A colloquio con monsignor Józef Krzysztof Nykiel sul magistero di Benedetto XVI
I malati nel cuore della Chiesa
In margine alla Conferenza Internazionale su «La pastorale sanitaria al servizio della vita alla luce del magistero di Giovanni Paolo II», recentemente organizzata dal Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari, monsignor Józef Krzysztof Nykiel, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e consultore del dicastero organizzatore, in questa intervista al nostro giornale si sofferma sul senso della salute nel magistero di Benedetto XVI.
Quali sono le linee portanti del magistero di Benedetto XVI sulla pastorale della salute?
Benedetto XVI ritiene che la cura per gli infermi sia uno dei compiti che esprimono l'intima natura della Chiesa. Un tema che trova largo spazio nelle sue prime tre encicliche. Il Papa racconta della continuità con cui la Chiesa, fin dalle sue origini, si fa carico del mondo dei sofferenti. Nel suo insegnamento, la pastorale della salute è dunque esortazione a seguire le orme di Cristo. Quando annunciava il Regno del Padre, Gesù accompagnava la predicazione con la guarigione degli infermi, offrendo un unico messaggio di speranza e di salvezza.
Che eredità affida alla Chiesa Gesù medico e buon Samaritano?
Il Papa evidenzia che, grazie all'azione dello Spirito Santo, l'opera di Gesù in favore dei malati «si prolunga nella missione della Chiesa attraverso le tante attività di assistenza sanitaria che le comunità cristiane promuovono con carità fraterna». Sono numerosi, dice il Papa, i sacerdoti, religiosi e laici che «hanno prestato e continuano a prestare in ogni parte del mondo le loro mani, i loro occhi e i loro cuori a Cristo». Si tratta invero di un'opera che raggiunge tutti, dentro e fuori la Chiesa.
Che risposta dà Benedetto XVI a chi si chiede che senso ha la sofferenza dell'uomo?
Il Papa spiega che «esiste un'intima relazione» fra la Croce di Gesù e il nostro dolore, che «si sublima quando è vissuto nella consapevolezza della vicinanza di Dio». Con la sua morte e resurrezione Gesù ha ottenuto la salvezza per l'umanità e ha mostrato che la sofferenza è uno strumento di redenzione. Così la sofferenza dell'uomo si rivela riflesso della croce di Cristo, e racchiude in sé lo stesso valore salvifico. Per rassicurare l'uomo il Papa pone poi l'accento sulla compassione di Gesù che soffre accanto al malato e partecipa del suo dolore: nell'enciclica Spe salvi afferma che «L'uomo ha per Dio un valore così grande da essersi egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione».
Di fronte al progresso della scienza, il Papa chiede alla medicina di ritrovare la centralità della persona.
Benedetto XVI ribadisce che è l'uomo il fine ultimo della scienza, chiamata a promuoverne la salute nel rispetto della dignità della persona fatta ad immagine di Dio. Nell'enciclica Caritas in veritate afferma che «L'immagine divina impressa nel nostro fratello fonda l'altissima dignità di ogni persona e suscita in ciascuno l'esigenza del rispetto, della cura e del servizio». Pertanto, «la tutela della vita, dal suo concepimento al termine naturale, il rispetto della dignità di ogni essere umano, vanno sostenuti e testimoniati, anche controcorrente».
Gli scenari aperti dal progresso della medicina, con la scoperta di nuove possibilità di cura, interpellano le coscienze. Quale guida è possibile per gli operatori?
Il Papa ribadisce che la Chiesa ha il compito di farsi guida e luce delle coscienze, di «contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali», in particolare fra gli operatori della sanità e presso gli organismi istituzionali «per far sì che ogni nuova scoperta scientifica possa servire al bene integrale della persona, nel costante rispetto della sua dignità».
Nel servizio al malato l'operatore non può non investire anche la propria umanità. Un compito talvolta gravoso.
Il Papa è consapevole di questo impegno e per questo esorta gli operatori sanitari a vedere nel volto del malato il Volto di Cristo. Inoltre, indica nell'Eucarestia la fonte della forza necessaria a «soccorrere efficacemente l'uomo e a promuoverlo secondo la dignità che gli è propria».
I tradizionali concetti di salute e di cura sono dunque superati?
Certamente sono insufficienti a trattare il benessere globale dell'uomo. La Chiesa riconosce che l'uomo è anzitutto persona, unità di corpo e spirito, e si fa carico dell'individuo nella sua totalità unendo alle cure mediche anche il sostegno psicologico, sociale e spirituale. Ne nasce così un concetto di cura integrale che si pone come obiettivo la promozione della salute umana nella sua interezza. Un approccio -- osserva il Papa -- che riflette la cura con cui Gesù si faceva incontro all'uomo sofferente «per guarirlo completamente, nel corpo, nella psiche e nello spirito», e che è proprio delle istituzioni sanitarie cattoliche e dei professionisti che vi operano.
Di fronte al mondo della sofferenza, che ruolo ha Maria nel magistero di Benedetto XVI?
Per Benedetto XVI Maria è la Madre di Dio che conforta dando speranza a chi è nel dolore. Nel suo viaggio apostolico a Lourdes il Papa ricorda che il sorriso di Maria si indirizza in modo speciale verso coloro che soffrono, affinché in esso possano trovare conforto e sollievo.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
mercoledì 30 novembre 2011
L'intima comunità di vita e d'amore coniugale. Dal Vaticano II a Benedetto XVI (O.R.)
Dal Vaticano II a Benedetto XVI
L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall'arbitrio dell'uomo.
Perché è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini: tutto ciò è di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana.
Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale «non sono più due, ma una sola carne » (Matteo, 19, 6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono. Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità.
Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio ha preso l'iniziativa di un'alleanza di amore e fedeltà con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.
[dalla Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II Gaudium et spes, n. 48: «Santità del matrimonio e della famiglia», 1965]
L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio a una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev'essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che -- già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale -- hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C'è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza -- che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico -- può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi -- quali, ad esempio, l'educazione dei figli -- non possono soddisfare l'obbligo della separazione, assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi.
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.
[dall'Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Familiaris consortio, n. 84: «I divorziati risposati», 1981]
La dottrina e la disciplina della Chiesa su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall'Esortazione apostolica Familiaris consortio. L'Esortazione, tra l'altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della Chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati» (n. 84), indicandone i motivi. La struttura dell'Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.
10. Nell'azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l'indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore. Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù. Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore -- e insieme con lui tutta la Chiesa -- lo condivide. È compito dell'azione pastorale che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell'amore.
[dalla Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 1994]
Se l'Eucaristia esprime l'irreversibilità dell'amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si comprende perché essa implichi, in relazione al sacramento del matrimonio, quella indissolubilità alla quale ogni vero amore non può che anelare. Più che giustificata quindi l'attenzione pastorale che il Sinodo ha riservato alle situazioni dolorose in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove nozze. Si tratta di un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga dell'odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici. I pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti. Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell'Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli.
Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. (...) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. Tale cammino, perché sia possibile e porti frutti, deve essere sostenuto dall'aiuto dei pastori e da adeguate iniziative ecclesiali, evitando, in ogni caso, di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio.
[dall'Esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29: «Eucaristia e indissolubilità del matrimonio», 2007]
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall'arbitrio dell'uomo.
Perché è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini: tutto ciò è di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana.
Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale «non sono più due, ma una sola carne » (Matteo, 19, 6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono. Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità.
Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio ha preso l'iniziativa di un'alleanza di amore e fedeltà con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio.
[dalla Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II Gaudium et spes, n. 48: «Santità del matrimonio e della famiglia», 1965]
L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio a una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev'essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che -- già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale -- hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C'è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza -- che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico -- può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi -- quali, ad esempio, l'educazione dei figli -- non possono soddisfare l'obbligo della separazione, assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi.
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.
[dall'Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Familiaris consortio, n. 84: «I divorziati risposati», 1981]
La dottrina e la disciplina della Chiesa su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall'Esortazione apostolica Familiaris consortio. L'Esortazione, tra l'altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della Chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati» (n. 84), indicandone i motivi. La struttura dell'Esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.
10. Nell'azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l'indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore. Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù. Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore -- e insieme con lui tutta la Chiesa -- lo condivide. È compito dell'azione pastorale che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell'amore.
[dalla Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 1994]
Se l'Eucaristia esprime l'irreversibilità dell'amore di Dio in Cristo per la sua Chiesa, si comprende perché essa implichi, in relazione al sacramento del matrimonio, quella indissolubilità alla quale ogni vero amore non può che anelare. Più che giustificata quindi l'attenzione pastorale che il Sinodo ha riservato alle situazioni dolorose in cui si trovano non pochi fedeli che, dopo aver celebrato il sacramento del matrimonio, hanno divorziato e contratto nuove nozze. Si tratta di un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga dell'odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici. I pastori, per amore della verità, sono obbligati a discernere bene le diverse situazioni, per aiutare spiritualmente nei modi adeguati i fedeli coinvolti. Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell'Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli.
Là dove sorgono legittimamente dei dubbi sulla validità del matrimonio sacramentale contratto, si deve intraprendere quanto è necessario per verificarne la fondatezza. (...) Infine, là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale. Tale cammino, perché sia possibile e porti frutti, deve essere sostenuto dall'aiuto dei pastori e da adeguate iniziative ecclesiali, evitando, in ogni caso, di benedire queste relazioni, perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio.
[dall'Esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29: «Eucaristia e indissolubilità del matrimonio», 2007]
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
E' GIUNTO IL MOMENTO DI CAMBIARE "CASA": E' NATO IL "BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER" [5]
Carissimi amici, anche quest'anno abbiamo un po' esagerato con i post e siamo arrivati a quota 11260.
Esagerati! :-)
Come è consuetudine, è arrivato il momento di passare ad un nuovo blog, cambiato nell'indirizzo e nei colori ma non nei contenuti e certamente non nelle finalità.
Ringrazio tutti coloro che nell'ultimo anno hanno manifestato affetto e vicinanza al blog, segnalando articoli e commenti, intervenendo nelle discussioni o facendomi sentire la loro vicinanza in vario modo.
Ringrazio chi ha voluto contribuire sostenendo concretamente il blog con una donazione e auspico che la generosità non venga meno perchè indispensabile alla sopravvivenza di questo spazio virtuale.
Perdonatemi se mi permetto di chiedere a chi può uno sforzo, anche piccolo, per il proseguimento di un lavoro entusiasmante, ma sicuramente non facile di impegno personale.
Detto questo, lasciamo "IL BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER [4]" ed eccoci nella nuova "casa":
IL BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER [5]
Esagerati! :-)
Come è consuetudine, è arrivato il momento di passare ad un nuovo blog, cambiato nell'indirizzo e nei colori ma non nei contenuti e certamente non nelle finalità.
Ringrazio tutti coloro che nell'ultimo anno hanno manifestato affetto e vicinanza al blog, segnalando articoli e commenti, intervenendo nelle discussioni o facendomi sentire la loro vicinanza in vario modo.
Ringrazio chi ha voluto contribuire sostenendo concretamente il blog con una donazione e auspico che la generosità non venga meno perchè indispensabile alla sopravvivenza di questo spazio virtuale.
Perdonatemi se mi permetto di chiedere a chi può uno sforzo, anche piccolo, per il proseguimento di un lavoro entusiasmante, ma sicuramente non facile di impegno personale.
Detto questo, lasciamo "IL BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER [4]" ed eccoci nella nuova "casa":
IL BLOG DEGLI AMICI DI PAPA RATZINGER [5]
martedì 29 novembre 2011
Cronache Cattoliche (Andrea Tornielli)
Clicca qui per ascoltare la trasmissione segnalataci da Laura.
Il viaggio di un missionario. A colloquio con l’arcivescovo Fernando Filoni sulla visita del Papa in Benin (Ponzi)
A colloquio con l’arcivescovo Fernando Filoni sulla visita del Papa in Benin
Il viaggio di un missionario
Mario Ponzi
Una decisa spinta in avanti per il rinnovarsi della missione evangelizzatrice della Chiesa nelle due dimensioni: ad intra e ad extra. L’arcivescovo Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, propone una lettura in chiave missionaria del viaggio di Benedetto XVI in Benin, al quale egli ha partecipato come membro del seguito. «Il Papa — dice nell’intervista rilasciata al nostro giornale — ha insistito sulla missione molto opportunamente, perché a volte si ha piuttosto l’abitudine di amministrare ciò che si ha, e un po’ meno di occuparci proprio della missio ad gentes».
Sia nell’esortazione Africae munus, sia nei giorni del viaggio apostolico in Benin, il Pontefice ha sottolineato più volte l’importanza della missio ad gentes. Come si può leggere questa insistenza di Benedetto XVI?
Portare Cristo a tutte le genti: è scritto chiaramente nell’esortazione apostolica post-sinodale. Dunque è evidente l’intento del Papa di spronare a rinvigorire l’annuncio. In questi giorni vissuti con Benedetto XVI in Benin abbiamo visto quanto l’Africa attendesse le indicazioni del Pontefice, dopo la celebrazione dell’assemblea sinodale. Una cosa che mi è parsa assai significativa è che a incontrare il Papa siano accorsi non solo i cattolici, ma anche gli esponenti di altre denominazioni cristiane e di altre comunità e confessioni religiose. Tutti indistintamente hanno chiesto la sua benedizione. Un vescovo mi ha detto di aver compreso in quel momento quanto sia importante portare Cristo al mondo di oggi, proprio vedendo l’entusiasmo suscitato dal Pontefice che sollecitava a ridare vigore a questa missione. Una sollecitazione rivolta opportunamente a tutti. A volte, infatti, si ha l’abitudine più di amministrare ciò che si ha, e un po’ meno di occuparci della missio ad gentes. Non a caso Benedetto XVI ha dato atto anche ai catechisti — i più umili servitori del Vangelo forse, certamente però i più preziosi — dello straordinario lavoro compiuto.
Nell’esortazione il Papa ha richiamato, tra le altre cose, il grave fenomeno dell’analfabetismo, una piaga che tormenta l’Africa quasi quanto la povertà.
Certamente l’Africa ha bisogno di tante cose per crescere. È evidente che l’alfabetizzazione è fondamentale per la crescita di questo continente. Per questo la Chiesa punta moltissimo sull’educazione. Sa bene che è proprio grazie alla miglior formazione umana che il Vangelo può trovare ascolto e comprensione. Questo per limitarmi alla sola missione evangelizzatrice. Perché è pure evidente che nel promuovere l’educazione e la formazione si gettano le basi per il progresso del Paese. Tanti vescovi mi dicono che tra le loro preoccupazioni pastorali figura proprio quella di dotare ogni pur piccolo centro missionario di una sua scuola. E poi i giovani oggi chiedono di più, hanno bisogno di qualcosa che vada oltre l’alfabetizzazione di base, ambiscono a raggiungere più alti livelli di istruzione.
Quanto conta effettivamente l’alfabetizzazione per il successo della missione evangelizzatrice?
Del suo valore ci rendiamo conto quando visitiamo le diocesi, o quando i vescovi in visita ad limina vengono da noi per informarci sullo stato della missione. Tra le cose di cui parlano più sovente c’è proprio la questione dell’istruzione. Ci raccontano delle loro scuole e devo dire con sempre maggiore frequenza essi richiedono la creazione di istituti superiori e di università cattoliche. Ciò significa che l’educazione è in crescita. Naturalmente insistiamo molto anche sulla formazione nei seminari. Migliori sacerdoti aiutano a migliorare la missione, a tutti i livelli, anche nel campo dell’educazione a livello parrocchiale. Stesso discorso applichiamo ai catechisti, che spesso sono gli unici maestri in sperduti villaggi. Ci stiamo adoperando affinché istituti di catechesi siano aperti in tutte le diocesi, in tutte le zone che ne sono sprovviste. Siamo convinti che migliorando la formazione dei catechisti migliorerà anche il processo di alfabetizzazione.
Il Pontefice ha parlato dell’Africa come del polmone spirituale della Chiesa. Cosa ha voluto dire secondo lei?
Un corpo non può vivere senza polmoni. L’Africa ha una straordinaria ricchezza di ossigeno da offrire alla Chiesa grazie alla vivacità della sua fede. C’è però bisogno che essa ritrovi presto quella pace che insegue da anni, che riscopra il valore della riconciliazione soprattutto tra etnie e che possa finalmente godere di un clima di giustizia. Questo perché, libera dalla morsa di questi mali, essa metta finalmente al servizio della Chiesa tutta la sua grande ricchezza spirituale. Quella ricchezza della quale ha dato fiera manifestazione in queste giornate vissute con il Papa.
Benedetto XVI ne ha anche parlato come di una speranza per tutta la Chiesa. In che modo una comunità giovane può dare speranza a una Chiesa ultrasecolare?
Il Papa ha colto l’occasione — con la sua presenza alla conclusione del centocinquantesimo anniversario dell’evangelizzazione del Benin — per proporre una nuova prospettiva a una Chiesa che, nonostante sia giovane, mostra una maturità tale da favorire un numero crescente di vocazioni. Centocinquant’anni sono stati un tempo forte di missione, durante il quale numerosi missionari hanno messo la loro vita a disposizione dell’evangelizzazione sino al sacrificio estremo. Non a caso il Papa ha reso loro onore per quanto hanno fatto per la Chiesa in Africa. Ma c’è anche l’oggi. E in questo oggi c’è bisogno di riproporre il Vangelo anche nelle Chiese che in questo continente da tempo hanno ricevuto la prima evangelizzazione. In questi casi non si tratta di portare il primo annuncio ma di favorirne un approfondimento. A questa opera di rievangelizzazione dell’Africa il Papa ha fatto riferimento rivolgendosi a una Chiesa giovane e in crescita, dalla quale si aspetta frutti abbondanti. Sicuramente ne beneficerà non solo la Chiesa ma anche tutta la società civile africana. Il presidente del Benin accogliendo il Pontefice a Cotonou ha riconosciuto pubblicamente i benefici che l’evangelizzazione ha portato al suo Paese. Nasce di qui la speranza riposta da Benedetto XVI nella Chiesa che è in Africa.
Come saranno rilette e tradotte in azione dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli le sollecitazioni del Papa in questi giorni?
Il primo impegno che ci attende come congregazione è naturalmente quello di chiedere a tutti i vescovi di rileggere e di accogliere l’esortazione post-sinodale come un documento programmatico per i prossimi dieci anni almeno. Chiederemo di guidare approfondimenti e meditazioni su quanto il Papa ha scritto e detto in questi giorni. Naturalmente poi seguiremo la sua attuazione pratica, pronti ad affiancare i vescovi per ogni necessità. Ciò che abbiamo davanti adesso è la preparazione dell’Anno della fede, indetto da Benedetto XVI. Chiederemo a tutti i vescovi di attivarsi affinché questo Anno diventi un’occasione in più per la prima e per la seconda evangelizzazione: le due gambe con le quali deve procedere la missione nel mondo. Questo anno servirà a chi non ha ricevuto l’annuncio del Vangelo per apprenderlo, e a chi lo ha già ricevuto per approfondirlo e amarlo di più.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
Il viaggio di un missionario
Mario Ponzi
Una decisa spinta in avanti per il rinnovarsi della missione evangelizzatrice della Chiesa nelle due dimensioni: ad intra e ad extra. L’arcivescovo Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, propone una lettura in chiave missionaria del viaggio di Benedetto XVI in Benin, al quale egli ha partecipato come membro del seguito. «Il Papa — dice nell’intervista rilasciata al nostro giornale — ha insistito sulla missione molto opportunamente, perché a volte si ha piuttosto l’abitudine di amministrare ciò che si ha, e un po’ meno di occuparci proprio della missio ad gentes».
Sia nell’esortazione Africae munus, sia nei giorni del viaggio apostolico in Benin, il Pontefice ha sottolineato più volte l’importanza della missio ad gentes. Come si può leggere questa insistenza di Benedetto XVI?
Portare Cristo a tutte le genti: è scritto chiaramente nell’esortazione apostolica post-sinodale. Dunque è evidente l’intento del Papa di spronare a rinvigorire l’annuncio. In questi giorni vissuti con Benedetto XVI in Benin abbiamo visto quanto l’Africa attendesse le indicazioni del Pontefice, dopo la celebrazione dell’assemblea sinodale. Una cosa che mi è parsa assai significativa è che a incontrare il Papa siano accorsi non solo i cattolici, ma anche gli esponenti di altre denominazioni cristiane e di altre comunità e confessioni religiose. Tutti indistintamente hanno chiesto la sua benedizione. Un vescovo mi ha detto di aver compreso in quel momento quanto sia importante portare Cristo al mondo di oggi, proprio vedendo l’entusiasmo suscitato dal Pontefice che sollecitava a ridare vigore a questa missione. Una sollecitazione rivolta opportunamente a tutti. A volte, infatti, si ha l’abitudine più di amministrare ciò che si ha, e un po’ meno di occuparci della missio ad gentes. Non a caso Benedetto XVI ha dato atto anche ai catechisti — i più umili servitori del Vangelo forse, certamente però i più preziosi — dello straordinario lavoro compiuto.
Nell’esortazione il Papa ha richiamato, tra le altre cose, il grave fenomeno dell’analfabetismo, una piaga che tormenta l’Africa quasi quanto la povertà.
Certamente l’Africa ha bisogno di tante cose per crescere. È evidente che l’alfabetizzazione è fondamentale per la crescita di questo continente. Per questo la Chiesa punta moltissimo sull’educazione. Sa bene che è proprio grazie alla miglior formazione umana che il Vangelo può trovare ascolto e comprensione. Questo per limitarmi alla sola missione evangelizzatrice. Perché è pure evidente che nel promuovere l’educazione e la formazione si gettano le basi per il progresso del Paese. Tanti vescovi mi dicono che tra le loro preoccupazioni pastorali figura proprio quella di dotare ogni pur piccolo centro missionario di una sua scuola. E poi i giovani oggi chiedono di più, hanno bisogno di qualcosa che vada oltre l’alfabetizzazione di base, ambiscono a raggiungere più alti livelli di istruzione.
Quanto conta effettivamente l’alfabetizzazione per il successo della missione evangelizzatrice?
Del suo valore ci rendiamo conto quando visitiamo le diocesi, o quando i vescovi in visita ad limina vengono da noi per informarci sullo stato della missione. Tra le cose di cui parlano più sovente c’è proprio la questione dell’istruzione. Ci raccontano delle loro scuole e devo dire con sempre maggiore frequenza essi richiedono la creazione di istituti superiori e di università cattoliche. Ciò significa che l’educazione è in crescita. Naturalmente insistiamo molto anche sulla formazione nei seminari. Migliori sacerdoti aiutano a migliorare la missione, a tutti i livelli, anche nel campo dell’educazione a livello parrocchiale. Stesso discorso applichiamo ai catechisti, che spesso sono gli unici maestri in sperduti villaggi. Ci stiamo adoperando affinché istituti di catechesi siano aperti in tutte le diocesi, in tutte le zone che ne sono sprovviste. Siamo convinti che migliorando la formazione dei catechisti migliorerà anche il processo di alfabetizzazione.
Il Pontefice ha parlato dell’Africa come del polmone spirituale della Chiesa. Cosa ha voluto dire secondo lei?
Un corpo non può vivere senza polmoni. L’Africa ha una straordinaria ricchezza di ossigeno da offrire alla Chiesa grazie alla vivacità della sua fede. C’è però bisogno che essa ritrovi presto quella pace che insegue da anni, che riscopra il valore della riconciliazione soprattutto tra etnie e che possa finalmente godere di un clima di giustizia. Questo perché, libera dalla morsa di questi mali, essa metta finalmente al servizio della Chiesa tutta la sua grande ricchezza spirituale. Quella ricchezza della quale ha dato fiera manifestazione in queste giornate vissute con il Papa.
Benedetto XVI ne ha anche parlato come di una speranza per tutta la Chiesa. In che modo una comunità giovane può dare speranza a una Chiesa ultrasecolare?
Il Papa ha colto l’occasione — con la sua presenza alla conclusione del centocinquantesimo anniversario dell’evangelizzazione del Benin — per proporre una nuova prospettiva a una Chiesa che, nonostante sia giovane, mostra una maturità tale da favorire un numero crescente di vocazioni. Centocinquant’anni sono stati un tempo forte di missione, durante il quale numerosi missionari hanno messo la loro vita a disposizione dell’evangelizzazione sino al sacrificio estremo. Non a caso il Papa ha reso loro onore per quanto hanno fatto per la Chiesa in Africa. Ma c’è anche l’oggi. E in questo oggi c’è bisogno di riproporre il Vangelo anche nelle Chiese che in questo continente da tempo hanno ricevuto la prima evangelizzazione. In questi casi non si tratta di portare il primo annuncio ma di favorirne un approfondimento. A questa opera di rievangelizzazione dell’Africa il Papa ha fatto riferimento rivolgendosi a una Chiesa giovane e in crescita, dalla quale si aspetta frutti abbondanti. Sicuramente ne beneficerà non solo la Chiesa ma anche tutta la società civile africana. Il presidente del Benin accogliendo il Pontefice a Cotonou ha riconosciuto pubblicamente i benefici che l’evangelizzazione ha portato al suo Paese. Nasce di qui la speranza riposta da Benedetto XVI nella Chiesa che è in Africa.
Come saranno rilette e tradotte in azione dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli le sollecitazioni del Papa in questi giorni?
Il primo impegno che ci attende come congregazione è naturalmente quello di chiedere a tutti i vescovi di rileggere e di accogliere l’esortazione post-sinodale come un documento programmatico per i prossimi dieci anni almeno. Chiederemo di guidare approfondimenti e meditazioni su quanto il Papa ha scritto e detto in questi giorni. Naturalmente poi seguiremo la sua attuazione pratica, pronti ad affiancare i vescovi per ogni necessità. Ciò che abbiamo davanti adesso è la preparazione dell’Anno della fede, indetto da Benedetto XVI. Chiederemo a tutti i vescovi di attivarsi affinché questo Anno diventi un’occasione in più per la prima e per la seconda evangelizzazione: le due gambe con le quali deve procedere la missione nel mondo. Questo anno servirà a chi non ha ricevuto l’annuncio del Vangelo per apprenderlo, e a chi lo ha già ricevuto per approfondirlo e amarlo di più.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
L’anima dell’evangelizzazione. L’arcivescovo Becciu apre i lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia (O.R.)
L’arcivescovo Becciu apre i lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia
L’anima dell’evangelizzazione
Le famiglie cristiane sono pronte a buttarsi nella mischia per testimoniare il Vangelo nella quotidianità, senza farsi intimorire dal difficile contesto sociale ed economico e senza eludere le più scottanti questioni che riguardano il matrimonio e l’emergenza educativa dei giovani. Ecco il punto di partenza dei lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia cominciati stamani, martedì 29 novembre, per concludersi giovedì 1° dicembre, con l’udienza pontificia. E a Benedetto XVI le famiglie cristiane diranno di essere pronte a impegnarsi, senza indugi, nella nuova evangelizzazione.
La plenaria, che vuole essere proprio un momento di raccordo nella prospettiva della nuova evangelizzazione, è iniziata con la messa celebrata all’altare del beato Giovanni Paolo II, nella basilica Vaticana, dall’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, che ha ribadito, ricordando l’opera di Papa Wojtyła, come la missione della famiglia nel mondo contemporaneo necessiti «di una sempre più attenta considerazione per il ruolo decisivo dell’istituzione familiare nell’evangelizzazione e per la serietà delle sfide che la minacciano». E «il Pontificio Consiglio è fortemente impegnato a sostenere la famiglia e un’adeguata pastorale familiare» ha affermato l’arcivescovo Becciu, con l’incoraggiamento «a portare avanti il vostro sforzo, specialmente in un tempo come il nostro, affinché le famiglie siano sempre più conformi al disegno di Dio, e trovino adeguato appoggio quali cellule vitali della società e della Chiesa».
Un momento privilegiato in questa direttrice sarà l’Incontro mondiale delle famiglie previsto per il prossimo anno a Milano. «Nell’ambito delle diverse Conferenze episcopali e diocesi si stanno attuando numerose iniziative per preparare questo evento» ha detto il sostituto della Segreteria di Stato, auspicando «che tutta questa attività promossa dal dicastero produca abbondanti frutti pastorali nella vita delle Chiese particolari».
Quindi l’arcivescovo ha proposto «tre semplici pensieri che si riassumono in tre parole: presenza, gioia, povertà di spirito». Nella prospettiva dell’Avvento «dobbiamo educare e aiutare le famiglie a vivere e testimoniare il senso della presenza di Dio, che porta la luce del bene capace di illuminare il buio dell’egoismo umano; dobbiamo aiutare le famiglie a testimoniare in modo sempre più chiaro questa vicinanza di Dio, che ama l’uomo e gli porta speranza». Sulla gioia, l’arcivescovo ha ricordato come oggi «viviamo in una società che spesso presenta un volto triste; i tanti problemi che si presentano ogni giorno finiscono spesso per oscurare l’orizzonte personale e familiare, e anche le espressioni di gioia rimangono semplicemente esteriori, senza riflettere la pace e la serenità del cuore. Penso che testimoniare personalmente e nelle famiglie il senso della presenza di Dio, dell’essere suoi veri figli, voglia dire portare nel mondo un po’ di luce, un po’ di gioia, quella vera, quella che è racchiusa nel rapporto con il Signore e non si ferma alle cose». Infine «ecco la terza parola: poveri in spirito. Chi è capace di cogliere la presenza nuova di Dio, che porta gioia? Non sono i sapienti e i dotti, coloro che sono chiusi e si sentono sicuri nel proprio sapere, ma sono piuttosto coloro che hanno il cuore libero, completamente aperto alla novità, al dono di Dio, un cuore capace di vedere e di ascoltare». Del resto «la famiglia — ha ricordato — è il primo ambiente in cui si impara l’incontro con il Signore». E ha concluso con un pensiero alle «tante famiglie cristiane che portano nel mondo un raggio dell’amore di Dio, un raggio di speranza. Vogliamo farci voce della gioia di tante famiglie per l’esperienza quotidiana di sentire la presenza, la vicinanza del Signore, pur in mezzo a difficoltà e fatiche; per la fedeltà mantenuta e arricchita di sacrificio e di offerta, di abnegazione e di umile servizio».
I lavori veri e propri sono stati poi aperti da una riflessione del cardinale presidente Ennio Antonelli «a trent’anni anni dall’esortazione apostolica Familiaris Consortio», con una riaffermazione della «centralità della famiglia nella nuova evangelizzazione, e quindi nella pastorale parrocchiale e diocesana», e dell’importanza della «pastorale delle famiglie per le famiglie».
Sulla «spiritualità e responsabilità missionaria della famiglia» è intervenuto il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, che ha tenuto la lectio magistralis sulla famiglia «comunità salvata e comunità salvante per la nuova evangelizzazione». In definitiva per il porporato «la nuova evangelizzazione vede la famiglia cristiana come suo oggetto e soggetto, suo termine e principio». E questo «in un’epoca di profonda secolarizzazione, che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante». Ma è «sul proprium coniugale-familiare che deve essere ora considerata la nuova evangelizzazione. Tale proprium — ha spiegato — è dato dalle realtà tipicamente coniugali e familiari, in specie dalle realtà dell’amore e della vita, dell’opera generativa e di quella educativa, della partecipazione libera giusta e solidale alla vita complessiva della società, della partecipazione alla vita e missione della Chiesa. Ora è a tutti noto come queste realtà e questi compiti tipicamente coniugali e familiari siano oggi, un po’ dovunque e con frequenza, sottoposti a gravissime sfide che rendono quanto mai urgente e del tutto irrinunciabile la missionarietà della famiglia cristiana. Le realtà proprie del matrimonio e della famiglia — ha concluso — sono letteralmente derubate o comunque gravemente sfigurate nel loro volto cristiano e umano, sotto il profilo cioè della fede e della razionalità, vittime come sono di una cultura estranea o contraria al disegno di Dio e al vero bene della persona, della coppia e della famiglia».
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
L’anima dell’evangelizzazione
Le famiglie cristiane sono pronte a buttarsi nella mischia per testimoniare il Vangelo nella quotidianità, senza farsi intimorire dal difficile contesto sociale ed economico e senza eludere le più scottanti questioni che riguardano il matrimonio e l’emergenza educativa dei giovani. Ecco il punto di partenza dei lavori dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia cominciati stamani, martedì 29 novembre, per concludersi giovedì 1° dicembre, con l’udienza pontificia. E a Benedetto XVI le famiglie cristiane diranno di essere pronte a impegnarsi, senza indugi, nella nuova evangelizzazione.
La plenaria, che vuole essere proprio un momento di raccordo nella prospettiva della nuova evangelizzazione, è iniziata con la messa celebrata all’altare del beato Giovanni Paolo II, nella basilica Vaticana, dall’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, che ha ribadito, ricordando l’opera di Papa Wojtyła, come la missione della famiglia nel mondo contemporaneo necessiti «di una sempre più attenta considerazione per il ruolo decisivo dell’istituzione familiare nell’evangelizzazione e per la serietà delle sfide che la minacciano». E «il Pontificio Consiglio è fortemente impegnato a sostenere la famiglia e un’adeguata pastorale familiare» ha affermato l’arcivescovo Becciu, con l’incoraggiamento «a portare avanti il vostro sforzo, specialmente in un tempo come il nostro, affinché le famiglie siano sempre più conformi al disegno di Dio, e trovino adeguato appoggio quali cellule vitali della società e della Chiesa».
Un momento privilegiato in questa direttrice sarà l’Incontro mondiale delle famiglie previsto per il prossimo anno a Milano. «Nell’ambito delle diverse Conferenze episcopali e diocesi si stanno attuando numerose iniziative per preparare questo evento» ha detto il sostituto della Segreteria di Stato, auspicando «che tutta questa attività promossa dal dicastero produca abbondanti frutti pastorali nella vita delle Chiese particolari».
Quindi l’arcivescovo ha proposto «tre semplici pensieri che si riassumono in tre parole: presenza, gioia, povertà di spirito». Nella prospettiva dell’Avvento «dobbiamo educare e aiutare le famiglie a vivere e testimoniare il senso della presenza di Dio, che porta la luce del bene capace di illuminare il buio dell’egoismo umano; dobbiamo aiutare le famiglie a testimoniare in modo sempre più chiaro questa vicinanza di Dio, che ama l’uomo e gli porta speranza». Sulla gioia, l’arcivescovo ha ricordato come oggi «viviamo in una società che spesso presenta un volto triste; i tanti problemi che si presentano ogni giorno finiscono spesso per oscurare l’orizzonte personale e familiare, e anche le espressioni di gioia rimangono semplicemente esteriori, senza riflettere la pace e la serenità del cuore. Penso che testimoniare personalmente e nelle famiglie il senso della presenza di Dio, dell’essere suoi veri figli, voglia dire portare nel mondo un po’ di luce, un po’ di gioia, quella vera, quella che è racchiusa nel rapporto con il Signore e non si ferma alle cose». Infine «ecco la terza parola: poveri in spirito. Chi è capace di cogliere la presenza nuova di Dio, che porta gioia? Non sono i sapienti e i dotti, coloro che sono chiusi e si sentono sicuri nel proprio sapere, ma sono piuttosto coloro che hanno il cuore libero, completamente aperto alla novità, al dono di Dio, un cuore capace di vedere e di ascoltare». Del resto «la famiglia — ha ricordato — è il primo ambiente in cui si impara l’incontro con il Signore». E ha concluso con un pensiero alle «tante famiglie cristiane che portano nel mondo un raggio dell’amore di Dio, un raggio di speranza. Vogliamo farci voce della gioia di tante famiglie per l’esperienza quotidiana di sentire la presenza, la vicinanza del Signore, pur in mezzo a difficoltà e fatiche; per la fedeltà mantenuta e arricchita di sacrificio e di offerta, di abnegazione e di umile servizio».
I lavori veri e propri sono stati poi aperti da una riflessione del cardinale presidente Ennio Antonelli «a trent’anni anni dall’esortazione apostolica Familiaris Consortio», con una riaffermazione della «centralità della famiglia nella nuova evangelizzazione, e quindi nella pastorale parrocchiale e diocesana», e dell’importanza della «pastorale delle famiglie per le famiglie».
Sulla «spiritualità e responsabilità missionaria della famiglia» è intervenuto il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano, che ha tenuto la lectio magistralis sulla famiglia «comunità salvata e comunità salvante per la nuova evangelizzazione». In definitiva per il porporato «la nuova evangelizzazione vede la famiglia cristiana come suo oggetto e soggetto, suo termine e principio». E questo «in un’epoca di profonda secolarizzazione, che ha perso la capacità di ascoltare e di comprendere la parola evangelica come un messaggio vivo e vivificante». Ma è «sul proprium coniugale-familiare che deve essere ora considerata la nuova evangelizzazione. Tale proprium — ha spiegato — è dato dalle realtà tipicamente coniugali e familiari, in specie dalle realtà dell’amore e della vita, dell’opera generativa e di quella educativa, della partecipazione libera giusta e solidale alla vita complessiva della società, della partecipazione alla vita e missione della Chiesa. Ora è a tutti noto come queste realtà e questi compiti tipicamente coniugali e familiari siano oggi, un po’ dovunque e con frequenza, sottoposti a gravissime sfide che rendono quanto mai urgente e del tutto irrinunciabile la missionarietà della famiglia cristiana. Le realtà proprie del matrimonio e della famiglia — ha concluso — sono letteralmente derubate o comunque gravemente sfigurate nel loro volto cristiano e umano, sotto il profilo cioè della fede e della razionalità, vittime come sono di una cultura estranea o contraria al disegno di Dio e al vero bene della persona, della coppia e della famiglia».
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità. Da uno scritto poco conosciuto del cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1998 (O.R.)
Da uno scritto poco conosciuto del cardinale Joseph Ratzinger pubblicato nel 1998
La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità
A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati
Nel 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, introdusse il volume intitolato Sulla pastorale dei divorziati risposati, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in una collana del dicastero («Documenti e Studi», 17). Per l’attualità e l’ampiezza di prospettive di questo scritto poco conosciuto, ne riproponiamo la terza parte, con l’aggiunta di tre note. Il testo è disponibile sul sito del nostro giornale (www.osservatoreromano.va), oltre che in italiano, anche in francese, inglese, portoghese, spagnolo e tedesco.
La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.
Alcune obiezioni più significative — soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica — sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño1 sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.
1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica.
Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope — e cioè Marco, 10, 11-12 — e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della prima Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede (1 Corinzi, 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.
A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia — al di là della legge — all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Marco, 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano — soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè «Sacramento» (cfr. Efesini, 5, 32).
La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Corinzi, 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono «sacramento» nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto «matrimonio naturale» ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto — nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di san Paolo come privilegium paulinum, cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.
A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla pornèia esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la Chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.
2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di «economia» delle Chiese orientali separate da Roma.
Si afferma che il Magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribìa, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomìa, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il Sinodo dei Vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.
Lo studio di padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico. A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:
a. Esiste un chiaro consenso dei Padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la Chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La Chiesa del tempo dei Padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.
b. Nella Chiesa del tempo dei Padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. È vero invece che la Chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli Paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina. Sembra anche vero che singoli Padri, ad esempio Leone Magno, cercarono soluzioni “pastorali” per rari casi limite.
c. In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:
— Nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte di Stato e Chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle Chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse a una prassi sempre più liberale. Oggi in molte Chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una «teologia del divorzio», che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.
— Nell’Occidente fu recuperata grazie alla riforma gregoriana la concezione originaria dei Padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della Chiesa nel concilio Vaticano II.
La prassi delle Chiese orientali separate da Roma, che è conseguenza di un processo storico complesso, di una interpretazione sempre più liberale — e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore — di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.
3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epikèia e della aequitas canonica.
Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La Chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la Chiesa dovrebbe qui fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.
I due contributi di don Marcuzzi e del professor Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:
a. Epikèia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali — ad esempio nella pastorale dei Sacramenti —, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.2
b. La Chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1 Corinzi, 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del privilegium paulinum e del privilegium petrinum. Con riferimento alle clausole sulla pornèia in Matteo e in Atti, 15, 20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella Chiesa occidentale fu dato spazio al principio della oikonomìa, senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.
In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di Diritto Canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti, sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale nemo iudex in propria causa («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.
c. Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.
4. Molti accusano l’attuale Magistero di involuzione rispetto al Magistero del Concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio.
Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo ius in corpus. Il Concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in un modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili. Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di «morte del matrimonio», quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più. Altri sollevano l’antica questione se il Papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.
Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su Gaudium et spes e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente sulla traccia indicata dal Concilio la dottrina ivi contenuta. È tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio. Il Concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il Concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di “contratto” con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di “patto”, non si può dimenticare in proposito che anche nel “patto” è contenuto l’elemento del “contratto” pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, è già in realtà sempre stato affermato con la parola “sacramento”, ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il Concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e Chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il Concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del Concilio, ma esecuzione del suo compito.
Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.
Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti — battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale «valido» fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cfr. Codex iuris canonici, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di «non fede» abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi.3
5. Molti affermano che l’atteggiamento della Chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale.
Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della Chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio. Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La Chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.
Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del Magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale. Il contenuto essenziale del Magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto. Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata. Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Veritatis splendor ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette «pastorali», che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del Magistero (cfr. ibidem, 56).
Per quanto riguarda la posizione del Magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. «Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giovanni, 8,32).
Note:
1 Cfr. Ángel Rodríguez Luño, L’epicheia nella cura pastorale dei fedeli divorziati risposati, in Sulla pastorale dei divorziati risposati, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998, («Documenti e Studi», 17), pp. 75-87; Piero Giorgio Marcuzzi, s.d.b., Applicazione di «aequitas et epikeia» ai contenuti della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994, ibidem, pp. 88-98; Gilles Pelland, s. j., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, ibidem, pp. 99-131.
2 A tale riguardo vale la norma ribadita da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica postsinodale Familiaris consortio, n. 84: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”». Cfr. anche Benedetto XVI, Lettera apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, n. 29.
3 Durante un incontro con il clero della diocesi di Aosta, svoltosi il 25 luglio 2005, Papa Benedetto XVI ha affermato in merito a questa difficile questione: «Particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità
A proposito di alcune obiezioni contro la dottrina della Chiesa circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati
Nel 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, introdusse il volume intitolato Sulla pastorale dei divorziati risposati, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in una collana del dicastero («Documenti e Studi», 17). Per l’attualità e l’ampiezza di prospettive di questo scritto poco conosciuto, ne riproponiamo la terza parte, con l’aggiunta di tre note. Il testo è disponibile sul sito del nostro giornale (www.osservatoreromano.va), oltre che in italiano, anche in francese, inglese, portoghese, spagnolo e tedesco.
La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la recezione della Comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha avuto una vivace eco in diverse parti della Chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della Chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.
Alcune obiezioni più significative — soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei Padri della Chiesa, che ispirerebbe la prassi delle Chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica — sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodriguez Luño1 sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.
1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica.
Alcuni esegeti rilevano criticamente che il Magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope — e cioè Marco, 10, 11-12 — e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della prima Lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche “eccezione” alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di pornèia (Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso di separazione a motivo della fede (1 Corinzi, 7, 12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.
A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il Magistero sottolinea però che la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia — al di là della legge — all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Marco, 10, 9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano — soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio. La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè «Sacramento» (cfr. Efesini, 5, 32).
La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1 Corinzi, 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono «sacramento» nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo. Il cosiddetto «matrimonio naturale» ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto — nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di san Paolo come privilegium paulinum, cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di una eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.
A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla pornèia esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la Chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.
2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la Chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di «economia» delle Chiese orientali separate da Roma.
Si afferma che il Magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della Chiesa antica. Sebbene i Padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili. Su questo fondamento le Chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribìa, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomìa, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla Chiesa cattolica. Il Sinodo dei Vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.
Lo studio di padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico. A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:
a. Esiste un chiaro consenso dei Padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la Chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La Chiesa del tempo dei Padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.
b. Nella Chiesa del tempo dei Padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. È vero invece che la Chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli Paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina. Sembra anche vero che singoli Padri, ad esempio Leone Magno, cercarono soluzioni “pastorali” per rari casi limite.
c. In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:
— Nella Chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte di Stato e Chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle Chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse a una prassi sempre più liberale. Oggi in molte Chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una «teologia del divorzio», che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.
— Nell’Occidente fu recuperata grazie alla riforma gregoriana la concezione originaria dei Padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della Chiesa nel concilio Vaticano II.
La prassi delle Chiese orientali separate da Roma, che è conseguenza di un processo storico complesso, di una interpretazione sempre più liberale — e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore — di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la Chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.
3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epikèia e della aequitas canonica.
Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La Chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epikèia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la Chiesa dovrebbe qui fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.
I due contributi di don Marcuzzi e del professor Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:
a. Epikèia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la Chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di «diritto divino». La Chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali — ad esempio nella pastorale dei Sacramenti —, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore. In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.2
b. La Chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1 Corinzi, 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del privilegium paulinum e del privilegium petrinum. Con riferimento alle clausole sulla pornèia in Matteo e in Atti, 15, 20 furono formulati impedimenti matrimoniali. Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella Chiesa occidentale fu dato spazio al principio della oikonomìa, senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.
In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di Diritto Canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti, sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale nemo iudex in propria causa («Nessuno è giudice nella propria causa»), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.
c. Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epikèia in “foro interno”. Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso «per quanto possibile» ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cfr. Lettera, 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in “foro interno” ai giudizi del tribunale a loro parere falsi. Altri ritengono che qui in “foro interno” sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni. Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una “eccezione”, allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico — sottratto al giudizio soggettivo — del matrimonio.
4. Molti accusano l’attuale Magistero di involuzione rispetto al Magistero del Concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio.
Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo ius in corpus. Il Concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in un modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili. Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di «morte del matrimonio», quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più. Altri sollevano l’antica questione se il Papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.
Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su Gaudium et spes e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente sulla traccia indicata dal Concilio la dottrina ivi contenuta. È tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio. Il Concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il Concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di “contratto” con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di “patto”, non si può dimenticare in proposito che anche nel “patto” è contenuto l’elemento del “contratto” pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, è già in realtà sempre stato affermato con la parola “sacramento”, ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il Concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e Chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il Concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del Concilio, ma esecuzione del suo compito.
Se la Chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere un matrimonio sacramentale consumato, irrimediabilmente fallito, deve pertanto essere qualificata come erronea. Un tale matrimonio non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.
Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti — battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio — veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale «valido» fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cfr. Codex iuris canonici, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di «non fede» abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi.3
5. Molti affermano che l’atteggiamento della Chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale.
Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della Chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio. Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La Chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.
Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del Magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale. Il contenuto essenziale del Magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto. Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata. Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Veritatis splendor ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette «pastorali», che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del Magistero (cfr. ibidem, 56).
Per quanto riguarda la posizione del Magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della Chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. «Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Giovanni, 8,32).
Note:
1 Cfr. Ángel Rodríguez Luño, L’epicheia nella cura pastorale dei fedeli divorziati risposati, in Sulla pastorale dei divorziati risposati, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1998, («Documenti e Studi», 17), pp. 75-87; Piero Giorgio Marcuzzi, s.d.b., Applicazione di «aequitas et epikeia» ai contenuti della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 14 settembre 1994, ibidem, pp. 88-98; Gilles Pelland, s. j., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati, ibidem, pp. 99-131.
2 A tale riguardo vale la norma ribadita da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica postsinodale Familiaris consortio, n. 84: «La riconciliazione nel sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”». Cfr. anche Benedetto XVI, Lettera apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, n. 29.
3 Durante un incontro con il clero della diocesi di Aosta, svoltosi il 25 luglio 2005, Papa Benedetto XVI ha affermato in merito a questa difficile questione: «Particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal Sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2011)
Tra ricordi e nuove impressioni l'arcivescovo Giuseppe Bertello parla dell'esperienza vissuta accanto al Papa in Benin (Ponzi)
Tra ricordi e nuove impressioni l'arcivescovo Giuseppe Bertello parla dell'esperienza vissuta accanto al Papa in Benin
In Africa un popolo che cresce con la Chiesa
di Mario Ponzi
L'Africa non si dimentica facilmente, «soprattutto se, come è capitato a me, si è vissuta un'esperienza spirituale e umana che ti segna nel profondo dell'anima». L'arcivescovo Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per lunghi anni nunzio apostolico in diversi Paesi del continente, racconta in questa intervista al nostro giornale le emozioni vissute seguendo il Papa nel viaggio in Benin, Paese nel quale egli ha svolto il suo primo incarico di nunzio dal 1987 al 1991.
Ritorno in Benin. Come ha trovato il Paese dopo tanti anni?
Intanto ho provato una sensazione strana. Non riconoscevo più Cotonou, dove sono stato tanti anni. Ho trovato una città completamente trasformata. Prima c'era solo qualche casupola attorno ai pochi palazzi con più piani adibiti a ministeri. C'è stato in questi anni un grande sviluppo di infrastrutture: ciò significa che è stata imboccata la strada del progresso. E la cosa non può che farmi piacere. Quello che non è cambiato è lo spirito del popolo beninese. Sempre aperto, sorridente, capace di esprimere l'affetto che prova per la gente. E poi ho trovato sempre vivo quello spirito religioso che lo caratterizza.
I rapporti fra Stato e Chiesa sono mutati?
Ho vissuto a Cotonou un periodo interessante. Era il momento della conferenza nazionale. Il Paese attraversava una crisi gravissima e rischiava la bancarotta, da un lato, e la guerra civile, dall'altro. I vescovi, con la loro azione pastorale e il loro impegno, contribuirono a rimettere la nazione in carreggiata. Ricordo la lettera pastorale Convertitevi e il Benin vivrà, che risale al 1999. Questa lettera divenne un po' il vademecum della conferenza nazionale e in seguito fu un indispensabile strumento di riflessione, necessario a muovere i primi passi del nuovo sistema democratico.
In questo processo ha avuto un ruolo primario l'allora arcivescovo Isidore de Souza, sulla cui tomba il Papa ha pregato nella cattedrale di Cotonou.
La sua statura morale è indiscutibile. Monsignor de Souza era un grande sacerdote, di profonda vita spirituale. La Chiesa ha avuto il merito di aver preparato gran parte della classe intellettuale, sia quanti erano rimasti nel Paese sia quanti erano partiti all'estero. Fu dunque quasi naturale che nel momento della transizione essi chiedessero alla Chiesa di prendere la barra del timone per guidare la conferenza nazionale che avrebbe sancito la fine del regime e l'inizio di una nuova era di democrazia. Sapevano di vivere un momento decisivo per il loro futuro e si misero nelle mani di chi riscuoteva unanime riconoscimento in quanto autorità morale.
Ma in quegli anni l'arcivescovo di Cotonou era ancora monsignor Christophe Adimou, mentre monsignor de Souza era solo un parroco. Come mai si pensò a lui per un compito così importante e delicato?
Effettivamente in quegli anni monsignor de Souza era parroco a Santa Rita. Infatti, mentre il 19 novembre scorso ero con il Papa, proprio nella parrocchia di Santa Rita -- dove si è svolto l'incontro con i bambini -- non ho potuto fare a meno di pensare a lui con una certa nostalgia. I vescovi allora si trovarono di fronte a una grande responsabilità. Erano consapevoli del fatto che il Paese era profondamente diviso. Dunque per tenere tutti seduti intorno a un tavolo a discutere per il bene comune, ci voleva una forte personalità, conosciuta e stimata da tutti. Venne spontaneo pensare a quel parroco. Fu una scelta che si è rivelata provvidenziale.
C'è stato però chi ha avuto qualcosa da ridire su questa vicenda.
C'è sempre qualcuno che dice cose non proprio esatte e confonde le idee. Quando Giovanni Paolo II, nel 1993, andò in Benin, riconobbe il ruolo che aveva avuto in quella fase storica monsignor de Souza e il suo merito di aver portato la Chiesa cattolica in soccorso di quel Paese in un momento tanto difficile, contribuendo così al ristabilimento dell'armonia. Semmai il Papa, visto che de Souza era diventato arcivescovo di Cotonou e il Paese cominciava a camminare da solo, pensò che per il presule era giunto il momento di lasciare l'incarico nazionale. Ma io posso assicurare che monsignor de Souza lo avrebbe lasciato comunque, era già nel suo animo una simile decisione. La diocesi lo assorbiva troppo e intendeva ormai dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro pastorale. Dunque fu una decisione naturale. Era fuori strada chi volle vederci sotto qualcosa di diverso.
Cosa è cambiato in Benin dopo la conferenza nazionale?
Direi che sono cambiate molte cose. Ho trovato Cotonou completamente rinnovata. Il Paese è molto cresciuto anche a livello spirituale. Ci sono tante nuove vocazioni. Certo bisognerebbe andare all'interno del Paese per capire meglio. Ricordo che in certe zone la situazione era veramente drammatica.
Lei ha fatto riferimento alle vocazioni. È una realtà in crescita. Un segno in più di speranza per l'Africa?
È una realtà in crescita che lascia indubbiamente sperare. A me però è sembrata altrettanto importante, anche se forse è stato poco sottolineato, la crescita della cooperazione tra le Chiese del nord e quelle del sud del Paese, che sono tradizionalmente più ricche di vocazioni, non fosse altro perché si tratta di Chiese di più antica formazione. È indubbiamente un bel segno di collaborazione tra le Chiese.
Per concludere, quali emozioni ha provato nel tornare in queste terre?
Tanta nostalgia.
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
In Africa un popolo che cresce con la Chiesa
di Mario Ponzi
L'Africa non si dimentica facilmente, «soprattutto se, come è capitato a me, si è vissuta un'esperienza spirituale e umana che ti segna nel profondo dell'anima». L'arcivescovo Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per lunghi anni nunzio apostolico in diversi Paesi del continente, racconta in questa intervista al nostro giornale le emozioni vissute seguendo il Papa nel viaggio in Benin, Paese nel quale egli ha svolto il suo primo incarico di nunzio dal 1987 al 1991.
Ritorno in Benin. Come ha trovato il Paese dopo tanti anni?
Intanto ho provato una sensazione strana. Non riconoscevo più Cotonou, dove sono stato tanti anni. Ho trovato una città completamente trasformata. Prima c'era solo qualche casupola attorno ai pochi palazzi con più piani adibiti a ministeri. C'è stato in questi anni un grande sviluppo di infrastrutture: ciò significa che è stata imboccata la strada del progresso. E la cosa non può che farmi piacere. Quello che non è cambiato è lo spirito del popolo beninese. Sempre aperto, sorridente, capace di esprimere l'affetto che prova per la gente. E poi ho trovato sempre vivo quello spirito religioso che lo caratterizza.
I rapporti fra Stato e Chiesa sono mutati?
Ho vissuto a Cotonou un periodo interessante. Era il momento della conferenza nazionale. Il Paese attraversava una crisi gravissima e rischiava la bancarotta, da un lato, e la guerra civile, dall'altro. I vescovi, con la loro azione pastorale e il loro impegno, contribuirono a rimettere la nazione in carreggiata. Ricordo la lettera pastorale Convertitevi e il Benin vivrà, che risale al 1999. Questa lettera divenne un po' il vademecum della conferenza nazionale e in seguito fu un indispensabile strumento di riflessione, necessario a muovere i primi passi del nuovo sistema democratico.
In questo processo ha avuto un ruolo primario l'allora arcivescovo Isidore de Souza, sulla cui tomba il Papa ha pregato nella cattedrale di Cotonou.
La sua statura morale è indiscutibile. Monsignor de Souza era un grande sacerdote, di profonda vita spirituale. La Chiesa ha avuto il merito di aver preparato gran parte della classe intellettuale, sia quanti erano rimasti nel Paese sia quanti erano partiti all'estero. Fu dunque quasi naturale che nel momento della transizione essi chiedessero alla Chiesa di prendere la barra del timone per guidare la conferenza nazionale che avrebbe sancito la fine del regime e l'inizio di una nuova era di democrazia. Sapevano di vivere un momento decisivo per il loro futuro e si misero nelle mani di chi riscuoteva unanime riconoscimento in quanto autorità morale.
Ma in quegli anni l'arcivescovo di Cotonou era ancora monsignor Christophe Adimou, mentre monsignor de Souza era solo un parroco. Come mai si pensò a lui per un compito così importante e delicato?
Effettivamente in quegli anni monsignor de Souza era parroco a Santa Rita. Infatti, mentre il 19 novembre scorso ero con il Papa, proprio nella parrocchia di Santa Rita -- dove si è svolto l'incontro con i bambini -- non ho potuto fare a meno di pensare a lui con una certa nostalgia. I vescovi allora si trovarono di fronte a una grande responsabilità. Erano consapevoli del fatto che il Paese era profondamente diviso. Dunque per tenere tutti seduti intorno a un tavolo a discutere per il bene comune, ci voleva una forte personalità, conosciuta e stimata da tutti. Venne spontaneo pensare a quel parroco. Fu una scelta che si è rivelata provvidenziale.
C'è stato però chi ha avuto qualcosa da ridire su questa vicenda.
C'è sempre qualcuno che dice cose non proprio esatte e confonde le idee. Quando Giovanni Paolo II, nel 1993, andò in Benin, riconobbe il ruolo che aveva avuto in quella fase storica monsignor de Souza e il suo merito di aver portato la Chiesa cattolica in soccorso di quel Paese in un momento tanto difficile, contribuendo così al ristabilimento dell'armonia. Semmai il Papa, visto che de Souza era diventato arcivescovo di Cotonou e il Paese cominciava a camminare da solo, pensò che per il presule era giunto il momento di lasciare l'incarico nazionale. Ma io posso assicurare che monsignor de Souza lo avrebbe lasciato comunque, era già nel suo animo una simile decisione. La diocesi lo assorbiva troppo e intendeva ormai dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro pastorale. Dunque fu una decisione naturale. Era fuori strada chi volle vederci sotto qualcosa di diverso.
Cosa è cambiato in Benin dopo la conferenza nazionale?
Direi che sono cambiate molte cose. Ho trovato Cotonou completamente rinnovata. Il Paese è molto cresciuto anche a livello spirituale. Ci sono tante nuove vocazioni. Certo bisognerebbe andare all'interno del Paese per capire meglio. Ricordo che in certe zone la situazione era veramente drammatica.
Lei ha fatto riferimento alle vocazioni. È una realtà in crescita. Un segno in più di speranza per l'Africa?
È una realtà in crescita che lascia indubbiamente sperare. A me però è sembrata altrettanto importante, anche se forse è stato poco sottolineato, la crescita della cooperazione tra le Chiese del nord e quelle del sud del Paese, che sono tradizionalmente più ricche di vocazioni, non fosse altro perché si tratta di Chiese di più antica formazione. È indubbiamente un bel segno di collaborazione tra le Chiese.
Per concludere, quali emozioni ha provato nel tornare in queste terre?
Tanta nostalgia.
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
La Fraternità San Pio X e il Preambolo dottrinale (Messainlatino)
Clicca qui per leggere la traduzione dell'intervista a Mons. Fellay.
Fellay: «Non possiamo approvare il preambolo così com’è» (Tornielli)
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Il Gesù di Papa Ratzinger. Alla luce della Fede, un nuovo approccio alla figura storica del Nazareno (Bonaventura)
Il Gesù di Papa Ratzinger
Alla luce della Fede, un nuovo approccio alla figura storica del Nazareno
Vincenzo Bonaventura
«La passione, la morte e la risurrezione non sono semplicemente l'epilogo della vita di Gesù. Piuttosto, esse danno senso a tutto il resto: dal Cristo Crocifisso e risorto prende luce tutto il racconto della sua vita».
Così mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, ha sintetizzato, nell'aula magna dell'Università di Messina, la necessità avvertita dal Papa – che firma il libro Joseph Ratzinger Benedetto XVI, a sottolineare la sua partecipazione sia di teologo sia di Pontefice – di dedicare per intero il suo "Gesù di Nazaret" a una sola settimana dell'esistenza di Cristo, a fronte del racconto, fatto nel precedente (del 2007) dallo stesso titolo, della vita pubblica dal battesimo nel fiume Giordano fino alla confessione di Pietro e alla trasfigurazione.
Il volume (Libreria Editrice Vaticana), infatti, porta come sottotitolo "Dall'ingresso di Gerusalemme fino alla Resurrezione".
Il libro del Pontefice è stato presentato nell'ambito del progetto "Gesù di Nazaret all'Università", coordinato dal prof. Angelo Sindoni per l'ateneo messinese e dal prof. Pierluca Azzaro per l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e che dopo aver toccato Urbino continuerà a Parma, Sassari e Torino.
Mons. Dal Covolo ha rilevato come i due volumi costituiscano parti di una sola opera, ma non ha confermato l'intenzione annunciata in privato da Benedetto XVI di scrivere – se le forze lo sorreggeranno – anche una terza parte, da considerare – con parola di moda – un "prequel", cioè la storia dell'infanzia di Gesù.
Nell'attesa, si può dire con certezza che il Papa è al lavoro con le sue fedeli matite che ne raccolgono la scrittura in attesa che i collaboratori la trasferiscano sul computer.
I due libri costituiscono l'applicazione di una diversa modalità per avvicinarsi alla figura del Redentore: «Ormai da tempo – ha detto Dal Covolo – si avvertiva la necessità di un metodo nuovo, di un approccio a Gesù di Nazaret che, superando i limiti della ricerca storico-critica, ricomponesse in maniera plausibile l'annosa e devastante divaricazione tra il "Gesù storico", cioè "Gesù di Nazaret", e il "Cristo della fede": quasi che, al limite, si trattasse di due persone distinte; o quasi che l'esperienza post-pasquale dei discepoli, e cioè la fede nel Risorto, a partire soprattutto dalla Pentecoste – avesse imposto un "filtro deformante" alla rilettura dell'esperienza storica di Gesù, rendendo inaffidabile, o almeno discutibile, la storicità dei fatti raccontati nei Vangeli.
Insomma, né lo storico né tantomeno il teologo, qual è Ratzinger, per la loro esegesi possono mai perdere di vista il dato della Fede. «Solo se era successo qualcosa di straordinario – sostiene il Papa scrittore – se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia».
E aggiunge: «Credere che proprio come uomo era Dio e che abbia fatto conoscere questo velatamente nelle parabole, e tuttavia in modo sempre più chiaro, va al di là delle possibilità del metodo storico», per poi concludere: «È chiaro che con questa visione della figura di Gesù io vado al di là di quello che dice una buona parte dell'esegesi contemporanea».
Ecco, dunque, l'importanza di questi libri, capaci di guardare alla Fede non per fare un salto indietro nell'irrazionale bensì per trovare nuove strade di comprensione più vicine all'uomo.
Come sarebbe possibile, infatti, che un Dio che si è fatto uomo non sia vicino alle necessità di chi non vuole fermarsi al primo, talvolta oscuro o ambiguo, significato della parola scritta? Non a caso, in questo secondo volume, Benedetto XVI riafferma l'innocenza del popolo ebraico, assolvendolo da quell'accusa di deicidio, partita da una parola – una sola – del Vangelo di Matteo. E scrive: «Matteo non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento (la scelta di condannare Cristo o Barabba, ndr) tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?».
Questo secondo volume si snoda in nove capitoli: Ingresso a Gerusalemme e purificazione del tempio, Il discorso escatologico di Gesù, La lavanda dei piedi, La preghiera sacerdotale di Gesù, L'ultima cena, I Getsemani, Il processo a Gesù, La crocifissione e la deposizione di Gesù nel sepolcro, La risurrezione di Gesù dalla morte.
Un percorso di grande interesse, tanto che – come ha spiegato don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana – si è trattato di un best seller (uscito nel marzo scorso, è stato poi per molti mesi primo in tutte le classifiche) non solo in Italia ma anche negli Usa, in Francia, Germania e molti altri Paesi, e adesso aspira a diventare un long seller in tutto il mondo.
Ed è bello immaginare questo Papa teologo così colto intento a prendere appunti, sempre rigorosamente con la matita, durante gli esercizi spirituali quaresimali che nel 2010 sono stati predicati all'intera Curia romana proprio da mons. Dal Covolo.
I lavori dell'incontro erano stati aperti dal rettore dell'Università di Messina, Franco Tomasello, il quale, dichiarandosi ammiratore di Ratzinger, da medico ha sottolineato che la conoscenza scientifica non può abbracciare tutta la verità: ci vuole umiltà.
A sua volta l'arcivescovo di Messina, mons. Calogero La Piana, ha messo in evidenza il modo in cui il Papa ha reso la figura di Gesù «limpida, accessibile e presente».
Ha concluso i lavori il prof. Sindoni ricordando che la storia non può essere una scienza classificatoria ma umanistica: «L'ermeneutica della Fede per lo storico è un'ipotesi di lavoro e occorre prendersi la responsabilità della sintesi. Lo storico deve provare a dare risposte».
© Copyright Gazzetta del sud, 29 novembre 2011
Alla luce della Fede, un nuovo approccio alla figura storica del Nazareno
Vincenzo Bonaventura
«La passione, la morte e la risurrezione non sono semplicemente l'epilogo della vita di Gesù. Piuttosto, esse danno senso a tutto il resto: dal Cristo Crocifisso e risorto prende luce tutto il racconto della sua vita».
Così mons. Enrico Dal Covolo, rettore della Pontificia Università Lateranense, ha sintetizzato, nell'aula magna dell'Università di Messina, la necessità avvertita dal Papa – che firma il libro Joseph Ratzinger Benedetto XVI, a sottolineare la sua partecipazione sia di teologo sia di Pontefice – di dedicare per intero il suo "Gesù di Nazaret" a una sola settimana dell'esistenza di Cristo, a fronte del racconto, fatto nel precedente (del 2007) dallo stesso titolo, della vita pubblica dal battesimo nel fiume Giordano fino alla confessione di Pietro e alla trasfigurazione.
Il volume (Libreria Editrice Vaticana), infatti, porta come sottotitolo "Dall'ingresso di Gerusalemme fino alla Resurrezione".
Il libro del Pontefice è stato presentato nell'ambito del progetto "Gesù di Nazaret all'Università", coordinato dal prof. Angelo Sindoni per l'ateneo messinese e dal prof. Pierluca Azzaro per l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e che dopo aver toccato Urbino continuerà a Parma, Sassari e Torino.
Mons. Dal Covolo ha rilevato come i due volumi costituiscano parti di una sola opera, ma non ha confermato l'intenzione annunciata in privato da Benedetto XVI di scrivere – se le forze lo sorreggeranno – anche una terza parte, da considerare – con parola di moda – un "prequel", cioè la storia dell'infanzia di Gesù.
Nell'attesa, si può dire con certezza che il Papa è al lavoro con le sue fedeli matite che ne raccolgono la scrittura in attesa che i collaboratori la trasferiscano sul computer.
I due libri costituiscono l'applicazione di una diversa modalità per avvicinarsi alla figura del Redentore: «Ormai da tempo – ha detto Dal Covolo – si avvertiva la necessità di un metodo nuovo, di un approccio a Gesù di Nazaret che, superando i limiti della ricerca storico-critica, ricomponesse in maniera plausibile l'annosa e devastante divaricazione tra il "Gesù storico", cioè "Gesù di Nazaret", e il "Cristo della fede": quasi che, al limite, si trattasse di due persone distinte; o quasi che l'esperienza post-pasquale dei discepoli, e cioè la fede nel Risorto, a partire soprattutto dalla Pentecoste – avesse imposto un "filtro deformante" alla rilettura dell'esperienza storica di Gesù, rendendo inaffidabile, o almeno discutibile, la storicità dei fatti raccontati nei Vangeli.
Insomma, né lo storico né tantomeno il teologo, qual è Ratzinger, per la loro esegesi possono mai perdere di vista il dato della Fede. «Solo se era successo qualcosa di straordinario – sostiene il Papa scrittore – se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia».
E aggiunge: «Credere che proprio come uomo era Dio e che abbia fatto conoscere questo velatamente nelle parabole, e tuttavia in modo sempre più chiaro, va al di là delle possibilità del metodo storico», per poi concludere: «È chiaro che con questa visione della figura di Gesù io vado al di là di quello che dice una buona parte dell'esegesi contemporanea».
Ecco, dunque, l'importanza di questi libri, capaci di guardare alla Fede non per fare un salto indietro nell'irrazionale bensì per trovare nuove strade di comprensione più vicine all'uomo.
Come sarebbe possibile, infatti, che un Dio che si è fatto uomo non sia vicino alle necessità di chi non vuole fermarsi al primo, talvolta oscuro o ambiguo, significato della parola scritta? Non a caso, in questo secondo volume, Benedetto XVI riafferma l'innocenza del popolo ebraico, assolvendolo da quell'accusa di deicidio, partita da una parola – una sola – del Vangelo di Matteo. E scrive: «Matteo non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento (la scelta di condannare Cristo o Barabba, ndr) tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?».
Questo secondo volume si snoda in nove capitoli: Ingresso a Gerusalemme e purificazione del tempio, Il discorso escatologico di Gesù, La lavanda dei piedi, La preghiera sacerdotale di Gesù, L'ultima cena, I Getsemani, Il processo a Gesù, La crocifissione e la deposizione di Gesù nel sepolcro, La risurrezione di Gesù dalla morte.
Un percorso di grande interesse, tanto che – come ha spiegato don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana – si è trattato di un best seller (uscito nel marzo scorso, è stato poi per molti mesi primo in tutte le classifiche) non solo in Italia ma anche negli Usa, in Francia, Germania e molti altri Paesi, e adesso aspira a diventare un long seller in tutto il mondo.
Ed è bello immaginare questo Papa teologo così colto intento a prendere appunti, sempre rigorosamente con la matita, durante gli esercizi spirituali quaresimali che nel 2010 sono stati predicati all'intera Curia romana proprio da mons. Dal Covolo.
I lavori dell'incontro erano stati aperti dal rettore dell'Università di Messina, Franco Tomasello, il quale, dichiarandosi ammiratore di Ratzinger, da medico ha sottolineato che la conoscenza scientifica non può abbracciare tutta la verità: ci vuole umiltà.
A sua volta l'arcivescovo di Messina, mons. Calogero La Piana, ha messo in evidenza il modo in cui il Papa ha reso la figura di Gesù «limpida, accessibile e presente».
Ha concluso i lavori il prof. Sindoni ricordando che la storia non può essere una scienza classificatoria ma umanistica: «L'ermeneutica della Fede per lo storico è un'ipotesi di lavoro e occorre prendersi la responsabilità della sintesi. Lo storico deve provare a dare risposte».
© Copyright Gazzetta del sud, 29 novembre 2011
lunedì 28 novembre 2011
L'ultima settimana di Cristo nella lettura del Papa. Il "Gesù di Nazaret" presentato all'università di Messina (Enrico Dal Covolo)
L'ultima settimana di Cristo nella lettura del Papa
Illuminante sproporzione
Il "Gesù di Nazaret" presentato all'università di Messina
Dopo quello tenutosi all'università di Urbino, proseguono gli incontri organizzati dalla Libreria Editrice Vaticana per presentare il libro di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall'ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione nelle università italiane. Lunedì 28 novembre l'opera è stata al centro di un incontro all'università di Messina. Pubblichiamo stralci dell'intervento del vescovo rettore della Pontificia Università Lateranense.
di ENRICO DAL COVOLO
Bisogna riconoscere subito che il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI forma un tutt'uno con il primo, cioè con il volume dedicato alla prima parte della vita pubblica di Gesù, dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione.
Nel secondo volume, invece, si parla degli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, dall'ingresso in Gerusalemme alla risurrezione.
Ma come, si obietterà: c'è una chiara sproporzione! L'ultima settimana di Gesù, da sola, è trattata con la medesima estensione di tutta la vita pubblica che la precede! Tale "sproporzione", tuttavia, si spiega facilmente, ed è già presente nei Vangeli. Anzitutto il racconto della passione e della risurrezione, anche se viene per ultimo, è il più antico e il più elaborato dalle tradizioni orali e scritte, a cui i Vangeli attingono. Fin dall'inizio, infatti, l'uso liturgico (come è noto, il memoriale della Pasqua è il cuore della celebrazione eucaristica) "fissa" un nucleo piuttosto ampio del racconto.
Inoltre l'apparente "sproporzione" fa capire a un primo sguardo che la passione, la morte e la risurrezione non sono semplicemente l'epilogo della vita di Gesù. Piuttosto, esse danno senso a tutto il resto: dal Cristo crocifisso e risorto prende luce tutto il racconto della sua vita.
Dunque, due volumi, due parti di un'unica opera: è adottato lo stesso metodo per narrare Gesù di Nazaret, mentre i contenuti della sua storia continuano.
Quanto ai contenuti del secondo volume, c'è anzitutto una Premessa (pp. 5-10), nella quale è ripreso e puntualizzato il discorso sul metodo.
Ne sottolineo solo un passaggio, che a me pare risolutivo: "Se l'esegesi biblica scientifica - l'Autore allude di fatto all'esegesi storico-critica - non vuole esaurirsi in sempre nuove ipotesi, diventando teologicamente insignificante, deve fare un passo metodologicamente nuovo, e riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico. Deve imparare che l'ermeneutica positivistica - positivistico-razionalista, dicevamo noi: da essa dipende, di fatto, l'esegesi storico-critica - "deve imparare che l'ermeneutica positivistica (...) non è espressione della ragione esclusivamente valida che ha definitivamente trovato se stessa, ma costituisce una determinata specie di ragionevolezza storicamente condizionata, capace di correzione e di integrazioni, e bisognosa di esse. Tale esegesi deve riconoscere che un'ermeneutica della fede, sviluppata in modo giusto, è conforme al testo, e può congiungersi con un'ermeneutica storica consapevole dei propri limiti per formare un'interezza metodologica" (pp. 6-7).
Alla Premessa fanno seguito nove capitoli, più uno di Prospettive (pp. 309-324: così il racconto della passione, morte e risurrezione è esteso all'ascensione e all'attesa escatologica del ritorno del Signore), e una bibliografia ragionata, relativa anzitutto al primo volume nel suo complesso, e poi al secondo volume e ai suoi singoli capitoli (pp. 327-342).
Diamo uno sguardo - di necessità molto sintetico, nello stile di un "invito alla lettura" - ai capitoli del volume. La via maestra, lungo la quale il Papa ci conduce, è la meditazione sull'"ora" di Gesù, quella del suo "innalzamento" (Giovanni, 12, 32): cioè la meditazione sul momento salvifico - inscindibile - della morte-risurrezione.
Ingresso in Gerusalemme e purificazione del tempio. Il primo capitolo, scandito precisamente nelle due parti enunciate, rappresenta una potente ouverture rispetto al racconto successivo. Entrando in Gerusalemme, Gesù si annuncia come il nuovo tempio, che egli stesso è venuto a costruire. È questo il significato della parola riportata da Giovanni: "In tre giorni farò risorgere questo tempio!". Egli, spiega infatti l'evangelista, "parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù" (Giovanni, 2, 18-22). Il discorso di Gesù sulle ultime realtà "non descrive la fine del mondo, ma l'annuncia con parole già esistenti nell'Antico Testamento. Il parlare dell'avvenire con parole del passato sottrae questo discorso ad ogni connessione cronologica" (p. 63).
Di fatto, lo scopo del discorso non è quello di svelare il futuro, ma di suggerire ai discepoli un certo tipo di comportamento di fronte all'imperativo dell'"ora" di Gesù, che ormai si va compiendo. Si tratta di un'esortazione alla comunità, perché essa vigili con impegno sul tempo presente, evitando di fantasticare vanamente sul futuro. "Le parole apocalittiche di Gesù vogliono condurci all'essenziale: alla vita sul fondamento della parola di Dio, che Gesù ci dona; all'incontro con lui, la Parola vivente; alla responsabilità davanti al Giudice dei vivi e dei morti" (p. 64).
"Dopo i discorsi d'insegnamento di Gesù, che seguono la relazione sul suo ingresso a Gerusalemme, i Vangeli sinottici riprendono il filo del racconto" (p. 65). Ed ecco l'episodio misterioso e sconcertante della lavanda dei piedi, nel contesto dell'ultima cena. "Possiamo dire che in questo gesto di umiltà", scrive il Papa sintetizzando il capitolo, "il Signore sta di fronte a noi come il servo di Dio - come Colui che per noi si è fatto servo, che porta il nostro peso donandoci così la vera purezza, la capacità di avvicinare Dio". Proprio per questo motivo l'"ora" della croce, misticamente anticipata nella lavanda dei piedi, "è l'ora della vera gloria di Dio Padre e di Gesù" (pp. 88-89).
"Alla lavanda dei piedi seguono, nel Vangelo di Giovanni, i discorsi di addio di Gesù, che alla fine (...) sfociano in una grande preghiera sacerdotale" (p. 91). Ebbene, scrive il Papa al termine di questo capitolo, "la Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù. Questa preghiera, però, non è soltanto parola: è l'atto in cui egli "consacra" se stesso, cioè "si sacrifica" per la vita del mondo. Possiamo anche dire, rovesciando l'affermazione: nella preghiera l'evento crudele della croce diventa 'parola', diventa festa dell'espiazione tra Dio e il mondo. Da questo scaturisce la Chiesa, cioè la comunità di coloro che, mediante la parola degli apostoli, credono in Cristo" (p. 118).
"L'ultima cena"; "Il Getsemani"; "Il processo a Gesù": questi tre capitoli (pp. 119-226) rappresentano la parte centrale del volume, quella più analitica, scritta con maggiore acribia storica, esegetica, teologica. La "chiave di lettura" di questo frammento decisivo, nel quale si compie l'"ora" di Gesù (così, infatti, l'apostolo Giovanni introduce il racconto della cena: "Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine": 13, 1), può essere condensata in alcune brevi parole del Papa, veramente ispirate: "Fa parte delle vie della storia di Dio con gli uomini (...) la "flessibilità" di Dio, che attende la libera decisione dell'uomo, e che da ogni "no" fa scaturire una nuova via dell'amore. Al "no" di Adamo egli risponde con una nuova premura per l'uomo. Al "no" di Babele egli risponde inaugurando con l'elezione di Abramo un nuovo approccio alla storia (...) Nonostante ogni negazione da parte degli uomini, egli dona se stesso, prende su di sé il "no" degli uomini, attirandolo così dentro il suo "sì"" (pp. 138-141).
"La crocifissione e la deposizione di Gesù nel sepolcro"; "La risurrezione di Gesù dalla morte": finalmente si compie, in maniera definitiva, l'"ora" di Gesù. Come già abbiamo anticipato - e così concludiamo l'"invito alla lettura" del nostro libro -, il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI è soprattutto un'organica meditazione sul mistero dell'"ora" di Gesù. Capitolo dopo capitolo, il Papa ci ha presi per mano, invitandoci a entrare in quest'"ora", a fare esperienza viva della passione, della morte e della risurrezione del Signore, per condurci così all'ultimo traguardo.
L'ultimo traguardo è la definitiva confessione della nostra fede in Gesù di Nazaret: "Egli è veramente risorto. Egli è il Vivente. A lui ci affidiamo, e sappiamo di essere sulla strada giusta. Con Tommaso mettiamo le nostre mani nel costato trafitto di Gesù, e professiamo: "Mio Signore e mio Dio!"" (p. 307).
Benché il Papa, con molta umiltà, definisca il suo un semplice "tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale" (p. 18), d'altra parte egli appare ben consapevole della svolta decisiva che la sua opera rappresenta nella storia della cristologia. Confessa di esservi giunto "dopo un lungo cammino interiore", e richiama addirittura i tempi della sua giovinezza, anche se la stesura materiale dei due volumi dev'essere stata abbastanza rapida, visto che è iniziata solo nell'estate del 2003.
In ogni caso, si coglie dalla lettura di molte sue pagine qualche cosa di simile al quarto Vangelo: il libro è l'opera di una vita intera, dove il metodo impiegato - lungi dal diventare una mera "tecnica" - come pure i contenuti esposti, vivono di un radicato e maturo innamoramento per Cristo.
In definitiva, "l'intima amicizia con Gesù" va considerata come il vero tema conduttore dell'opera, un tema che il Papa illustra da testimone, non meno che da teologo: di fatto la vera "conoscenza" di Gesù - per Papa Benedetto, come per il discepolo amato - proviene dal "riposare" sopra il suo cuore (p. 262).
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
Illuminante sproporzione
Il "Gesù di Nazaret" presentato all'università di Messina
Dopo quello tenutosi all'università di Urbino, proseguono gli incontri organizzati dalla Libreria Editrice Vaticana per presentare il libro di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall'ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione nelle università italiane. Lunedì 28 novembre l'opera è stata al centro di un incontro all'università di Messina. Pubblichiamo stralci dell'intervento del vescovo rettore della Pontificia Università Lateranense.
di ENRICO DAL COVOLO
Bisogna riconoscere subito che il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI forma un tutt'uno con il primo, cioè con il volume dedicato alla prima parte della vita pubblica di Gesù, dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione.
Nel secondo volume, invece, si parla degli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, dall'ingresso in Gerusalemme alla risurrezione.
Ma come, si obietterà: c'è una chiara sproporzione! L'ultima settimana di Gesù, da sola, è trattata con la medesima estensione di tutta la vita pubblica che la precede! Tale "sproporzione", tuttavia, si spiega facilmente, ed è già presente nei Vangeli. Anzitutto il racconto della passione e della risurrezione, anche se viene per ultimo, è il più antico e il più elaborato dalle tradizioni orali e scritte, a cui i Vangeli attingono. Fin dall'inizio, infatti, l'uso liturgico (come è noto, il memoriale della Pasqua è il cuore della celebrazione eucaristica) "fissa" un nucleo piuttosto ampio del racconto.
Inoltre l'apparente "sproporzione" fa capire a un primo sguardo che la passione, la morte e la risurrezione non sono semplicemente l'epilogo della vita di Gesù. Piuttosto, esse danno senso a tutto il resto: dal Cristo crocifisso e risorto prende luce tutto il racconto della sua vita.
Dunque, due volumi, due parti di un'unica opera: è adottato lo stesso metodo per narrare Gesù di Nazaret, mentre i contenuti della sua storia continuano.
Quanto ai contenuti del secondo volume, c'è anzitutto una Premessa (pp. 5-10), nella quale è ripreso e puntualizzato il discorso sul metodo.
Ne sottolineo solo un passaggio, che a me pare risolutivo: "Se l'esegesi biblica scientifica - l'Autore allude di fatto all'esegesi storico-critica - non vuole esaurirsi in sempre nuove ipotesi, diventando teologicamente insignificante, deve fare un passo metodologicamente nuovo, e riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico. Deve imparare che l'ermeneutica positivistica - positivistico-razionalista, dicevamo noi: da essa dipende, di fatto, l'esegesi storico-critica - "deve imparare che l'ermeneutica positivistica (...) non è espressione della ragione esclusivamente valida che ha definitivamente trovato se stessa, ma costituisce una determinata specie di ragionevolezza storicamente condizionata, capace di correzione e di integrazioni, e bisognosa di esse. Tale esegesi deve riconoscere che un'ermeneutica della fede, sviluppata in modo giusto, è conforme al testo, e può congiungersi con un'ermeneutica storica consapevole dei propri limiti per formare un'interezza metodologica" (pp. 6-7).
Alla Premessa fanno seguito nove capitoli, più uno di Prospettive (pp. 309-324: così il racconto della passione, morte e risurrezione è esteso all'ascensione e all'attesa escatologica del ritorno del Signore), e una bibliografia ragionata, relativa anzitutto al primo volume nel suo complesso, e poi al secondo volume e ai suoi singoli capitoli (pp. 327-342).
Diamo uno sguardo - di necessità molto sintetico, nello stile di un "invito alla lettura" - ai capitoli del volume. La via maestra, lungo la quale il Papa ci conduce, è la meditazione sull'"ora" di Gesù, quella del suo "innalzamento" (Giovanni, 12, 32): cioè la meditazione sul momento salvifico - inscindibile - della morte-risurrezione.
Ingresso in Gerusalemme e purificazione del tempio. Il primo capitolo, scandito precisamente nelle due parti enunciate, rappresenta una potente ouverture rispetto al racconto successivo. Entrando in Gerusalemme, Gesù si annuncia come il nuovo tempio, che egli stesso è venuto a costruire. È questo il significato della parola riportata da Giovanni: "In tre giorni farò risorgere questo tempio!". Egli, spiega infatti l'evangelista, "parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù" (Giovanni, 2, 18-22). Il discorso di Gesù sulle ultime realtà "non descrive la fine del mondo, ma l'annuncia con parole già esistenti nell'Antico Testamento. Il parlare dell'avvenire con parole del passato sottrae questo discorso ad ogni connessione cronologica" (p. 63).
Di fatto, lo scopo del discorso non è quello di svelare il futuro, ma di suggerire ai discepoli un certo tipo di comportamento di fronte all'imperativo dell'"ora" di Gesù, che ormai si va compiendo. Si tratta di un'esortazione alla comunità, perché essa vigili con impegno sul tempo presente, evitando di fantasticare vanamente sul futuro. "Le parole apocalittiche di Gesù vogliono condurci all'essenziale: alla vita sul fondamento della parola di Dio, che Gesù ci dona; all'incontro con lui, la Parola vivente; alla responsabilità davanti al Giudice dei vivi e dei morti" (p. 64).
"Dopo i discorsi d'insegnamento di Gesù, che seguono la relazione sul suo ingresso a Gerusalemme, i Vangeli sinottici riprendono il filo del racconto" (p. 65). Ed ecco l'episodio misterioso e sconcertante della lavanda dei piedi, nel contesto dell'ultima cena. "Possiamo dire che in questo gesto di umiltà", scrive il Papa sintetizzando il capitolo, "il Signore sta di fronte a noi come il servo di Dio - come Colui che per noi si è fatto servo, che porta il nostro peso donandoci così la vera purezza, la capacità di avvicinare Dio". Proprio per questo motivo l'"ora" della croce, misticamente anticipata nella lavanda dei piedi, "è l'ora della vera gloria di Dio Padre e di Gesù" (pp. 88-89).
"Alla lavanda dei piedi seguono, nel Vangelo di Giovanni, i discorsi di addio di Gesù, che alla fine (...) sfociano in una grande preghiera sacerdotale" (p. 91). Ebbene, scrive il Papa al termine di questo capitolo, "la Chiesa nasce dalla preghiera di Gesù. Questa preghiera, però, non è soltanto parola: è l'atto in cui egli "consacra" se stesso, cioè "si sacrifica" per la vita del mondo. Possiamo anche dire, rovesciando l'affermazione: nella preghiera l'evento crudele della croce diventa 'parola', diventa festa dell'espiazione tra Dio e il mondo. Da questo scaturisce la Chiesa, cioè la comunità di coloro che, mediante la parola degli apostoli, credono in Cristo" (p. 118).
"L'ultima cena"; "Il Getsemani"; "Il processo a Gesù": questi tre capitoli (pp. 119-226) rappresentano la parte centrale del volume, quella più analitica, scritta con maggiore acribia storica, esegetica, teologica. La "chiave di lettura" di questo frammento decisivo, nel quale si compie l'"ora" di Gesù (così, infatti, l'apostolo Giovanni introduce il racconto della cena: "Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine": 13, 1), può essere condensata in alcune brevi parole del Papa, veramente ispirate: "Fa parte delle vie della storia di Dio con gli uomini (...) la "flessibilità" di Dio, che attende la libera decisione dell'uomo, e che da ogni "no" fa scaturire una nuova via dell'amore. Al "no" di Adamo egli risponde con una nuova premura per l'uomo. Al "no" di Babele egli risponde inaugurando con l'elezione di Abramo un nuovo approccio alla storia (...) Nonostante ogni negazione da parte degli uomini, egli dona se stesso, prende su di sé il "no" degli uomini, attirandolo così dentro il suo "sì"" (pp. 138-141).
"La crocifissione e la deposizione di Gesù nel sepolcro"; "La risurrezione di Gesù dalla morte": finalmente si compie, in maniera definitiva, l'"ora" di Gesù. Come già abbiamo anticipato - e così concludiamo l'"invito alla lettura" del nostro libro -, il secondo volume del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI è soprattutto un'organica meditazione sul mistero dell'"ora" di Gesù. Capitolo dopo capitolo, il Papa ci ha presi per mano, invitandoci a entrare in quest'"ora", a fare esperienza viva della passione, della morte e della risurrezione del Signore, per condurci così all'ultimo traguardo.
L'ultimo traguardo è la definitiva confessione della nostra fede in Gesù di Nazaret: "Egli è veramente risorto. Egli è il Vivente. A lui ci affidiamo, e sappiamo di essere sulla strada giusta. Con Tommaso mettiamo le nostre mani nel costato trafitto di Gesù, e professiamo: "Mio Signore e mio Dio!"" (p. 307).
Benché il Papa, con molta umiltà, definisca il suo un semplice "tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale" (p. 18), d'altra parte egli appare ben consapevole della svolta decisiva che la sua opera rappresenta nella storia della cristologia. Confessa di esservi giunto "dopo un lungo cammino interiore", e richiama addirittura i tempi della sua giovinezza, anche se la stesura materiale dei due volumi dev'essere stata abbastanza rapida, visto che è iniziata solo nell'estate del 2003.
In ogni caso, si coglie dalla lettura di molte sue pagine qualche cosa di simile al quarto Vangelo: il libro è l'opera di una vita intera, dove il metodo impiegato - lungi dal diventare una mera "tecnica" - come pure i contenuti esposti, vivono di un radicato e maturo innamoramento per Cristo.
In definitiva, "l'intima amicizia con Gesù" va considerata come il vero tema conduttore dell'opera, un tema che il Papa illustra da testimone, non meno che da teologo: di fatto la vera "conoscenza" di Gesù - per Papa Benedetto, come per il discepolo amato - proviene dal "riposare" sopra il suo cuore (p. 262).
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
L’Avvento su Radio Vaticana
Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:
L’Avvento su Radio Vaticana
Isaia e le virtù teologali ispirano le riflessioni di Avvento del canale italiano della Radio Vaticana. Due teologhe e un sacerdote dell’Opus Dei ospiti di due trasmissioni speciali in onda fino a Natale.
In occasione del tempo liturgico dell’Avvento, One-O-Five Live, il canale italiano della Radio Vaticana, inaugura due serie di trasmissioni speciali che accompagneranno gli ascoltatori fino al 25 dicembre.
A partire da oggi, sabato 26 novembre, durante i quattro sabati che precedono le domeniche di Avvento, la trasmissione quotidiana ‘Al di là della notizia’ ospiterà le riflessioni di due teologhe italiane ispirate al libro del profeta Isaia. Serena Noceti, vicepresidente dell’Ati (Associazione teologica italiana) e Nadia Toschi, docente di teologia morale, sono infatti autrici del volumetto delle Edizioni Messaggero Padova intitolato 'Una speranza di giustizia e di pace - Ogni giorno di Avvento con Isaia'. Le due studiose laiche guideranno una meditazione sull’Avvento come momento per porre lo sguardo sulla seconda venuta del Signore che porterà a compimento la Storia. Lo faranno utilizzando la prima parte del primo dei libri profetici, quello di Isaia, che mentre fonda la speranza sulla realizzazione del progetto di Dio, ci costringe a riflettere sui nostri tempi segnati da ingiustizie e tradimenti del progetto divino. Il programma è in onda il sabato alle 13.10 e in replica alle 16.10 sulle consuete frequenze indicate nel sito http://www.radiovaticana.org/105.
Inoltre, da domani, domenica 27 novembre, fino al giorno di Natale, la trasmissione ‘Non un giorno qualsiasi’, in onda ogni domenica alle 8.10 e in replica alle 15.10 (sulle consuete frequenze e ritrasmessa come sempre da Radio Inblu, per il circuito radiofonico della Cei, e da Radio Mater) ospiterà una serie di ‘Conversazioni sull’Avvento alla luce delle virtù teologali: fede, speranza e carità’. Ospite fisso sarà don Marco Porta, direttore dell’Istituto di Scienze Religiose all’Apollinare della Pontificia Università della Santa Croce. Don Marco risponderà anche alle domande dei radioascoltatori alla mail: 105@vatiradio.va
L’Avvento su Radio Vaticana
Isaia e le virtù teologali ispirano le riflessioni di Avvento del canale italiano della Radio Vaticana. Due teologhe e un sacerdote dell’Opus Dei ospiti di due trasmissioni speciali in onda fino a Natale.
In occasione del tempo liturgico dell’Avvento, One-O-Five Live, il canale italiano della Radio Vaticana, inaugura due serie di trasmissioni speciali che accompagneranno gli ascoltatori fino al 25 dicembre.
A partire da oggi, sabato 26 novembre, durante i quattro sabati che precedono le domeniche di Avvento, la trasmissione quotidiana ‘Al di là della notizia’ ospiterà le riflessioni di due teologhe italiane ispirate al libro del profeta Isaia. Serena Noceti, vicepresidente dell’Ati (Associazione teologica italiana) e Nadia Toschi, docente di teologia morale, sono infatti autrici del volumetto delle Edizioni Messaggero Padova intitolato 'Una speranza di giustizia e di pace - Ogni giorno di Avvento con Isaia'. Le due studiose laiche guideranno una meditazione sull’Avvento come momento per porre lo sguardo sulla seconda venuta del Signore che porterà a compimento la Storia. Lo faranno utilizzando la prima parte del primo dei libri profetici, quello di Isaia, che mentre fonda la speranza sulla realizzazione del progetto di Dio, ci costringe a riflettere sui nostri tempi segnati da ingiustizie e tradimenti del progetto divino. Il programma è in onda il sabato alle 13.10 e in replica alle 16.10 sulle consuete frequenze indicate nel sito http://www.radiovaticana.org/105.
Inoltre, da domani, domenica 27 novembre, fino al giorno di Natale, la trasmissione ‘Non un giorno qualsiasi’, in onda ogni domenica alle 8.10 e in replica alle 15.10 (sulle consuete frequenze e ritrasmessa come sempre da Radio Inblu, per il circuito radiofonico della Cei, e da Radio Mater) ospiterà una serie di ‘Conversazioni sull’Avvento alla luce delle virtù teologali: fede, speranza e carità’. Ospite fisso sarà don Marco Porta, direttore dell’Istituto di Scienze Religiose all’Apollinare della Pontificia Università della Santa Croce. Don Marco risponderà anche alle domande dei radioascoltatori alla mail: 105@vatiradio.va
Nell'umanità di Cristo il primo fattore educativo. Il prefetto della Congregazione per il Clero sulla formazione di sacerdoti e religiosi (Mauro Piacenza)
Il prefetto della Congregazione per il Clero sulla formazione di sacerdoti e religiosi
Nell'umanità di Cristo il primo fattore educativo
"A immagine della santa Umanità di Cristo" è il titolo della lectio magistralis al corso di formazione umana per il sacerdozio e la vita consacrata che il cardinale prefetto della Congregazione per il Clero ha tenuto lunedì 21 novembre all'Istituto Camillianum di Roma. Ne pubblichiamo stralci.
di MAURO PIACENZA
Di fronte a quest'uomo, che è domanda di significato e che vive i valori non come imposizioni esterne alla propria coscienza, ma come il fiorire vigoroso delle proprie domande fondamentali (vivo la giustizia perché sono bisogno di giustizia; vivo la verità perché sono bisogno di verità) si pone Cristo.
Prima di qualunque atto di fede in Gesù di Nazareth Signore e Cristo, è necessario sottolineare come l'evento-Cristo abbia una propria irriducibile dimensione storica.
Lo ha efficacemente ricordato Benedetto XVI nell'incipit della sua prima enciclica Deus caritas est, nella quale l'essere cristiano è definito come "incontro con un avvenimento, con una Persona" (n. 1). L'incontro, dunque, presuppone qualcosa-qualcuno di "altro" da me, che mi si fa incontro e che io posso incontrare. Le conseguenze di questa chiarificazione sull'essenza del cristianesimo sono immediatamente recepibili da tutti: da un lato la fedeltà al dato storico esclude ogni autoreferenzialità soggettiva, intimistica o autoproiettiva nel rapporto con Cristo e, dall'altro, ancora più profondamente, la dimensione storica risulta radicalmente incompatibile con ogni concezione idealista e relativista, che affermi l'impossibilità dell'uomo di conoscere la realtà.
È possibile dunque affermare - ed è in fondo la traduzione che ne fa l'evangelista Giovanni - che la risposta a ciò che l'uomo è, che non è dentro di lui, si è resa incontrabile, ci è venuta incontro, si è rivelata in quello che era l'ambito più prossimo all'uomo: l'uomo stesso. Tale incontro tra l'umanità, come domanda, e l'avvenimento di Cristo, come risposta, costituisce la possibilità di ogni formazione umana autentica. Con due corollari. Il primo: è possibile vivere un intenso senso religioso, cioè una profonda domanda esistenziale, senza ancora avere incontrato Cristo, la risposta. Ed è necessario riconoscere e affermare come già il senso religioso autenticamente vissuto rappresenti e costituisca un fattore fondamentale di formazione umana. Per contro, secondo corollario, nella maggior parte dei casi accade - e probabilmente tutti potremmo darne testimonianza - che proprio l'incontro con Cristo determini il ridestarsi di un senso religioso assopito, il risvegliarsi dell'umanità; pertanto, con altrettanto realismo, è possibile affermare che l'avvenimento dell'incontro con Cristo è il primo fattore educativo dell'umano, proprio perché lo educa a stare in quella posizione di grato stupore, tipica del senso religioso, che costituisce l'essenza dell'uomo di fronte a Dio. In tal senso, la santa Umanità di Cristo, che, in forza dell'unione ipostatica, vive permanentemente alla presenza del Padre nello Spirito, è per noi insuperato modello di formazione umana. Ciò che Cristo vive per natura, noi possiamo vivere per grazia. Il percepire se stessi alla presenza del Mistero permette all'umano di vivere secondo l'alta vocazione alla quale il Creatore lo ha chiamato: essere immagine e somiglianza di Dio.
Analizzata la situazione storica in cui ci troviamo e posto lo sguardo sul rapporto essenziale tra formazione umana e fede, come persone chiamate a vivere il carisma della castità per il Regno dei Cieli, sia nella vita consacrata, sia nel ministero sacerdotale, è necessario porsi, in maniera autentica, in ascolto di ciò che il carisma ricevuto dice al personale cammino di formazione umana. Innanzitutto nessuno, men che meno chi è chiamato alla castità, è dispensato dal lavoro su se stesso, sul proprio carattere, sulle proprie qualità, e dall'affinamento del proprio tratto umano. Come sottolineato dal secondo corollario del punto precedente, ritengo che la distinzione tra formazione umana, professione di fede e vita sacerdotale e religiosa, sia didatticamente fondata ma, esistenzialmente, sempre da integrare. È l'incontro con Cristo a ridestare l'umanità di ciascuno ed è il nuovo orizzonte nel quale Egli ci introduce, non disgiuntamente dalla nuova direzione che la vita prende dopo l'incontro con Lui (cfr. Deus caritas est, n. 1) a determinare anche la fioritura del carisma della castità e la sua fedele accoglienza dalla libertà umana. Se interpretiamo la vita come domanda di significato, alla quale Cristo risponde, ne deriva, come immediata conseguenza, che il primo compito di una donna e di un uomo di fede, sia testimoniare al mondo la risposta incontrata: testimoniare Cristo Salvatore dell'uomo. In quest'ottica di viva domanda esistenziale e di vivificante risposta incontrata in Gesù di Nazareth Signore e Cristo, si colloca l'accoglienza del carisma della castità. Se la vocazione non è compresa e accolta come testimonianza a Cristo e, in essa, la castità non è compresa come suprema testimonianza, che, dopo il martirio, è possibile darGli, allora non c'è formazione umana sufficiente per accogliere il soprannaturale dono della chiamata. Nessuno di noi aveva, prima dell'incontro con Cristo, un'umanità capace di accogliere il grande dono della vocazione. Possiamo e dobbiamo testimoniare, anche in vista di una rinnovata azione evangelizzatrice e di un'autentica pastorale vocazionale, come, insieme al dono della vocazione, il Signore ci abbia donato una rinnovata umanità. Egli ci ha chiamati, ci ha plasmati, ci ha resi capaci di accogliere un dono nuovo. Dio non chiama i "capaci" o i "perfetti", ma rende capaci coloro che chiama. Lavorare per la propria formazione umana, allora, non è una premessa per poi poter lavorare sulla fede, sulla vocazione e sulla fedeltà a essa - anche nella dimensione del celibato e della castità consacrata - ma è l'opera di Dio, compiuta dalla Sua grazia, nella nostra umanità. Anche dal punto di vista del rapporto tra formazione umana e carisma della castità, il modello è e rimane sempre la santa Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo.
Un'umanità nella quale i suoi contemporanei hanno potuto riconoscere, per lo straordinario fascino che esercitava su di essi, per l'autorevolezza dell'insegnamento e per i prodigi compiuti, la presenza del Mistero, di Dio. Forse noi non compiremo prodigi o miracoli, ma possiamo domandare ogni giorno a Dio il dono di un'umanità che sia trasparenza di Lui, il dono di un'autorevolezza nell'insegnamento della Sua parola, che faccia sorgere, in tutti i nostri fratelli uomini, la domanda che ha attraversato i primi decenni dell'era cristiana e che, fino alla consumazione della storia, deve sorgere ogni qual volta si incontra un cristiano: "Perché costui è così?", "Perché mi ama così?", "Perché ha questa passione per la vita?", "Perché prende così sul serio la propria e altrui esistenza?".
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
Nell'umanità di Cristo il primo fattore educativo
"A immagine della santa Umanità di Cristo" è il titolo della lectio magistralis al corso di formazione umana per il sacerdozio e la vita consacrata che il cardinale prefetto della Congregazione per il Clero ha tenuto lunedì 21 novembre all'Istituto Camillianum di Roma. Ne pubblichiamo stralci.
di MAURO PIACENZA
Di fronte a quest'uomo, che è domanda di significato e che vive i valori non come imposizioni esterne alla propria coscienza, ma come il fiorire vigoroso delle proprie domande fondamentali (vivo la giustizia perché sono bisogno di giustizia; vivo la verità perché sono bisogno di verità) si pone Cristo.
Prima di qualunque atto di fede in Gesù di Nazareth Signore e Cristo, è necessario sottolineare come l'evento-Cristo abbia una propria irriducibile dimensione storica.
Lo ha efficacemente ricordato Benedetto XVI nell'incipit della sua prima enciclica Deus caritas est, nella quale l'essere cristiano è definito come "incontro con un avvenimento, con una Persona" (n. 1). L'incontro, dunque, presuppone qualcosa-qualcuno di "altro" da me, che mi si fa incontro e che io posso incontrare. Le conseguenze di questa chiarificazione sull'essenza del cristianesimo sono immediatamente recepibili da tutti: da un lato la fedeltà al dato storico esclude ogni autoreferenzialità soggettiva, intimistica o autoproiettiva nel rapporto con Cristo e, dall'altro, ancora più profondamente, la dimensione storica risulta radicalmente incompatibile con ogni concezione idealista e relativista, che affermi l'impossibilità dell'uomo di conoscere la realtà.
È possibile dunque affermare - ed è in fondo la traduzione che ne fa l'evangelista Giovanni - che la risposta a ciò che l'uomo è, che non è dentro di lui, si è resa incontrabile, ci è venuta incontro, si è rivelata in quello che era l'ambito più prossimo all'uomo: l'uomo stesso. Tale incontro tra l'umanità, come domanda, e l'avvenimento di Cristo, come risposta, costituisce la possibilità di ogni formazione umana autentica. Con due corollari. Il primo: è possibile vivere un intenso senso religioso, cioè una profonda domanda esistenziale, senza ancora avere incontrato Cristo, la risposta. Ed è necessario riconoscere e affermare come già il senso religioso autenticamente vissuto rappresenti e costituisca un fattore fondamentale di formazione umana. Per contro, secondo corollario, nella maggior parte dei casi accade - e probabilmente tutti potremmo darne testimonianza - che proprio l'incontro con Cristo determini il ridestarsi di un senso religioso assopito, il risvegliarsi dell'umanità; pertanto, con altrettanto realismo, è possibile affermare che l'avvenimento dell'incontro con Cristo è il primo fattore educativo dell'umano, proprio perché lo educa a stare in quella posizione di grato stupore, tipica del senso religioso, che costituisce l'essenza dell'uomo di fronte a Dio. In tal senso, la santa Umanità di Cristo, che, in forza dell'unione ipostatica, vive permanentemente alla presenza del Padre nello Spirito, è per noi insuperato modello di formazione umana. Ciò che Cristo vive per natura, noi possiamo vivere per grazia. Il percepire se stessi alla presenza del Mistero permette all'umano di vivere secondo l'alta vocazione alla quale il Creatore lo ha chiamato: essere immagine e somiglianza di Dio.
Analizzata la situazione storica in cui ci troviamo e posto lo sguardo sul rapporto essenziale tra formazione umana e fede, come persone chiamate a vivere il carisma della castità per il Regno dei Cieli, sia nella vita consacrata, sia nel ministero sacerdotale, è necessario porsi, in maniera autentica, in ascolto di ciò che il carisma ricevuto dice al personale cammino di formazione umana. Innanzitutto nessuno, men che meno chi è chiamato alla castità, è dispensato dal lavoro su se stesso, sul proprio carattere, sulle proprie qualità, e dall'affinamento del proprio tratto umano. Come sottolineato dal secondo corollario del punto precedente, ritengo che la distinzione tra formazione umana, professione di fede e vita sacerdotale e religiosa, sia didatticamente fondata ma, esistenzialmente, sempre da integrare. È l'incontro con Cristo a ridestare l'umanità di ciascuno ed è il nuovo orizzonte nel quale Egli ci introduce, non disgiuntamente dalla nuova direzione che la vita prende dopo l'incontro con Lui (cfr. Deus caritas est, n. 1) a determinare anche la fioritura del carisma della castità e la sua fedele accoglienza dalla libertà umana. Se interpretiamo la vita come domanda di significato, alla quale Cristo risponde, ne deriva, come immediata conseguenza, che il primo compito di una donna e di un uomo di fede, sia testimoniare al mondo la risposta incontrata: testimoniare Cristo Salvatore dell'uomo. In quest'ottica di viva domanda esistenziale e di vivificante risposta incontrata in Gesù di Nazareth Signore e Cristo, si colloca l'accoglienza del carisma della castità. Se la vocazione non è compresa e accolta come testimonianza a Cristo e, in essa, la castità non è compresa come suprema testimonianza, che, dopo il martirio, è possibile darGli, allora non c'è formazione umana sufficiente per accogliere il soprannaturale dono della chiamata. Nessuno di noi aveva, prima dell'incontro con Cristo, un'umanità capace di accogliere il grande dono della vocazione. Possiamo e dobbiamo testimoniare, anche in vista di una rinnovata azione evangelizzatrice e di un'autentica pastorale vocazionale, come, insieme al dono della vocazione, il Signore ci abbia donato una rinnovata umanità. Egli ci ha chiamati, ci ha plasmati, ci ha resi capaci di accogliere un dono nuovo. Dio non chiama i "capaci" o i "perfetti", ma rende capaci coloro che chiama. Lavorare per la propria formazione umana, allora, non è una premessa per poi poter lavorare sulla fede, sulla vocazione e sulla fedeltà a essa - anche nella dimensione del celibato e della castità consacrata - ma è l'opera di Dio, compiuta dalla Sua grazia, nella nostra umanità. Anche dal punto di vista del rapporto tra formazione umana e carisma della castità, il modello è e rimane sempre la santa Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo.
Un'umanità nella quale i suoi contemporanei hanno potuto riconoscere, per lo straordinario fascino che esercitava su di essi, per l'autorevolezza dell'insegnamento e per i prodigi compiuti, la presenza del Mistero, di Dio. Forse noi non compiremo prodigi o miracoli, ma possiamo domandare ogni giorno a Dio il dono di un'umanità che sia trasparenza di Lui, il dono di un'autorevolezza nell'insegnamento della Sua parola, che faccia sorgere, in tutti i nostri fratelli uomini, la domanda che ha attraversato i primi decenni dell'era cristiana e che, fino alla consumazione della storia, deve sorgere ogni qual volta si incontra un cristiano: "Perché costui è così?", "Perché mi ama così?", "Perché ha questa passione per la vita?", "Perché prende così sul serio la propria e altrui esistenza?".
(©L'Osservatore Romano 28-29 novembre 2011)
"Gesù di Nazaret", il libro del Papa entra all'università. Il Pontefice innamorato del Cristo (Gagliarducci)
«GESÙ DI NAZARET» IL LIBRO DEL PAPA ENTRA ALL'UNIVERSITÀ
Il pontefice innamorato del Cristo
Cosa dice il secondo volume del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI al mondo di oggi? "Invita tutti a capire qualche cosa di più del mistero della vita di Gesù.
È un libro di ricerca. Perché né il credente è esente dal dubbio, né può esserlo il non credente". Parola di Enrico dal Covolo, rettore dell'Università Lateranense di Roma. Dal Covolo presenta oggi il secondo volume del Gesù di Nazaret all'Università di Messina, una delle università selezionate dalla Libreria Editrice Vaticana per il progetto "Gesù di Nazaret all'università".
Un libro che Benedetto XVI - slegandolo dal Magistero - ha scritto da professore universitario. Che pure, da Papa, decise di non andare in visita alla Sapienza di Roma, per evitare gli annunciati disordini.
E che oggi entra nelle università con il suo Gesù di Nazaret. Dall'ingresso in Gerusalemme alla risurrezione. "Mi sembra che così - afferma Enrico Dal Covolo - il Papa rimanga fedele alla sua vocazione di docente universitario. Dopo il rifiuto immotivato da parte di alcuni docenti e studenti della Sapienza, il Papa non demorde rispetto al suo desiderio di porsi in rapporto con il mondo accademico. Ed è provvidenziale che il rinnovato dialogo di Benedetto XVI con il mondo delle università - un dialogo che non si è mai spento - riparta proprio con questo libro". E - ricorda il rettore dell'Università del Papa - "con la scelta di renderlo un atto non di magistero (e possiamo notare che il Papa stesso ha affermato che è il risultato della riflessione di una vita) Benedetto XVI ha aperto alla ricerca sulla figura del Gesù di Nazaret". Dal Covolo confida di aver letto il volume in maniera "molto esistenziale". Ma è un libro esistenziale anche per il Papa?
"C'è ovviamente uno spazio autobiografico, dato che è un lavoro che completa la ricerca di una vita. Ma il libro non è autobiografico. È un libro scientificamente fondato, in cui il Papa prova a raccontare in maniera oggettiva la sua visione, la sua ricerca riguardo la vita e la figura di Gesù". Una figura che spesso è vista solo dal lato umano (rivoluzionario, filosofo, maestro). Ma, spiega Dal Covolo, proprio perché il libro "è scritto da un innamorato di Cristo, bisogna essere innamorati di Cristo per capire tutti gli angoli della figura di Cristo. Farla capire anche a chi non crede è la sfida del Pastore". A. G.
© Copyright Il Tempo, 28 ottobre 2011 consultabile online anche qui.
Il pontefice innamorato del Cristo
Cosa dice il secondo volume del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI al mondo di oggi? "Invita tutti a capire qualche cosa di più del mistero della vita di Gesù.
È un libro di ricerca. Perché né il credente è esente dal dubbio, né può esserlo il non credente". Parola di Enrico dal Covolo, rettore dell'Università Lateranense di Roma. Dal Covolo presenta oggi il secondo volume del Gesù di Nazaret all'Università di Messina, una delle università selezionate dalla Libreria Editrice Vaticana per il progetto "Gesù di Nazaret all'università".
Un libro che Benedetto XVI - slegandolo dal Magistero - ha scritto da professore universitario. Che pure, da Papa, decise di non andare in visita alla Sapienza di Roma, per evitare gli annunciati disordini.
E che oggi entra nelle università con il suo Gesù di Nazaret. Dall'ingresso in Gerusalemme alla risurrezione. "Mi sembra che così - afferma Enrico Dal Covolo - il Papa rimanga fedele alla sua vocazione di docente universitario. Dopo il rifiuto immotivato da parte di alcuni docenti e studenti della Sapienza, il Papa non demorde rispetto al suo desiderio di porsi in rapporto con il mondo accademico. Ed è provvidenziale che il rinnovato dialogo di Benedetto XVI con il mondo delle università - un dialogo che non si è mai spento - riparta proprio con questo libro". E - ricorda il rettore dell'Università del Papa - "con la scelta di renderlo un atto non di magistero (e possiamo notare che il Papa stesso ha affermato che è il risultato della riflessione di una vita) Benedetto XVI ha aperto alla ricerca sulla figura del Gesù di Nazaret". Dal Covolo confida di aver letto il volume in maniera "molto esistenziale". Ma è un libro esistenziale anche per il Papa?
"C'è ovviamente uno spazio autobiografico, dato che è un lavoro che completa la ricerca di una vita. Ma il libro non è autobiografico. È un libro scientificamente fondato, in cui il Papa prova a raccontare in maniera oggettiva la sua visione, la sua ricerca riguardo la vita e la figura di Gesù". Una figura che spesso è vista solo dal lato umano (rivoluzionario, filosofo, maestro). Ma, spiega Dal Covolo, proprio perché il libro "è scritto da un innamorato di Cristo, bisogna essere innamorati di Cristo per capire tutti gli angoli della figura di Cristo. Farla capire anche a chi non crede è la sfida del Pastore". A. G.
© Copyright Il Tempo, 28 ottobre 2011 consultabile online anche qui.
Risposta orale di Padre Lombardi ad una domanda dei giornalisti sulla notizia di una nuova ordinazione episcopale in Cina
Risposta orale del Padre Lombardi a domanda di giornalisti sulla notizia di una nuova ordinazione episcopale in Cina
Interrogato se sia vera la notizia, secondo cui il 30 novembre corrente avrà luogo, in Cina, l'ordinazione episcopale del Rev.do Luo Xuegang, nella diocesi di Yibin, nel Sichuan, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha risposto:
Ho visto circolare questa notizia nei media. Se ciò avvenisse, si tratterebbe di un candidato, che è approvato dalla Santa Sede. Mi auguro, ovviamente, che se l’ordinazione avrà luogo si rispettino le norme della Chiesa cattolica, cioè che i fedeli siano informati circa l’approvazione del candidato da parte della Santa Sede, e che alla celebrazione liturgica non partecipi nessun vescovo illegittimo. In tal caso, l’evento sarebbe un incoraggiamento per la comunità cattolica.
Interrogato se sia vera la notizia, secondo cui il 30 novembre corrente avrà luogo, in Cina, l'ordinazione episcopale del Rev.do Luo Xuegang, nella diocesi di Yibin, nel Sichuan, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha risposto:
Ho visto circolare questa notizia nei media. Se ciò avvenisse, si tratterebbe di un candidato, che è approvato dalla Santa Sede. Mi auguro, ovviamente, che se l’ordinazione avrà luogo si rispettino le norme della Chiesa cattolica, cioè che i fedeli siano informati circa l’approvazione del candidato da parte della Santa Sede, e che alla celebrazione liturgica non partecipi nessun vescovo illegittimo. In tal caso, l’evento sarebbe un incoraggiamento per la comunità cattolica.
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