, infatti, si costruisce e si conserva solamente quando l'uomo può liberamente cercare e servire Dio nel suo cuore, nella sua vita e nelle sue relazioni con gli altri» (Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2011). Alla luce di queste considerazioni, si comprende bene che il Santo Padre segnali che «non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche» (Discorso ai partecipanti al 56° Convegno nazionale promosso dall'unione giuristi cattolici italiani, 9 dicembre 2006).
Perciò ogni giorno incoraggio i miei collaboratori nella Segreteria di Stato a non perdersi d'animo nel propugnare un'ampia visione delle relazioni sociali, che includa il dialogo della Chiesa con lo Stato, che rafforzi la collaborazione con le istituzioni civili per lo sviluppo integrale della persona e della sua dignità, che faciliti il libero esercizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, e che indichi il dovere della società e dell'amministrazione pubblica di garantire spazi dove i credenti possano vivere e celebrare la loro fede. In questo contesto la Chiesa chiede, nell'esercizio della sua missione nel mondo, manifestata in diverse forme individuali e comunitarie, lo stesso atteggiamento di rispetto e di autonomia che essa dimostra verso le realtà temporali (cfr. Discorso alla Conferenza Episcopale Spagnola, 5 febbraio 2009, n. 10).
Ricordiamo oggi le catastrofiche inondazioni avvenute il 25 settembre del 1962 in diverse regioni della Catalogna, che causarono un elevato numero di morti e dispersi, il che suscitò un'autentica ondata di solidarietà dinanzi a tanta sofferenza. Da parte mia, desidero destinare l'importo economico di questo premio a fini solidali, consegnando il cinquanta per cento dello stesso alla lodevole iniziativa dell'Arcivescovado di Barcellona per i giovani senza lavoro, e l'altro cinquanta per cento ai progetti del Grupo Guadalupe del Nicaragua, un'iniziativa creata in questo Paese da Suor Guadalupe Caldera Ramírez, cappuccina della Madre del Divino Pastor, che all'età di novantatré anni continua a essere l'anima della sua fondazione, e per borse di studio a studenti di famiglie a basso reddito delle scuole di queste religiose fondate dal Beato José Tous.


(©L'Osservatore Romano 26 settembre 2012)

Summorum Pontificum in Toscana. Quinto Pellegrinaggio: un piccolo resoconto e le prime foto di una splendida giornata

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martedì 25 settembre 2012

L'ex residenza di Joseph Ratzinger a Pentling è stata trasformata in centro di documentazione e di incontro con la vita e l'opera del Pontefice: il sito

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Il card. Bertone devolve i 60mila euro del Premio Conde ai giovani disoccupati. Il Segretario di Stato: è dovere della Santa Sede denunciare ciò che è contro la vita (Izzo)


BERTONE: DEVOLVE IL PREMIO CONDE' AI GIOVANI DISOCCUPATI

Salvatore Izzo

(AGI) - Barcellona, 25 set. - 

I sessantamila euro del premio Conde, ricevuti oggi dalle mani del re di Spagna Juan Carlos, sono stati integralmente devoluti ad iniziative di solidarieta' dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, che in occasione della cerimonia per il confermento del premio ha rievocato "Le catastrofiche inondazioni avvenute il 25 settembre del 1962 in diverse regioni della Catalogna, che causarono un elevato numero di morti e dispersi e suscitarono un'autentica ondata di solidarieta' dinanzi a tanta sofferenza". 
"Da parte mia - ha affermato il cardinale salesiano -  desidero destinare l'importo economico di questo premio a fini solidali, consegnando il cinquanta per cento dello stesso alla lodevole iniziativa dell'Arcivescovado di Barcellona per i giovani senza lavoro, e l'altro cinquanta per cento ai progetti del Grupo Guadalupe del Nicaragua, un'iniziativa creata in questo Paese da Suor Guadalupe Caldera Ramirez, cappuccina della Madre del Divino Pastor, che all'eta' di novantatre anni continua a essere l'anima della sua fondazione, e per borse di studio a studenti di famiglie a basso reddito delle scuole di queste religiose fondate dal Beato Jose' Tous. 

© Copyright (AGI)

BERTONE: DOVERE S.SEDE  DENUNCIARE CIO' CHE E' CONTRO LA VITA

Salvatore Izzo

(AGI) - Barcellona, 25 set. 

La Santa Sede ha il dovere di "mettere in evidenza tutto cio' che e' contrario alla vita" e di operare attraverso la sua attivita' diplomatica per "far si' che scompaiano quei flagelli che colpiscono l'umanita', come la poverta', il narcotraffico, il terrorismo, l'estorsione, l'insicurezza civile o qualsiasi altro tipo di violenza". 
Lo ha ricordato il segretario di Stato Tarcisio Bertone nel discorso tenuto questo pomeriggio a Barcellona dive ha ricevuto il premio Conde da re Juan Carlos di Spagna.
"In questi ambiti, gli interventi della Santa Sede sono stati e sono copiosi", ha sottolineato Bertone che ha citato in proposito il forte monito di Benedetto XVI: "la vita, che e' opera di Dio, non va negata ad alcuno, neppure al piu' piccolo e indifeso nascituro, tanto meno quando presenta gravi disabilita'". 
La Chiesa vuole cioe' mettere in guardia dall'"inganno" di pensare di poter "disporre della vita fino a legittimarne l'interruzione, magari mascherandola con un velo di umana pieta'", ha spiegato il cardinale Bertone che nel suo intervento, pubblicato dall'Osservatore Romano, ha rievocato la figura di Joseph Vandrisse, il sacerdote giornalista che per molti anni e' stato vaticanista di "Le Figaro", per il quale la diplomazia vaticana rappresentava "una necessita' per il Papa".
Personalmente, ha confidato Bertone nel suo intervento a Barcellona, "ogni giorno incoraggio i miei collaboratori nella Segreteria di Stato a non perdersi d'animo nel propugnare un'ampia visione delle relazioni sociali, che includa il dialogo della Chiesa con lo Stato, che rafforzi la collaborazione con le istituzioni civili per lo sviluppo integrale della persona e della sua dignita', che faciliti il libero esercizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, e che indichi il dovere della societa' e dell'amministrazione pubblica di garantire spazi dove i credenti possano vivere e celebrare la loro fede". 
"In questo contesto - ha concluso il cardinale salesiano - la Chiesa chiede, nell'esercizio della sua missione nel mondo, manifestata in diverse forme individuali e comunitarie, lo stesso atteggiamento di rispetto e di autonomia che essa dimostra verso le realta' temporali". 

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Il cardinale Bertone riceve il Premio Conte di Barcellona: l'impegno della diplomazia vaticana per la comprensione dei popoli


Il cardinale Bertone riceve il Premio Conte di Barcellona: l'impegno della diplomazia vaticana per la comprensione dei popoli 

La diplomazia vaticana, ruolo ed ambiti di azione: ne ha parlato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ricevendo oggi pomeriggio in Spagna, alla presenza del Re Juan Carlos, il Premio Internazionale Conte di Barcellona, assegnato ogni anno ad una persona, impresa o istituzione distintasi nel campo della comunicazione. La cerimonia di consegna dell’ambito riconoscimento si è svolta nel Reale Monastero di Santa Maria de Pedralbes nel capoluogo catalano. Il servizio di Roberta Gisotti: 

Gratitudine ha espresso il cardinale Bertone per il Premio quale “riconoscimento del servizio che la Santa Sede presta ai popoli della terra, lavorando per il loro bene e per il loro sviluppo e collaborando per rafforzare la giustizia, la solidarietà e la pace tra le nazioni del mondo”. Da qui la riflessione sugli ambiti d’intervento e sul ruolo della diplomazia vaticana, non sempre ben compresi, tanto da ritenerla, alcuni, “una reliquia del passato destinata a scomparire” o “un riflesso di una Chiesa segnata da scelte che non rispondono alla realtà e alle esigenze del nostro tempo”. In realtà – ha sottolineato il porporato – la diplomazia della Santa Sede è una ricerca incessante di vie giuste e umane, tenendo conto sia dei diritti che delle responsabilità delle persone e degli Stati”, nella consapevolezza che “il bene di ogni persona si consegue salvaguardando il bene comune”. 

Ecco che “l’azione diplomatica dispiegata dal Papa e dai suoi collaboratori – ha osservato il segretario di Stato - deve considerarsi come una forma privilegiata di comunicazione, il cui fine è favorire nel miglior modo possibile questo bene comune e la comprensione della comunità internazionale”. Ha ricordato il cardinale Bertone, ospite a Barcellona, che l’ambasciata di Spagna presso la Santa sede è “la missione diplomatica permanente più antica al mondo” e che le rappresentanze estere presso la Sede apostolica sono raddoppiate da 84 a 170 sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Ha quindi rassicurato sugli sforzi quotidiani profusi dal Vaticano in “appoggio alla vita internazionale, secondo le proprie specificità”, perché in tutti i luoghi e in ogni Nazione “si rispetti la dignità dell’uomo e si intensifichino il dialogo, la solidarietà, la libertà, la giustizia e la fraternità”. La diplomazia vaticana lavora – ha aggiunto il porporato – in forma discreta ma costante, al servizio del molte realtà e per salvare vite” ed alleviare la situazione di molte persone, “senza alcuna discriminazione”, a servizio di “tutti quelli che sollecitano l’intervento - o anche la mediazione – del Papa e suoi diplomatici”, dedicati “a costruire ponti e facilitare soluzioni” con impegno generoso e abnegazione “in situazioni tremendamente complesse”.

Non manca l’impegno a denunciare e sconfiggere i flagelli contrari alla vita che affliggono l’umanità “come la povertà, il narcotraffico, il terrorismo, l’estorsione, l’insicurezza cittadina e qualsiasi altro tipo di violenza”. In questi ambiti gli interventi della Santa Sede sono stati e sono numerosi e chiari. Il cardinale Bertone ha infine sgombrato il campo dal malinteso che la Chiesa voglia imporre a tutti i cittadini di società pluraliste la propria visione del mondo, obiezione che si suole fare quando affronta questioni non negoziabili come “la protezione della vita umana, la famiglia fondata sul matrimonio o il diritto inalienabile dei genitori all’educazione religiosa dei propri figli”. “Siamo aperti a dialogare – ha chiarito il porporato – però il nostro servizio alla società e alla verità ci chiede di esporre precisamente le ragioni delle nostre convinzioni.” 

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Un intenso mese di ottobre per il Papa: cinque grandi cerimonie e visite di alto livello (Rome Reports)

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Siria. Il Patriarca Laham: tutti liberi gli ostaggi cristiani grazie al dialogo con i rapitori. No a guerre di religione (Radio Vaticana)


Siria. Il Patriarca Laham: tutti liberi gli ostaggi cristiani grazie al dialogo con i rapitori. No a guerre di religione 

In Siria, sono stati liberati tutti i 240 i fedeli cristiani greco-melkiti, rapiti oggi nel territorio circostante il villaggio di Rableh, situato tra il confine libanese e la città di Qusayr, nella provincia siriana di Homs. A darne notizia è il patriarca greco-cattolico di Damasco, mons. Gregorios III Laham, contattato telefonicamente dalla collega della redazione francese della nostra emittente, Marie Duhamel:

R. - Je viens juste d’apprendre la nouvelle…

Sto apprendendo ora la notizia che sono stati liberati, tutti, e questo è stato possibile grazie al dialogo tra la gente del villaggio di Rableh e i rapitori armati… E’ un nuovo esempio per dire che con il dialogo si può fare tutto, o meglio si può fare molto. 

D. - Conoscevano i loro rapitori?

R. - Il savent que le ravisseurs sont…

Sanno che i rapitori sono persone che stanno intorno al villaggio da 20 giorni e che vogliono un po’ attizzare il fuoco tra i differenti gruppi religiosi, cristiani, musulmani… Però, le persone sul posto si conoscono tutte e hanno saputo dove cercarli, hanno seguito una pista e hanno potuto sapere chi erano. Sono andati da loro e le persone hanno detto: siamo anche noi cittadini siriani, dobbiamo vivere insieme, non possiamo fare così, e sono riusciti a convincerli che si deve vivere come fratelli.

D. - Cosa ha fatto cambiare idea ai rapitori? Immagino che avessero preso in ostaggio queste persone per qualche motivo…

R. - 240 personnes…

Erano 240 persone: non saprei dire perché. Ma sono sempre stato convinto che il fatto di dialogare e le amicizie sul posto servono molto, bisogna insistere molto sulle amicizie locali tra gli abitanti del villaggio e i vicini, è molto importante. In arabo diciamo: il vostro vicino prima della vostra casa. Ed è il caso di dirlo qui, perché è grazie ai loro contatti e alle loro amicizie…

D. - …che si riesce ad andare avanti?

R. - Oui, il le faut et je crois...

Sì, è necessario, e credo che sia un buon esempio per tante situazioni.

D. - Si è capito perché i rapitori avessero preso queste persone in ostaggio? Erano tutti greco-cattolici? Lei pensa che era perché si trattava di cristiani?

R. - Non, non. A Rableh il y a une communauté…

No. A Rableh, c’è una grande comunità di greco-cattolici, sono la maggioranza: ci sono maroniti, alawiti… Questo è il punto nevralgico, gli alawiti. C’è oggi una tendenza a fare intervenire i cristiani perché il problema diventi religioso, una guerra civile tra le diverse comunità. E’ questo che dobbiamo assolutamente evitare. Tutti gli sforzi che noi patriarchi, vescovi, politici, dobbiamo fare sono per evitare una guerra civile e una guerra tra fratelli.

D. - Secondo lei la religione è stata strumentalizzata dai politici in questi ultimi tempi?

R. - On voulait introduire surtout les chrétiens…

Si volevano coinvolgere soprattutto i cristiani per risolvere i problemi tra diverse comunità non cristiane, fare entrare i cristiani tra i problemi dei musulmani con altri musulmani. 

D. - Qual è il suo appello per quanto riguarda questo problema particolare?

R. - Je viens de finir une journée…

Ho appena finito una giornata di studio, un piccolo congresso, a Salzburg in Austria. C’erano un centinaio di persone di diverse comunità, il tema è stato organizzata dal San Virgilio, un centro di studi. Hanno organizzato due giorni di lavoro, incentrato sul tema “I cristiani in Siria: che avvenire?”. Ho parlato della riconciliazione, ho proposto questo punto di vista sulla riconciliazione che è stato ben accolto e ho detto: vedete, ecco un esempio di come si deve agire. Sono appena tornato e ricevo la notizia: “Monsignore, deve stare tranquillo gli ostaggi sono stati liberati”. La riconciliazione è la parola dell’avvenire per tutti, per tutta la Siria.

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La visita di Benedetto XVI in Libano, un "segno" mariano (Fady Noun)

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Nuova evangelizzazione, scelti esperti e uditori (Cardinale)

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Mons. Gallagher: La conoscenza del latino è in costante ascesa tra i giovani preti, come parte integrante della nuova evangelizzazione (Rocca)

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Summorum Pontificum, 5 anni dopo (Trent Beattie)

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Il "Cortile dei Gentili" il 5-6 ottobre ad Assisi (Asca)


Vaticano: 'Cortile dei Gentili' il 5-6 ottobre ad Assisi con Napolitano

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 25 set 

Sara' il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l'ospite d'onore della sessione del ''Cortile dei Gentili'' in programma ad Assisi il 5 e 6 ottobre, subito dopo la festa di San Francesco. Il tema del nuovo appuntamento dell'iniziativa di dialogo tra credenti e non credenti lanciata dal Pontificio Consiglio per la Cultura sara' ''Dio, questo Sconosciuto'', ha spiegato questa mattina il card. Gianfranco Ravasi, presidente del dicastero vaticano, presentando l'iniziativa.
Accanto al capo dello Stato, alla due giorni di incontri parteciperanno anche personalita' della cultura, economia, politica, arte e spettacolo quali Corrado Passera, Franco Bernabe', Susanna Camusso, Giulio Giorello, Gustavo Zagrebelsky, Umberto Galimberti, Umberto Veronesi, Vincenzo Cerami, Ermanno Olmi. Quella di Assisi, secondo il porporato, sara' ''forse l'esperienza in assoluto piu' originale e piu' alta del Cortile dei Gentili''.
L'incontro nella citta' di San Francesco, ha spiegato il card. Ravasi che nei mesi scorsi ha portato il ''Cortile dei Gentili'' in diversi Paesi d'Europa, infatti ''inaugura l'Anno della fede e si colloca alla vigilia dell'apertura del Sinodo sulla nuova evangelizzazione, a significare quanto oggi sia importante il dialogo tra gli uomini e tra le diverse concezioni del mondo''. A questo riguardo il cardinale ha parlato della recente esperienza del ''Cortile'' tenuta a Stoccolma, ''in uno dei Paesi tra i piu' secolarizzati al mondo dove sorprendentemente si e' svolto un dibattito durato senza interruzioni per 3 ore e 40 minuti, a riprova di quanto il tema della trascendenza sia sentito''.
Alla conferenza di presentazione in Vaticano hanno partecipato questa mattina, oltre a Ravasi, p. Jean-Marie Laurent Mazas, Direttore Esecutivo, p. Enzo Fortunato, Direttore della sala stampa del Sacro Convento d'Assisi, e lo scrittore Vincenzo Cerami.
Il programma e' ricco di eventi, ben 9 Incontri sparsi nella citta' di Francesco e 40 relatori che affronteranno, in altrettanti Cortili, diversi temi: il grido dei poveri e il grido della terra, la fede, il lavoro, il dialogo interreligioso e interculturale, i giovani e il rapporto tra l'arte e il sacro.
Di grande importanza anche i due eventi paralleli che accompagneranno questa due giorni di Assisi: il Cortile dei Bambini e il Cortile della Narrazione. Il Cortile di Francesco potra' essere seguito su Rai 1 e su Radio Vaticana, che coprira' in diretta diversi momenti delle due giornate assisane.

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Cortile dei Gentili ad Assisi: il cardinale Ravasi dialogherà con il presidente Napolitano


Cortile dei Gentili ad Assisi: il cardinale Ravasi dialogherà con il presidente Napolitano 

Un evento all’insegna dello spirito francescano dell’incontro: è stato presentato stamani, alla Sala Stampa vaticana, il Cortile dei Gentili ad Assisi del 5-6 ottobre prossimo. A illustrare l’evento, a cui prenderà parte anche il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, sono stati stamani, tra gli altri, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del dicastero della Cultura, padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento d’Assisi, e lo scrittore Vincenzo Cerami. Il servizio di Alessandro Gisotti: 

Un “evento emblematico” e originale nella città di San Francesco all’insegna del dialogo e della nuova evangelizzazione. La due giorni ad Assisi del Cortile dei Gentili, il 5 e 6 ottobre, avrà per tema “Dio, questo sconosciuto” e vivrà un momento di grande richiamo con il dialogo d’apertura tra il cardinale Gianfranco Ravasi e il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Il programma del “Cortile di Francesco” è particolarmente ricco di eventi con 9 incontri sparsi nella città umbra e 40 relatori di alto livello, esponenti della cultura, dell’economia e della società. Ci saranno inoltre due eventi paralleli particolarmente significativi: il Cortile dei Bambini, già presente a Palermo, e il Cortile della Narrazione. La tappa di Assisi segue quella di grande successo in Svezia, in un ambiente – ha detto il cardinale Ravasi – dove vi è stata una sorprendente attenzione per il Cortile dei Gentili, nonostante la società svedese sia fortemente secolarizzata. Rispondendo dunque alle domande dei giornalisti, il cardinale Gianfranco Ravasi ha tracciato un primo bilancio dell’esperienza del Cortile, che ha già toccato numerose città in tutto il mondo:

“Il bilancio che ho finora è positivo, soprattutto perché i temi mutano da luogo in luogo, e quindi bene o male, acquistano una connotazione esistenziale. La speranza è che si possa continuare, e continuare da parte delle chiese e da parte del mondo laico, non credente, che ha collaborato con maggiore entusiasmo... La seconda cosa: c’è davanti tutto l’orizzonte dell’indifferenza e credo che questo sia il nostro vero problema.”

Quindi, il porporato ha sottolineato che sono già in programma nuove tappe del Cortile nei prossimi mesi: a Catanzaro, sul tema della legalità, in Portogallo e ancora in Messico e a Marsiglia, in Francia. Il cardinale Ravasi non ha poi mancato di auspicare un incontro del Cortile all’università “La Sapienza” di Roma, dove al Papa fu impedito di parlare nel gennaio del 2008. Ritornando all’evento di Assisi, è stato osservato che avviene nell’imminenza del Sinodo per la Nuova Evangelizzazione e dell’inizio dell’Anno della Fede. Non meno importante, ha poi notato, il francescano padre Enzo Fortunato è che avvenga all’indomani della Festa di San Francesco:

“Il fatto che avvenga il 'Cortile di Francesco', il Cortile dei Gentili, dopo il 4 ottobre, io credo che è un po' come continuare a celebrare questa figura con momenti diversi. Emozione e riflessione vanno insieme”. 

Dal canto suo, lo scrittore e drammaturgo Vincenzo Cerami ha detto che il Cortile dei Gentili sembra “l’unica cosa” che si muove nel panorama culturale italiano. Ed ha affermato che un artista, anche se non credente, è sempre attratto profondamente dalla dimensione della fede. Il “Cortile di Francesco” si contraddistinguerà anche per una notevole copertura mediatica: l’evento sarà infatti seguito, tra gli altri, da Rai1, da Telepace e dalla nostra emittente che coprirà in diretta diversi momenti delle due giornate ad Assisi.

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Il Papa e il valore della Parola vissuta: rende il regno di Dio tangibile e non un'utopia senza speranza (R.V.)


Il Papa e il valore della Parola vissuta: rende il regno di Dio tangibile e non un'utopia senza speranza 

“Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”. È il brano del Vangelo di Luca della liturgia odierna, che rimanda all’essenza del cristianesimo e alla grande responsabilità di chi ha ricevuto il dono della fede ed è chiamato a testimoniarlo. Su questo tema, di particolare attualità in vista del prossimo Sinodo sulla nuova evangelizzazione, Alessandro De Carolis ricorda alcune riflessioni di Benedetto XVI: 

È una di quelle risposte spiazzanti che Gesù dà ai suoi interlocutori. Una situazione ordinaria, come può esserlo il ricevere notizia di una visita imminente, diventa una chiave che apre su una visione nuova, il punto di vista di Dio che illumina un aspetto impensato e impensabile all’uomo. In questo caso è l’affermazione che la “parentela” con Cristo è un fatto di fede e di scelte non di sangue. Gesù non fa sconti: suo “fratello” – sua “madre” persino – è colui che ascolta la Parola di Dio e la fa diventare realtà. Non si scappa da questa “filiera” della fede: ascolto e azione, i Santi lo insegnano. E Benedetto XVI lo ha ripetuto tante volte con chiarezza. “Per l’annuncio”, ha affermato in una circostanza, “abbiamo bisogno di due elementi”:

“Testimonianza e parola. E’ necessaria la parola, che fa apparire la verità di Dio, la presenza di Dio in Cristo e quindi l’annuncio è una cosa assolutamente indispensabile, fondamentale”. (Discorso al Clero romano, 26 febbraio 2009)

E tuttavia, come Paolo VI ricordava e ricorda, un maestro che sia solo tale non basta:
“È necessaria anche la testimonianza che dà credibilità a questa parola, perché non appaia solo come una bella filosofia, una utopia. E in questo senso mi sembra che la testimonianza della comunità credente sia di grandissima importanza. Dobbiamo aprire, in quanto possiamo, luoghi di esperienza della fede". (Discorso al Clero romano, 26 febbraio 2009)

Far parte del Regno di Dio, e dunque essere parente di Cristo, vivere nella sua casa, “non è – ebbe a dire il Papa tempo fa – una questione di onori e di apparenze, ma, come scrive San Paolo, è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo”. 

“Perciò, non sa che farsene di quelle forme ipocrite di chi dice ‘Signore, Signore’ e poi trascura i suoi comandamenti (...) Se mettiamo in pratica l’amore per il nostro prossimo, secondo il messaggio evangelico, allora facciamo spazio alla signoria di Dio, e il suo regno si realizza in mezzo a noi. Se invece ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in rovina”. (Angelus, 23 novembre 2008)

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Gentili ad Assisi. Ravasi dialogherà sul tema della fede con Napolitano e Passera (Galeazzi)

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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL CORTILE DEI GENTILI AD ASSISI (5-6 OTTOBRE 2012)


CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL CORTILE DEI GENTILI AD ASSISI (5-6 OTTOBRE 2012), 25.09.2012

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la conferenza stampa di presentazione del Cortile dei Gentili ad Assisi (5-6 ottobre 2012) sul tema "Dio, questo sconosciuto".
Intervengono alla Conferenza Stampa: l’Em.mo Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; Padre Jean-Marie Laurent Mazas. FSJ, Direttore Esecutivo del Cortile dei Gentili, il Rev.do P. Enzo Fortunato, OFM Conv., Direttore della sala stampa del Sacro Convento d'Assisi; lo Scrittore Vincenzo Cerami.

COMUNICATO STAMPA 

"Forse l’esperienza in assoluto più originale e la più alta del Cortile dei Gentili, che pure ha alle spalle una lunga tradizione ormai, sia pure contratta nel tempo, di vicende molto significative. Un’esperienza molto alta proprio per la presenza nell’evento di apertura del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal quale gli italiani si sentono profondamente rappresentati". Con queste parole, il Cardinal Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha presentato lo straordinario Cortile dei Gentili che avrà luogo ad Assisi, il 5 e 6 ottobre , sul tema "Dio, questo Sconosciuto", che riprende le espressioni che Papa Benedetto usò per dare corpo a questa Struttura permanente di dialogo tra credenti e non credenti, che il Cardinal Ravasi ha già portato in diversi Paesi d’Europa. Il grande evento, che inaugura l’Anno della Fede, è stato realizzato, assieme al Pontificio Consiglio della Cultura, dal Sacro Convento di Assisi e dall’Associazione "Oicos Riflessioni".
Un programma ricco di eventi, ben 9 Incontri sparsi nella città di Francesco e 40 relatori che affronteranno, in altrettanti Cortili, diversi temi: il grido dei poveri e il grido della terra, la fede, il lavoro, il dialogo interreligioso e interculturale, i giovani e il rapporto tra l’arte e il sacro. Parteciperanno grandissimi esponenti della cultura, della società e dell’economia del panorama italiano e internazionale, fra i quali: Umberto Veronesi, Ermanno Olmi, Susanna Camusso, Mauro Moretti, Umberto Galimberti, Alex Zanotelli, Moni Ovadia, Enzo Bianchi, Vincenzo Cerami, Alessandro Fuksas, Gustavo Zagrebelsky, Federico Rampini. Modereranno gli incontri firme famose del giornalismo italiano, fra i quali: Ferruccio De Bortoli, Massimo Giannini, Aldo Cazzullo, Mario Orfeo, Roberto Olla. Chiuderà i lavori il duetto tra il cardinal Ravasi e il Ministro Corrado Passera.
Di grande importanza anche i due Eventi paralleli che accompagneranno questa due giorni di Assisi: il Cortile dei Bambini e il Cortile della Narrazione.
Il Cortile di Francesco potrà essere seguito su Rai 1, che manderà in onda in differita l’Apertura, alle 23,15, ma anche su Radio Vaticana, che coprirà in diretta diversi momenti delle due giornate assisane. E potrà essere seguito in diretta streaming sul sito www.H2O.org, sul sito www.sanfrancesco.org, e sul sito www.cortiledeigentili.com. Riprese saranno anche effettuate da Rai Educational, a cura di Stas’ Gavronski, e dalla Struttura editoriale di Rai 150, diretta da Giovanni Minoli, che programmerà, a partire dal 10 ottobre, delle puntate tematiche dedicate al dibattito e all’approfondimento dei temi proposti dall’evento.

Bollettino Ufficiale Santa Sede

Conversazione del cardinale Tarcisio Bertone con «La Vanguardia». I cristiani per il rinnovamento sociale (O.R.)


Conversazione del cardinale Tarcisio Bertone con «La Vanguardia»

I cristiani per il rinnovamento sociale

Sarà il re di Spagna Juan Carlos i a consegnare domani, martedì 25 settembre, al cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il Premio internazionale Conde de Barcelona. Giunto alla iv edizione, il prestigioso riconoscimento -- istituito dalla fondazione Conde de Barcelona del quotidiano spagnolo «La Vanguardia» -- è attribuito a personalità o istituzioni che si siano distinte per il proprio apporto al mondo della comunicazione.
In questa occasione il cardinale Bertone ha rilasciato un'ampia e dettagliata intervista a Enric Juliana ed Eusebio Val, pubblicata nella edizione di domenica 23 settembre del giornale catalano.
Numerosi gli argomenti affrontati: dalla crisi economica alla presenza dei cristiani in Medio Oriente, dalle sfide della secolarizzazione alla libertà religiosa. L'obiettivo si è inizialmente focalizzato sulla Spagna, dove il Papa, hanno notato gli intervistatori, si è recato quattro volte. Un segno di grande attenzione, ha specificato il porporato, per un Paese che ancora oggi può vantare il 75 per cento della popolazione di fede cattolica. Un'attenzione necessaria, del resto, in un momento in cui «il relativismo e il laicismo -- ha sottolineato -- stanno configurando una società che si scontra con i valori fondamentali della cultura cattolica, minando, per esempio, istituzioni come il matrimonio e la famiglia e scuotendo le fondamenta della vita morale». A questo proposito il cardinale ha posto l'accento sull'impegno dell'episcopato spagnolo, che «sta mobilitando tutte le forze della Chiesa in Spagna per far fronte a questa situazione e rievangelizzare la società».
Riguardo alla crisi economica, che interessa in particolare la Spagna e altri Paesi europei, il segretario di Stato ha invocato «politiche sociali che promuovano la solidarietà. Sono convinto che l'Europa saprà affrontare la crisi che attraversa, che non è solo economica, e saprà uscirne. Ma lo potrà fare tanto più efficacemente quanto più saprà scoprire la centralità di questi valori, umani e cristiani, che l'hanno edificata e l'hanno resa grande nella storia». E anche in questo ambito ha messo in luce l'azione della Chiesa in Spagna, capace di un'«immensa opera di carità e di sostegno ai più deboli».
Il discorso si è poi allargato alle tragedie vissute da popoli costretti a subire le conseguenze dell'odio e della violenza: in particolare le persecuzioni subite dai cristiani, la fuga conseguente dai Paesi del Medio Oriente, la mancanza di libertà religiosa. «La persecuzione o le difficoltà che i cristiani subiscono in diversi Paesi -- ha detto in proposito il porporato -- certamente sono da sempre una questione importante per la Santa Sede, per il bene non solo dei cristiani, ma anche delle nazioni alle quali appartengono e al cui bene contribuiscono in vari modi. Pensando, per esempio, alla situazione in Medio Oriente, sono convinto che la diminuzione della presenza cristiana non è solo un danno per la Chiesa, ma anche una perdita per tutta la società, come molti musulmani riconoscono». Perciò «è tanto importante la libertà religiosa, che sta alla base del rispetto degli altri diritti umani. 
La promozione della libertà religiosa è la miglior garanzia per il progresso della società».
Altro argomento della lunga conversazione -- il cui resoconto ha riempito due intere pagine del quotidiano spagnolo -- è stato il recente viaggio in Libano, durante il quale Benedetto XVI ha rivolto lo sguardo -- secondo il cardinale -- a tutto il Medio Oriente, dove purtroppo sono ancora in corso «diversi conflitti, alcuni annosi, che attendono ancora un'adeguata soluzione. In particolare è motivo di preoccupazione la crisi in Siria, che ha provocato già quasi 30.000 morti e numerosi feriti e sfollati, senza dimenticare le centinaia di migliaia di esiliati e rifugiati. È una crisi complicata in cui si mescolano diversi fattori e in cui è in pericolo non solo la comunità cristiana, ma tutta la società. I cristiani, che sono presenti in Siria dagli inizi del cristianesimo, desiderano continuare a contribuire, come hanno fatto nel corso della storia, al bene comune della società. Nella Siria di domani la presenza dei cristiani come costruttori di pace e artefici di riconciliazione sarà sempre fondamentale». Da qui l'appello del porporato «all'immediata cessazione della violenza, da ovunque provenga, e a dare priorità alla via del dialogo e della riconciliazione. È importante salvaguardare l'unità del Paese, di modo che tutti, minoranze comprese, abbiano un ruolo fondamentale per contribuire al bene della società».
Quanto ai cambiamenti in atto nella regione e alle loro ripercussioni sui cristiani, il segretario di Stato ha tenuto a precisare che «la realtà di ogni Paese è diversa, ma è vero che la situazione dei cristiani in alcuni Paesi non è migliorata e si percepisce una certa paura rispetto al futuro, che si sta ancora delineando. A un entusiasmo iniziale da parte di molti è potuta seguire una valutazione più cauta. Da un altro punto di vista, possiamo vedere questi cambiamenti nel mondo arabo più che come un rischio per i cristiani, come un'opportunità o una sfida. All'origine di molti mutamenti attuali si può trovare il desiderio di maggiore giustizia e partecipazione alla vita politica, come pure l'aspirazione allo sviluppo di società più democratiche, elementi che non possono non essere in grande sintonia con i valori che il cristianesimo ha promosso e che, in un certo senso, sono diventati patrimonio universale». E ha indicato, in proposito, valori come la dignità della persona e l'importanza della famiglia.
La vita della Chiesa è stata argomento dell'ultima parte dell'intervista. Nella prospettiva di quei cambiamenti auspicati da alcuni settori cattolici, il porporato si è soffermato sulla necessità di insistere, più che sulle riforme strutturali, «sul bisogno di un rinnovamento radicale; vale a dire di un rinnovamento fondamentale sulle radici del nostro essere cristiani, sulla fede in Gesù Cristo. In questo Anno della fede, fortemente voluto da Benedetto XVI, in occasione del 50° anniversario dell'apertura del concilio Vaticano II e del 20° anniversario del Catechismo della Chiesa cattolica, siamo invitati a riflettere sull'atto di fede e sui suoi contenuti, affinché possiamo offrire al mondo il dono di una testimonianza sicura, gioiosa e attraente».
Il dialogo si è concluso da dove era iniziato, toccando nuovamente il tema del rapporto tra il Papa e la Spagna, questa volta in particolare con la Catalogna. L'esperienza vissuta a Barcellona, durante la visita del novembre 2010, è stata rievocata come un omaggio alla cultura catalana espressa nell'opera di Gaudí. «Dio e l'uomo contemporaneo -- ha detto il cardinale -- costituiscono l'asse del magistero di Benedetto XVI. E Barcellona, con il suo maestoso tempio della Sagrada Famiglia, in un certo senso costituisce in Europa occidentale il simbolo delle relazioni tra l'umano e il divino, tra la natura e il soprannaturale. Per Gaudí l'arte può assumere il linguaggio teologico, ossia parlare all'uomo di Dio» e per questo l'arte alla fine si identifica in uno strumento di dialogo, di comunione tra la natura e la grazia. Per ogni uomo e per ogni popolo in questo senso essa rappresenta il modo di esprimere quanto sia viva nella propria anima e nella propria vita «la percezione di Dio».

(©L'Osservatore Romano 24-25 settembre 2012) 

Prof. Gindert (Forum Cattolici Tedeschi): "Difficilmente lo spirito del decreto dei vescovi tedeschi può aver avuto l'approvazione del Santo Padre"

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Card. Bagnasco: La politica sottovaluta gli scandali e la «rabbia degli onesti», così l’Italia rischia di scivolare in un baratro (Galeazzi)

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:


Bagnasco: la politica che ignora il malaffare indigna i cittadini

GIACOMO GALEAZZI

ROMA

La politica sottovaluta gli scandali e la «rabbia degli onesti», così l’Italia rischia di scivolare in un baratro. Al consiglio episcopale, Angelo Bagnasco abbandona i toni felpati e fa appello al senso di responsabilità delle forze politiche e sociali. «La strada è in pericolosa pendenza», ci sono «scelte da fare». 
La crisi economica morde l’Italia, «la vita della gente è già segnata in modo preoccupante», il Paese va messo «al riparo definitivo da capitolazioni umilianti e altamente rischiose». La Cei, delusa dalla classe politica, conferma il proprio appoggio al governo Monti. 
«Immoralità e malaffare» dilagano «al centro come in periferia». Si moltiplicano casi di corruzione in diverse Regioni, ma la politica li ignora. E’ «interesse di tutti» che il governo votato dal Parlamento prosegua il lavoro. La politica non ha fatto nulla per la famiglia e «la gente non perdonerà questa poca considerazione».Dopo gli strali di sabato del Papa e del cardinale Scola, anche Bagnasco stigmatizza i registri per le unioni civili istituti a Milano e in altri comuni. Vicino ad un popolo cattolico impoverito e disorientato. Lontano da un centro-destra in implosione per gli scandali della regione Lazio (il «reticolo di corruttele e di scandali delle Regioni è motivo di disagio e di rabbia per gli onesti»). Scandali inaccettabili che la classe politica sottovaluta in modo irresponsabile. Ma lontano anche da un centro-sinistra tentato da alleanze elettorali favorevoli alle coppie gay. Uniche certezze: la dottrina cattolica, specie in tema di famiglia e bioetica, la solidarietà necessaria in tempi di crisi economica e la necessaria azione di risanamento portata avanti dal governo Monti. Il porporato richiama l’attenzione sulle sirene dell’antipolitica. «La politica è necessaria: non si può sottovalutare il sentimento ostile che va covando nella cittadinanza». I partiti devono «prepararsi seriamente» alle elezioni, non con operazioni di «semplice cosmesi», bensì portando «risultati concreti per il Paese e un rinnovamento reale e intelligente delle formazioni politiche e il loro irrobustirsi con soggetti non chiacchierati». Contro il «malaffare» per il bene del Paese, per combattere l’antipolitica e opporre solidarietà a povertà, precariato, sfaldamento sociale. Anche grazie a una «leva di laici maturi» capaci di operare anche in ambienti «ostili» grazie a una formazione che sia pure spirituale e non mediocre. Il porporato traccia l’impegno dei credenti, laici e Chiesa, nella attuale situazione. Bagnasco, ricevuto ieri mattina dal Papa, è in sintonia con la segreteria di Stato vaticana: il sostegno a Monti è pieno, pur se nell’episcopato c’è consapevolezza della sofferenza per i sacrifici richiesti alla popolazione. Ancora più acuta, però, è la consapevolezza dello scandalo che in quella stessa popolazione hanno suscitato in questi giorni le note spese pazze della regione Lazio. Amara la domanda: «Possibile che l’arruolamento nelle file della politica sia ormai così degradato?». Una staffilata ad un centro-destra che, in passato, ha goduto di fiducia da parte dei vertici ecclesiastici. Ma anche sul versante opposto non sono carezze. Se dal centrosinistra si leva la voce del sindaco di Milano Giuliano Pisapia a favore dell’adozione alla coppie gay, Bagnasco ribatte che con le unioni civili «la società, come già si profila in altri Paesi, andrebbe al collasso: perché non si riconoscono le conseguenze nefaste di queste apparenti “avanguardie?”». No al conformismo, sì ai «testimoni», tra i quali Bagnasco mette il cardinale Martini, don Pino Puglisi e don Peppino Diana. E assicura: «La Chiesa non è moribonda, è unita intorno al Papa che esce ancora più amato dal laccio di tradimenti impensabili o malevoli interpretazioni».

© Copyright La Stampa, 25 settembre 2012

Le parole di Bagnasco, le mosse dei Cattolici (Tornielli)

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Canada: Anno della fede e Nuova evangelizzazione al centro della Plenaria dei vescovi

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La road map della pace. Intervista al cardinale Jean-Louis Tauran sul viaggio del Papa in Libano (Ponzi)


Intervista al cardinale Jean-Louis Tauran sul viaggio del Papa in Libano

La road map della pace

di Mario Ponzi

Benedetto XVI ha indicato la strada della pace. Ora spetta a quanti hanno in mano le sorti del Medio Oriente decidere se imboccarla -- e così porre fine alle sofferenze dei popoli che abitano quella travagliata regione -- oppure continuare a lasciare spazio alla violenza, alimentata anche dalla strumentalizzazione di convincimenti religiosi che con la violenza non hanno nulla a che fare. È una consapevolezza, quella del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, maturata nei suoi lunghi anni di esperienza a capo del dicastero vaticano: cristiani e musulmani non hanno oggi, come non hanno mai avuto, problemi di convivenza nella vita di tutti i gi0rni. «I problemi -- dice nell'intervista rilasciata al nostro giornale al rientro dal viaggio del Papa in Libano, al quale egli ha partecipato quale membro del seguito -- sono altri. Molti sono causati dal fondamentalismo, un nemico non solo per i cristiani ma per gli stessi musulmani».

Prima di partire per il Libano ci ha parlato del «dialogo della quotidianità» tra cristiani e musulmani, diverso dal dialogo che impegna le commissioni ufficiali. Avendo vissuto l'esperienza del viaggio del Papa, ci può dire se e in quale misura questo dialogo potrebbe essere determinante per la convivenza tra queste due realtà religiose in Medio Oriente?

Direi che al momento questa forma di dialogo è salita di tono e ha coinvolto anche i capi. Per sincerarsene è stato sufficiente vedere con quale familiarità e calore i responsabili delle quattro grandi comunità musulmane hanno accolto il Papa e lo spirito di amicizia che ha caratterizzato l'incontro nel Palazzo presidenziale. Sono stati proprio loro i primi a dire che non sarebbe possibile concepire il Libano senza i cristiani. Lo stesso mufti sunnita, proprio a conclusione dell'incontro, ha chiesto esplicitamente al Pontefice di lanciare un appello a tutti i cristiani affinché non lascino il Libano. Una cosa molto importante, oltre che bella. E Benedetto XVI, sottolineando l'esemplarità del Libano, ha chiesto di fare tutto quanto è nelle loro possibilità per esportarne il modello anche oltre i confini, in tutto il Medio Oriente. Dunque, in questo senso si è trattato di un incontro molto positivo.

E i giovani cristiani e musulmani, accogliendo insieme il Papa, hanno dato la dimostrazione della concretezza di questo modello.

Direi proprio di sì. Quello con i giovani è stato un incontro molto significativo. Essi hanno dimostrato che la convivenza pacifica di cristiani e musulmani non è un'utopia. L'entusiasmo di quella gioventù, abituata a convivere con la sofferenza imposta dall'odio, mi ha molto commosso. Erano l'uno accanto all'altro a festeggiare il Papa e a gridargli: «ti amiamo». Così come mi ha commosso la dolcezza di questo Papa, anziano ma giovane nell'anima, che mostra di trovarsi perfettamente a proprio agio con i giovani. Punta molto su di loro e lo dimostra in ogni circostanza.

Ha parlato della dolcezza del Papa. Molti commentatori hanno però sottolineato in modo particolare il suo coraggio.

Ho una mia convinzione: il Papa appartiene alla stirpe dei profeti. Una stirpe che non ha paura di nulla perché sa dove deve andare la luce. Benedetto XVI sa dove deve portare la luce e lo fa.

Quanto questa visita potrà influire sui futuri sviluppi del dialogo tra cristiani e musulmani?

Intanto Benedetto XVI ha dimostrato ancora una volta grande rispetto per l'islam e per la sua cultura. Per di più ha sottolineato con vigore l'apporto dato dai cristiani, insieme ai musulmani, alla nascita e alla formazione della cultura araba in generale. Ha rinverdito il ricordo dei tempi in cui cristiani e musulmani vivevano insieme in molti luoghi. Egli crede nella possibilità di tornare a quella convivenza.

Di tutt'altro tono il severo giudizio nei confronti del fondamentalismo.

Il fondamentalismo è un nemico comune per i cristiani e per gli stessi musulmani. Esso distrugge anziché costruire. Basti pensare che mentre in Libano vivevamo questa bella esperienza di dialogo tra cristiani e musulmani, in altre zone del Medio Oriente c'era chi continuava a fomentare l'odio, a incitare alla violenza, a chiedere altre vittime. Dunque non esagero se dico che il fondamentalismo islamico costituisce un pericolo per tutti.

Un pericolo che si concretizza nei tanti episodi di violenza che continuano a ripetersi nonostante gli appelli alla pace e nonostante la gente comune manifesti desiderio di pace. Perché secondo lei?

Indubbiamente è un fenomeno strano e inspiegabile. O forse anche troppo spiegabile. Quando si parla con la gente comune, in qualsiasi Paese del Medio Oriente, si percepisce la sincerità del loro desiderio di pace, di vivere insieme condividendo la quotidianità, gli stessi problemi, le stesse angosce e sofferenze, le stesse gioie. In passato ci sono stati anche contrasti. Ma oggi le cose sono radicalmente cambiate e si nota questa voglia di stare insieme. Forse molte cose prescindono dalla volontà dei cristiani e dei musulmani stessi.

Significa che vi potrebbero essere motivazioni al di sopra e al di fuori della convivenza tra cristiani e musulmani?

Posso ripetere quello che ha detto il Papa parlando ai politici e agli altri capi religiosi quando ha sottolineato che la fede autentica non può condurre alla morte. E questo gli uomini di fede lo sanno. Ma sanno anche che, come ha detto il Pontefice, «L'inoperosità degli uomini dabbene non deve permettere al male di trionfare. E il non far nulla è ancora peggio». Ecco, il non fare nulla per evitare che altri facciano «è ancora peggio».

Cosa le è rimasto più impresso dei discorsi del Papa in Libano?

Sono stato in questo Paese tante volte: prima come semplice cittadino francese, poi come professore, poi impegnato per tanti anni in nunziatura. Dunque ho potuto notare che oggi c'è una generazione che dà più fiducia. Mostra un grande entusiasmo e soprattutto la volontà di restare. Hanno chiesto aiuto a tutti, anche al Papa. Li ho sentiti ripetere «noi siamo nati qui, questa è la nostra terra, qui ci sono le nostre case, vogliamo restare qui». Mi ha fatto molto piacere sentire il Pontefice reclamare questo loro diritto e chiedere alle Chiese sorelle aiuti concreti perché essi possano realizzare questo loro desiderio. Sostanzialmente io credo che questo viaggio sia stato un grande successo, soprattutto dal punto di vista spirituale, ma ha anche segnato una mappa precisa della strada da percorrere per giungere finalmente alla pace. Adesso spetta ai popoli mediorientali dimostrare il coraggio di percorrerla fino in fondo.

(©L'Osservatore Romano 24-25 settembre 2012)